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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>La mangianza</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 10:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per prima cosa corre alla finestra. Guarda corrucciato le nuvole finché non individua una striscia di sereno laggiù, dove c&#8217;è il mare. Allora sorride, Andrea, eccitato e felice, perché l&#8217;avventura sta per cominciare. Andiamo in barca, a pesca. La prima volta per lui: gioia e timore si mischiano nella sua irrequietezza. A Genova il tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per prima cosa corre alla finestra. Guarda corrucciato le nuvole finché non individua una striscia di sereno laggiù, dove c&#8217;è il mare. Allora sorride, Andrea, eccitato e felice, perché l&#8217;avventura sta per cominciare. Andiamo in barca, a pesca. La prima volta per lui: gioia e timore si mischiano nella sua irrequietezza.</p>
<p><span id="more-576"></span>A Genova il tempo cambia rapidamente; ci aspetta una mattinata splendida di mare calmo e cielo terso. Quando Bruno suona, alle otto e mezza, Andrea apre la porta e un sorriso pieno di aspettative. Il nostro capitano, in costume hawaiano e t-shirt, la pelle abbronzata, la canna da pesca al fianco e il casco della vespa in mano, è una strana via di mezzo tra un lupo di mare e un impiegato in ferie. Ci dà le indicazioni per raggiungere il molo a piedi, cosa che, grazie all&#8217;impazienza del piccolo, facciamo in un batter d&#8217;occhio.</p>
<p>E lì ci aspetta la barca, bianco e legno, il volante, il motore, i remi, gli scomparti per l&#8217;acqua e la borsa da pesca. Andrea la osserva come fosse un galeone di pirati e guarda Bruno come un mitico capitano Achab. Ora si fa serio: salta sullo scafo, prende il posto che Bruno gli assegna e lo osserva attentamente manovrare per uscire dal molo nel porto. Beve le spiegazioni di Bruno a occhi spalancati, guardandosi intorno mentre si avvicina la diga foranea. E dopo, il mare aperto.</p>
<p>C&#8217;è una grande nave porta container giapponese ancorata in lontananza e molti piccoli scafi in giro. La prima emozione è quella della &#8220;planata&#8221;, l&#8217;accelerazione per raggiungere il largo, una mano a stringere la sponda, l&#8217;altra a calcarsi in testa il cappello da pescatore rigido di sale. Non mostra paura Andrea, gradisce anzi. E si concentra quando &#8211; il motore di nuovo a basso regime &#8211; Bruno gli consegna il volante. La nave, che sembrava così lontana, è ora a pochi metri da noi. Riusciamo a scorgere l&#8217;equipaggio che cammina sugli alti ponti. Intanto si prepara la pesca: Bruno ci racconta questo rito che è quasi più caccia.</p>
<p><a href="http://i.telegraph.co.uk/telegraph/multimedia/archive/01537/bait-ball_1537186i.jpg"><img class="size-medium wp-image-577 alignright" title="acciughepallone" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/08/acciughepallone-300x300.jpg" alt="" width="180" height="180" /></a>Funziona pressappoco così. Si scruta il mare fino a individuare il movimento dei gabbiani. Alcuni gruppi sono a mollo che sembrano papere. Altri, invece, volano radente l&#8217;acqua gridando: è lì che ci si dirige. La &#8220;mangianza&#8221;. Le acciughe &#8211; ci spiega Bruno &#8211; se sono attaccate dal basso, dai tonni o dagli spada, fanno il &#8220;bollo&#8221;, il pallone. Il mare sembra bollire per i salti delle migliaia di piccoli pesci, sui quali si lanciano i gabbiani. Passando con la lenza a strascico innescata con una piccola acciuga finta, si punta a prendere il pesce più grosso che spinge le acciughe in superficie.</p>
<p>Oggi c&#8217;è molto movimento. L&#8217;acqua, di un profondissimo e inequivocabile blu, deve essere ricca di pesce in transito. A Bruno brillano gli occhi. Per ore inseguiamo le mangianze. Andrea si appropria delle parole del nostro capitano e grida &#8220;Di là! Lì c&#8217;è movimento! Là c&#8217;è una mangianza!&#8221;. Passiamo più volte sopra un bollo e davvero è una vista impressionante, tra pesci che saltano e gabbiani che calano in picchiata urlando. A un tratto, mentre io e Andrea siamo purtroppo girati altrove, Bruno vede uno spada saltare tra le onde.</p>
<p>Vero è che non peschiamo nulla, nemmeno un&#8217;acciuga. Probabilmente l&#8217;esca non va bene. Ma insomma, la pesca è anche questo. Pazienza, ricerca, attesa. Il silenzio del mare che, a motore spento, è quasi assordante con il suo tenuissimo sciabordio. Bruno e Andrea fanno il bagno: per la prima volta il piccolo si tuffa nel mare profondo, muove qualche bracciata vicino all&#8217;amico (allo &#8216;zio&#8217;), prima col giubbotto di salvataggio, poi senza. Ha paura ma dimostra un coraggio che non gli è abituale. La città, così lontana, sembra un giocattolo. Anche la grande nave è ormai alle spalle.</p>
<p>Ecco Andrea, guarda, il mare è davvero blu.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=3Wu0gYZgrMg">Le acciughe fanno il pallone</a></p>
