dicembre 13

Quello che non ti ho detto - La Tartaruga (Baldini Castoldi Dalai) 2006, pp.138, euro 13.50

Quello che non ti ho detto - La Tartaruga (Baldini Castoldi Dalai) 2006, pp.144, euro 15.50

Il confine tra due azioni è spesso labile: a volte dipende solo dalle parole che si sceglie di pronunciare o di tacere. È su questo limite sottile che si muovono i racconti che compongono il libro, dove le parole non dette diventano la premessa dei fatti possibili, le altre ipotetiche realtà che si rinuncia ad abitare.

Sono dialoghi mancati in cui la voce narrante si rivolge idealmente a un interlocutore attraverso le parole che non gli ha mai detto. Amanti, genitori, sconosciuti incrociati per lo spazio di uno sguardo, ma anche oggetti e paesaggi, mettono in moto la narrazione e generano storie che tutte si aprono con la medesima frase: Non ti ho detto.

Un ritornello che ritma la narrazione e che lega tra loro racconti estremamente differenti, che spaziano dalla difficoltà di dire i sentimenti al dialogo segreto con i luoghi e con le cose. Sono voci che non si aspettano risposta, ma che definiscono e includono l’altro nel loro stesso monologare.

Quello che non ti ho detto è in libreria dal 28 marzo 2006. Tutte le informazioni sono qui.

Recensioni

Innumerevoli sono le parole che non diciamo, che non abbiamo osato, voluto o potuto dire, parole trattenute, rimangiate, infine volatilizzate. L’autrice, come chi va a caccia di farfalle, di conchiglie o di sassolini luccicanti, ne ha recuperate una buona parte – parole dolci, parole amare, parole leggere e parole pesanti – facendone piccoli racconti, uno per ogni discorso tralasciato, rimandato. Una poetica operazione di recupero, un regolamento di conti letterario, probabilmente salutare per chi scrive come per chi legge.

(Isabella Bossi Fedrigotti, Io Donna, 15 aprile 2006)

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”Con le parole non dette si potrebbe costruire un mondo. Uno dei tanti mondi possibili. A volte migliore dei sogni, a volte peggiore degli incubi”. È questo lo scenario che fa da sfondo ai monologhi mancati ‘intonati’ dalla scrittrice Francesca Romana Capone nel suo libro ‘Quello che non ti ho detto’, edito dalla Baldini Castoldi Dalai. Oggi l’autrice (32 anni, laureata in storia dell’arte e un lavoro nel settore della comunicazione) ha presentato la sua prima opera letteraria, insieme a Sciltian Gastaldi, presso il Caffè letterario di Roma, in via Ostiense. Le voci della Capone non attendono una risposta, ma definiscono e includono nel loro stesso monologare anche la presenza dell’ipotetico interlocutore.

”Non ti ho detto” è il ritornello che ritma e lega tra loro i tanti racconti diversi tracciati dalla penna dell’autrice. Così, per esempio, un ragazzo si rivolge all’amico, un vecchio al nipote, un’amante all’amato rivelando, con le cose non dette, molto di più di quello che viene indicato dalla semplice parola. Ne scaturisce un variopinto ritratto fatto di mondi diversi, di incubi o sogni, di gesti mancati, di scelte ancora inesplorate e di felicità senza voce che definiscono i labili confini attorno a cui si muovono le brevi narrazioni. Rivela in ogni storia altre vite possibili, descrive occasioni perdute o fortunate coincidenze, alimentando un’idea semplice ma accattivante, resa con forza e originalità. ”Con le parole non dette -afferma l’autrice- si potrebbe scrivere un libro”. Un’intenzione realizzata dalla giovane scrittrice con padronanza di linguaggio e intensità espressiva.

(AdnKronos, 18 aprile 2006)

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“Le parole non dette sono le altre storie”, quelle non scelte. Ognuno di questi brevi racconti inizia con la stessa frase: “Non ti ho detto”. Ognuno accompagna chi legge in un dialogo mancato. Tra un passante e un immigrato, tra amanti, tra un marito e una moglie, tra un genitore e un figlio, tra amiche, in un supermercato con la “gattara” del quartiere (…), per strada, perfino via chat (…)

Un’idea forse semplice, una specie di ritornello che offre impulso e ritmo alla scrittura, già incisiva, di Francesca Romana Capone, giovane pittrice e grafica romana qui al suo esordio letterario.

Un piccolo libro piacevole da leggere in un pomeriggio ozioso, e che fa venire voglia di rompere il silenzio…

(Rosa Mordenti, Carta, 29 aprile-5 maggio 2006)

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Un luogo comune del mondo editoriale italico è che le raccolte di racconti non vendano e dunque è meglio non pubblicarne.Questo concetto è di per sé discutibile nel merito, sia guardando i dati di vendita del passato, che quelli del presente (…) Felice eccezione a questo grigio embargo alle raccolte, è la Baldini Castoldi Dalai, che proprio poche settimane fa ha dato alle stampe la gustosissima raccolta Quello che non ti ho detto, di Francesca Romana Capone, esordiente trentenne romana (di nome e di nascita!). “Con le parole non dette si potrebbe costruire un mondo” ci dice la scrittrice in quella che possiamo considerare una “lettera di presentazione”, in apertura di libro, “le parole non dette hanno questo: che non feriscono”. E proprio qui sta il sentiero narrativo di un libro caldo e originale come raramente capita di poter leggere. “Non ti ho detto” è l’incipit di ciascuno dei ventidue pezzi, che suonano con un’armonia soffusa e vibrante. Amanti, figli, genitori, bambini ma anche luoghi e paesaggi mettono in moto le storie che si aprono tutte con questa medesima frase, che ora è ammissione, ora riflessione, ora decisione, ora rammarico. Non ti ho detto che mi hai commossa, non ti ho detto che ti amo, non ti ho detto che non capisco, non ti ho detto che sono brutta… Un ritornello che ritma e lega tra loro storie molto diverse per ambientazione e per intensità. Così un ragazzo si rivolge all’amico, un vecchio al nipote, una amante all’amato, una signora al mendicante incontrato sulla via di casa, una moglie alla casa che l’aspetta. Sono voci che non prevedono una risposta ma che definiscono e includono l’altro nel loro stesso monologo. Le parole non dette – ciascuno di noi lo sa bene per esperienza personale – alle volte dicono più di quelle che si è voluto o potuto pronunciare. Nel libro della Capone sono tratteggiati in acquerello mondi diversi, incubi o sogni, gesti mancati, scelte non fatte, felicità senza voce. L’autrice ci porta per mano in un campo di fiorellini – i suoi ventidue racconti – fatto di dialoghi mancati in cui la voce narrante si rivolge all’ipotetico interlocutore rivelando i sentimenti più segreti, le sfumature e la forza delle sensazioni più vive. Il tutto attraverso una scrittura asciutta ed essenziale, frutto di un retroterra di letture sfarzoso e vastissimo, che si percepisce assorbito, digerito e trasformato quasi in ogni pagina. Quello che non ti ho detto fa anche venire alla mente un film di successo del 1998, quello Sliding Doors di Peter Howitt che si divertiva a giocare dividendo lo schermo e la vita del suo personaggio principale, sulla base di una metropolitana presa oppure perduta e tutte le conseguenze relative a quel tocco del Caso. Se nel libro della Capone al Caso è lasciato spazio minore rispetto alla volontà dei suoi personaggi, possiamo dire che la scelta di dire o non dire determinate parole è quella che fa cambiare il mondo (…)

(Sciltian Gastaldi, Aut, maggio 2006)

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Quante parole rimangono senza voce, dentro di noi, ad alimentare nostalgia, rancori, amori impossibili, paure felicità? Provate un giorno a scriverle, come ha fatto l’autrice: vi sembrerà di immergervi nelle profondità del cuore. Sembrano lettere scritte a destinatari diversi (un amore finito o mai iniziato, un capo temuto ma disprezzato, un amico perduto, un barbone per strada), ma che tutti abbiamo incontrato almeno una volta senza riuscire a esprimere quello che pensavamo di loro. Queste parole sono le nostre. Ecco perché leggerle, in questo libro, è così emozionante.