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		<title>Signori</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 13:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Come diceva Totò &#8220;Signori si nasce, e io lo nacqui, modestamente&#8221;. E lo &#8216;nacquero&#8217; anche molti dei nostri politici di centro (?) destra, come stanno ampiamente dimostrando in occasione delle purghe nel PDL. Non ho intenzione di entrare nel merito del dibattito politico: non è questa la sede e non sono io la persona che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come diceva Totò &#8220;Signori si nasce, e io lo nacqui, modestamente&#8221;. E lo &#8216;nacquero&#8217; anche molti dei nostri politici di centro (?) destra, come stanno ampiamente dimostrando in occasione delle purghe nel PDL. Non ho intenzione di entrare nel merito del dibattito politico: non è questa la sede e non sono io la persona che può farlo. Voglio solo riportare due espressioni degli uomini che ci governano.</p>
<p><span id="more-568"></span><br />
La prima è dell&#8217;ineffabile Silvio che, secondo i giornali, si è sfogato dopo l&#8217;espulsione di Fini con la pregevole frase: &#8220;Mi sono tolto un peso, mi sono liberato. Come quando ho divorziato&#8221;. Tono che sembra equiparare la scissione politica e quella matrimoniale ad una evacuazione difficile. Certo, Veronica si consolerà dello sgarbo con i suoi 300 mila euro al mese: non è lei che mi preme difendere. Solo, sottolineo la classe del nostro premier.</p>
<p>La seconda &#8211; e come potrebbe essere altrimenti &#8211; è di quel maestro di stile che risponde al nome di Umberto Bossi. Interrogato in transatlantico dai giornalisti sulla possibile crisi di governo, risponde alzando il dito medio. Lo segnalo solo perché ci si possa ricordare che non viviamo in un paese normale, ma in una repubblica delle banane dove un politico può serenamente mandare in culo i giornalisti ottenendone il richiamo in prima pagina.</p>
<p>E ora stiamo a guardare. Aspettando al varco una sinistra che si è svegliata troppo bruscamente e che continua a guardare al &#8220;compagno Fini&#8221; per non vedere ciò che succede in casa. A tutti, dedico Totò.<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=OuNI7mu4RP0&amp;feature=related">Signori si nasce&#8230;</a></p>
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		<title>Esperienza e autobiografia</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 12:16:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi capita a volte di trovare già espresse le parole che vorrei usare per descrivere la mia scrittura. Una domanda tipica che viene rivolta a tutti coloro che scrivono narrativa è se quanto raccontano sia autobiografico, e fino a qual punto. Ho la mia risposta, che naturalmente non coincide con quella di tutti gli altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi capita a volte di trovare già espresse le parole che vorrei usare per descrivere la mia scrittura. Una domanda tipica che viene rivolta a tutti coloro che scrivono narrativa è se quanto raccontano sia autobiografico, e fino a qual punto. Ho la mia risposta, che naturalmente non coincide con quella di tutti gli altri scrittori, ma che a volte si affaccia da qualche pagina. Così mi è successo con la premessa al <em>Gattopardo</em> redatta  dal lontano parente e figlioccio dell&#8217;autore Gioacchino Lanza Tomasi, nel 1969. In essa si parla, tra l&#8217;altro, del rapporto tra esperienza e autobiografia in Tomasi di Lampedusa.</p>
<p><span id="more-563"></span>Scrive Lanza Tomasi: <em>&#8220;È chiaro, ma ben poco importante per il lettore, che Lampedusa non praticava l&#8217;invenzione pura, ma, come ho detto, cercava negli scritti di cristallizzare la propria esperienza umana. Tutto ciò è soltanto approssimativamente autobiografia&#8221;</em>. E qui tocca il punto nevralgico del discorso aggiungendo: <em>&#8220;Per esperienza si intende il particolare rapporto dell&#8217;individuo con la realtà circostante, il significato che egli attribuisce al mondo esterno, la sua presa di coscienza, piuttosto che la cronaca di com&#8217;egli vi abbia vissuto dentro&#8221;</em>.</p>
<p>Ecco, queste parole piacerebbe averle scritte a me.</p>
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		<title>Istantanee di un&#8217;estate</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 11:23:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi piace ascoltare le storie. Spesso me le raccontano i libri, a volte le persone, ogni tanto un oggetto o un&#8217;immagine. Sono incontri casuali che si infilano prepotenti nella mia vita: mi raccontano e raccontano di me. In questi giorni ho trovato due foto. Le ha scattate Francesco Scirè, certamente pensando ad altro. Io ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace ascoltare le storie. Spesso me le raccontano i libri, a volte le persone, ogni tanto un oggetto o un&#8217;immagine. Sono incontri casuali che si infilano prepotenti nella mia vita: mi raccontano e raccontano di me. In questi giorni ho trovato due foto. Le ha scattate Francesco Scirè, certamente pensando ad altro. Io ci ho letto l&#8217;immagine autentica della mia estate.<span id="more-554"></span></p>