(Elena Dall’orso, Donna Moderna, 31 maggio 2006)

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Prima di diventare autrice, Francesca Romana Capone ha fatto esperienza nel giornalismo, nella pittura, nel restauro, nelle arti visive e nella grafica. Il suo Quello che non ti ho detto, edito da La Tartaruga edizioni, ha ricevuto recensioni favorevoli da Isabella Bossi Fedrigotti e Rosa Mordenti – per citarne solo due – che non è poco.

Ora, Francesca Capone, con questa opera narrativa comunica con le parole: parole interrotte, parole sussurrate e soprattutto non dette; parole meditate e non dette per paura dell’amore o di non essere amata proprio per quello che si è detto. Il libro affronta una storia attraverso 22 monologhi: un gioco delle parti, dove il non dire diventa uno sfogo scritto; uno sfogo da riversare come memoria di vita vissuta, che non ha il potere di riscattarsi diversamente.

Ogni monologo inizia con l’incipit ‘non ti ho detto che’, a cui segue una piccola frase:

che detesto il potere che incarni … che mi hai commossa … che ti amo … che ti invidio … che non capisco … che sono brutta … che sono felice … che sono fatta di acqua … che ogni sera mi compro un sorriso…ecc.

Tutte frasi che dicono molto di più di noi di quello che vorrebbero dire: rivelano l’anima delle cose e spesso l’essenza di una condizione intima comune. Dire ‘ti amo’, dire ‘sei bella’ o più semplicemente ‘scusa’, dovrebbe essere normale, quasi banale, ma come sappiamo non è così.

C’è una vasta gamma di sentimenti che accompagnano le parole non dette e ora scritte: illusione e inutilità, pietà e frustrazione, amore e sconforto. Sono emozioni vere e a volte emozioni false; vere perché sentite proprie come nessuna altra cosa, false perché non sperimentate, tenute per sé, decise da un precostituito: io non lo dico. Ma quel ‘non detto’, ora parla.

(Giorgio Boratto, Mentelocale.it, 26 giugno 2006)

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Alzi la mano chi, prendendo la via destra di un bivio, non si è mai chiesto dove lo avrebbe portato la via a sinistra. C’è un mondo nascosto dietro le omissioni e le scelte. Cose che sarebbero o non sarebbero mai successe, persone che avrebbero guardato la vita con occhi diversi. Questo mondo è fatto anche di parole non dette. Di opinioni trattenute, sentimenti lasciati dentro, riflessioni, dettagli, angoli, ricordi. Non espressi per miliardi di buoni motivi, ma tirarli fuori in forma di parole avrebbe costruito un altro mondo, invertito dei destini, o forse dimostrato che non sarebbe cambiato nulla.

Ci sono pagine che ci portano dall’altra parte del mondo, quello delle parole non dette. Le ha scritte Francesca Romana Capone, una che le parole per dirlo ce le ha tutte e anche il coraggio di usarle. Il suo è un libro di esordio, ma non lo dimostra. Sotto il filo in rosso del non detto c’è una grande capacità di riflessione, introspezione ma, soprattutto, racconto. Messe insieme nel modo giusto, le parole non dette intrecciano vite, costruiscono incontri, fanno vivere personaggi e rapporti. Reali o immaginati, perché ognuno di noi osserva gli altri, inventa dialoghi mancati, vorrebbe dare un segnale di attenzione e spesso finisce per rimanere in silenzio. Resta però lo spazio interiore per vivere diversamente il come sarebbe andata, o come andrebbe, se affrontassimo come merita chi detiene inadeguatamente il potere, chi è in difficoltà, chi incrocia il nostro sguardo sull’autobus e non sa che, in quel preciso momento, siamo dalla sua parte. Situazioni che tutti vivono, pochi sanno raccontare. E che hanno il comune denominatore di un forte amore per i particolari e di una spiccata attenzione all’altro.

Questo rende il libro molto ricco. C’è tanto: la capacità di cogliere dettagli, di esprimere opinioni forti lasciando la porta sempre aperta ad altri punti di vista, l’immedesimazione in vite diverse, la riflessione sulle coppie o sulle solitudini. Con uno stile che riesce a superare senza il minimo impaccio la difficoltà della seconda persona singolare. Un assaggio: “Non credere, ti prego, a chi ti dice che la coppia si fonde e da due diventa uno. Ho capito che invece l’amore ci moltiplica. Moltiplica le sensazioni – che vivo una volta nei miei panni, una volta attraverso di te. Moltiplica le azioni. Moltiplica addirittura il tempo”.

(Daniela De Sanctis, Conquiste del Lavoro, 21 dicembre 2006)

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Son tante, le cose da dire; ma tante, a pensarci, da far spavento. Però lo si sa, come vanno le cose. C’è da far la spesa; i bimbi piangono (e le mamme invecchiano, d’accordo; pure i papà, se è per questo); gli autobus si fanno aspettare; c’è da andare al lavoro, la partita in televisione, il film molto visto da criticare. Insomma, c’è da tirare avanti una baracca molto affollata ; perfetta per fornire il migliore degli alibi al tacere (o al parlar di fesserie : a piacere).

Ma le cose non dette, poverelle, hanno il torto di continuare ad esistere ; si accumulano, a formare una pila traballante. A volte (nei casi fortunati) capita che la pila crolli di colpo e si riversi sul pavimento. E allora, hai voglia a reclamare che è tardi, sempre più tardi; bisognerà pur mettervi mano, a quel disordine sparso ; se non altro per non inciamparvi. Ed è proprio qui che si separano, le strade dei mortali. C’è chi afferra le cose non dette e le caccia in un cassetto ; lo chiude con forza, e che non se ne parli più. C’è chi invece se le prende, le verità taciute, compresi « tutti i malintesi, e tutti i perché, che uccidevano la felicità », e decide di farne qualcosa. Un sogno. Una frittata. O un libro. A scelta.

Il caso di Francesca è quest’ultimo. Tra le cose non dette: la presenza della morte, delle vite non vissute, dei futuri mancati. Il mondo incantato (ma, proprio come nelle favole, per nulla placido e sereno, ed anzi abitato da insidie e asprezze) dell’infanzia e dell’adolescenza. Gli splendori (intimi e rari) e le miserie (pubbliche e numerose) dell’abitudine. Il privilegio (tra i pochi) accordato alla vecchiaia : quello di poter scegliere il proprio passato. Nel mondo delle cose non dette si aggirano belle, o bei passanti (a ciascuno i suoi) “che non siamo riusciti a trattenere” – mentre forse valeva la pena, proprio come in De André, “di perderci un secolo in più”. Fa capolino la seduzione dei rapporti filtrati dalle mediazioni tecnologiche : svuotati di corpo e proprio per questo abitati ossessivamente dall’idea di una fisicità rifatta, immaginaria, da indossare come un abito, a capriccio. C’è l’abitare le calviniane città invisibili (piacere; siamo concittadini), e con esso la magia di quel gioco antico che è la lettura. Gioco, appunto, e non passatempo; perché la lettura lo apre, lo dilata, lo restituisce nella sua interezza, il tempo (“i miei amici sono di ogni tempo e ogni cultura”: impossibile non sottoscrivere). C’è quell’idea per cui, grazie a Dio o chi per lui, “la coscienza non si placa come lo stomaco” (tutt’altro, visto che ne è assai più vorace). A farla breve: c’è molto di quello che (a forza di non dire) rischiamo di dimenticare, in questa prima fatica letteraria, declinata sul versante del journal intime, di Francesca Romana Capone. Prima prova, è il mio augurio, di una lunga serie.

(Maurizio Puppo, dicembre 2006)

Interviste

«Le parole non dette creano un’altra vita non vissuta. Questa idea mi è sembrata molto feconda dal punto di vista narrativo». Da questa idea è nata la raccolta di racconti “Quello che non ti ho detto” di Francesca Romana Capone.

Romana, 31 anni, questo suo esordio “fortunato” può far sperare molti aspiranti scrittori: «Ho sempre lavorato con la scrittura, ho fatto la giornalista e collaborato con uffici stampa, ma non avevo mai pensato di pubblicare libri. Poi è arrivata l’ispirazione e ho composto questi racconti. Inizialmente pensavo di proporli a piccole case editrici, ma alla fine ho provato con quelle più grandi e il tentativo è andato subito a segno. Una storia semplice e incredibile, nessuna “raccomandazione”. E pensare che per un mese mi hanno cercata avendo perso la mia scheda con i recapiti telefonici!». Forse così doveva andare. I racconti di Capone danno vita a personaggi impalpabili plasmati da una voce narrante che cambia ogni volta identità: «Queste storie possibili hanno un filo comune: c’è una voce narrante che si rivolge a qualcun altro per dirgli quello che non gli ha mai detto prima. Non si tratta di racconti autobiografici. Mi sono immedesimata in uomini, donne, vecchi e bambini per capire cosa può succedere parlando o tacendo. Credo che le parole possano cambiare una vita. Le parole non dette sono storie possibili che non si sono realizzate». Diversi i personaggi a cui si rivolge la voce narrante: «Sono identità volutamente appena tratteggiate sulle quali si muovono le riflessioni». Cosa si vorrebbe che il lettore cogliesse leggendo le pagine del libro? «Il valore delle parole. Ho cercato di comunicare questo concetto anche utilizzando un linguaggio particolare, molto sintetico e secco. Una sola parola giusta ne può sostituire cento mai dette». Dopo questo primo esordio importante con una casa editrice di tutto rispetto, Capone sta continuando a scrivere. Questa volta si tratta di un romanzo le cui sembianze rimangono misteriose: «E’ un’esperienza molto diversa rispetto alla scrittura di getto di un racconto. E’ strano, ma è imbarazzante parlarne ora – conclude con la voce emozionata – Lo sto ancora scrivendo, lo sento ancora come un pezzo di me».

(Cinzia Bovio, Corriere di Novara, 22 aprile 2006)

Irresistibili bastardi,  a cura di Adriana Albini, Fratelli Frilli editori, novembre 2007

Irresistibili bastardi, a cura di Adriana Albini, Fratelli Frilli editori, novembre 2007

Dodici racconti di donne con al centro un uomo. Dodici voci diverse che, attraverso generi differenti, raccontano la felicità o, più spesso, la difficoltà dei rapporti. Dimostrando, peraltro, che non si può parlare di ’scrittura al femminile’: ogni storia è a sé, ognuna ha il suo stile e il suo particolare punto di vista.

Il racconto di Francesca Romana Capone è intitolato ‘Genova tra le gambe’. Un omaggio alla sua città d’adozione attraverso un amore sbagliato. Che offre, però, le chiavi della città…

Recensioni

Gli uomini? Irresistibili bastardi

Un’antologia al femminile curata da Adriana Albini. Dodici donne raccontano altrettante storie sbagliate.

Ci affascinano, ci attraggono, spesso ci fanno del male. Ma noi li amiamo, nonostante tutto. E se è vero che a volte le donne sono masochiste, è altrettanto innegabile che gli uomini sono degli “irresistibili bastardi”. Così Adriana Albini ha intitolato l’antologia tutta al femminile edita da Fratelli Frilli Editori (143 p., 8,20 Euro) nella collana Intrecci.

Dodici donne raccontano a modo loro l’amore, il sesso, la vita al fianco di uomini con la “u” minuscola. La prima idea di Albini, ricercatrice, giornalista e autrice di poesie e romanzi, era quella di pubblicare una serie di racconti brevi a tema libero firmati da dodici “donne che contano”: tra loro ci sono giornaliste, scrittrici, professioniste che vivono o lavorano in Liguria. «La sorpresa è stata grande quando, leggendo quei brani, ho scoperto che tutte avevano scelto di parlare di uomini sbagliati», spiega. Ma ciò che lega le autrici è anche l’impegno nel sociale: «i diritti d’autore del libro saranno donati ad un’associazione che si occupi di donne».

Il fil rouge che lega i racconti è l’incapacità di amare, raccontata in dodici modi diversi: «c’è il giallo, il rosa, il noir, il gotico, l’impegnato, l’erotico, il pornografico». E così entriamo nella testa di una donna costretta nei panni dell’amante in Prendete nota, bambine di Raffaella Grassi, quasi commovente nel descrivere la triste quotidianità dell’altra donna.

In Come un lupo troviamo Anna Parodi nei panni di un uomo: l’autrice ne descrive così, dall’interno, le passioni e le debolezze. Laura Guglielmi sceglie una protagonista dal carattere all’apparenza forte, ma che viene sottomessa da un marito ottuso e violento: Basta un passo e ci sei dentro racconta una realtà attuale e preoccupante.

Con Milù Titty Cerquetti – che Adriana Albini ha conosciuto come Tittyna proprio su mentelocale.it, per cui ha curato la rubrica Spunti di vista – ci introduce in un mondo fatto di sesso e sadomaso. Una storia forte, al limite del pornografico. Claudia Lupi narra la vita quotidiana di una giornalista single che deve fare i conti con il passato.

E poi ci sono Annamaria Fassio, che racconta di una vendetta con tanto di colpo di scena finale (La via Emilia), Francesca Romana Capone, con la struggente Genova tra le gambe), Annamaria D’Ursi e la vita del Cacciatore di polpi), Silvana Canevelli alle prese con quella matrimoniale con Come stai, Romolo?), Luciana Chiesi De Fornari che in Tempaccio racconta di un rapporto di coppia in tarda età e Roberta Bottino, che ci introduce in una storia fatta di incubi e mistero ne Il patto.

«È vero: noi donne proviamo una forte attrazione verso il baratro e a volte non riusciamo a ribellarci», commenta Albini, «solo riconoscendo gli uomini bastardi riusciremmo ad evitarli». L’antologia contiene anche un suo racconto: Contratto d’affitto racconta la storia di una donna che subisce il fascino di un uomo dalla doppia faccia. Una storia toccante, che sfiora temi purtroppo attuali, come lo sono la violenza e la malattia. Non mancano i riferimenti a Genova, ai suoi caruggi, agli splendidi scorci che danno sul mare.

Dopo Un clone in valigia (Frilli, 144 p., 4,90 Euro), Adriana sta scrivendo un nuovo romanzo: «sarà un giallo-rosa che indaga nel mondo della ricerca. Protagoniste due amiche, una ricercatrice e un’insegnante, alle prese con il furto di una scoperta in laboratorio e – manco a dirlo – con un uomo sbagliato».

(Francesca Baroncelli, Mentelocale.it, 13 novembre 2007)

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Un libro da Impresa. Storie e leggende di Alitalia raccontate da dieci scrittori italiani

Un libro da Impresa. Storie e leggende di Alitalia raccontate da dieci scrittori italiani

L’antologia contiene racconti di: Michele Governatori, Alessandra Buschi, Gabriele Dadati, Francesca Romana Capone, Roberto Carvelli, Francesco Pacifico, Francesca Bonafini, Luca Giachi, Fabrizio Venerandi, Federico Platania.