<p>Entrambe prendono la realtà alle spalle. Una prospettiva inedita per una fotografia che, di solito, guarda spavaldamente in faccia le cose, le inquadra, le ferma inchiodandole allo sguardo frontale. Così chi guarda queste foto è come se spiasse una realtà nella quale è immerso ma alla quale non appartiene.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/fra64_photoalbum/4809512696/in/photostream/"><img class="alignright size-medium wp-image-559" title="4809512696_a91f42d284" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/4809512696_a91f42d284-300x257.jpg" alt="" width="300" height="257" /></a>Io sono lì, dietro quelle persone che si godono un tramonto sul mare. Le sbircio con un po&#8217; d&#8217;invidia, le osservo mentre compiono gesti comuni &#8211; parlare, prendere in braccio un bambino, rilassarsi &#8211; e penso a quanto anche cose così minute possano diventare impossibili, lontane, irraggiungibili. E se anche mi avvicinassi, se parlassi alla donna in piedi accanto all&#8217;ombrellone, non mi capirebbe. Non oggi. Forse tra un anno la mia estate somiglierà alla sua; ora posso solo accontentarmi di spiarla.</p>
<p>Anche i girasoli voltano la schiena. Sono migliaia nei campi umbri, li vedo ogni giorno più alti. Alcuni iniziano a chinare il capo pesante di semi oleosi. Non questi fermati da Francesco. Sono ritti, impettiti, spavaldi. La luce di quel sole che detta le loro giravolte attraversa i petali e li accende di un giallo carico, maturo.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/fra64_photoalbum/4803888279/in/photostream/"><img class="alignleft size-medium wp-image-558" title="4803888279_6b3247d630" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/4803888279_6b3247d630-300x247.jpg" alt="" width="300" height="247" /></a>Amo i girasoli, amo i campi che esplodono dei loro colori, amo l&#8217;allegria che mi si infila sotto la pelle quando li vedo. In questi giorni e in questi mesi sono una presenza lieta che mi scorre accanto nei tanti viaggi sulla stradina che attraversa le valli. Anche loro un po&#8217; spiati, mi ricordano però di alzare gli occhi, di guardare più lontano.</p>
<p>Non ho molto altro da dire: queste due fotografie parlano per conto loro, come del resto mi pare facciano tutti gli scatti di Francesco che ho potuto vedere <a href="http://www.flickr.com/photos/fra64_photoalbum/">qui</a>. Ci trovo una capacità narrativa ed evocativa fortissima e una grande prossimità al mio sguardo sulle cose. Perciò gli sono grata di aver acconsentito a farmene appropriare un po&#8217;!</p>
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		<title>Paziente</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 15:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono tre foto nella stanza. La prima rappresenta un prato di fiori selvatici: margherite, papaveri, non ti scordar di me. La seconda è un paesaggio tipico di queste colline: uliveti, campi di grano, valli coltivate. Quella al centro, invece, rappresenta una spiaggia tropicale col suo mare cristallino, la sabbia bianca e le palme. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono tre foto nella stanza. La prima rappresenta un prato di fiori selvatici: margherite, papaveri, non ti scordar di me. La seconda è un paesaggio tipico di queste colline: uliveti, campi di grano, valli coltivate. Quella al centro, invece, rappresenta una spiaggia tropicale col suo mare cristallino, la sabbia bianca e le palme.</p>
<p><span id="more-549"></span></p>
<p>Per essere una stanza d&#8217;ospedale, dedicata alla terapia in day hospital, è fin troppo gaia e linda. Le tre foto le regalano un poco di colore a spezzare il bianco e il verde asettico di questi corridoi. Non mi manca il tempo di guardarle: una mattinata intera, cinque ore, passate per lo più in attesa. Accompagno mio padre e mi permetto il lusso di osservare e riflettere.</p>
<p>Attesa. A questo, forse, si riferisce l&#8217;origine del termine &#8220;paziente&#8221;. Perché davvero tutto ti costringe ad assumere un atteggiamento di pazienza rassegnata. I malati sono molti, le infermiere e i medici anche, ma mai abbastanza. Tutti aspettano, ciascuno chiuso nel suo dolore e nella sua paura. E più si aspetta, più ci si fa piccoli e umili, si ritorna bambini.</p>
<p>Anche questo, mi sembra, congiura a demolire la dignità dei malati. Non è colpa di nessuno: il personale fa quel che deve, è gentile, premuroso. I medici sono attenti e si rivolgono ai pazienti con cortesia e precisione. Ma sanno che tu sei lì e li aspetti. E che, dopo di te, ce ne sono tanti altri che attendono. E questo, inevitabilmente, fa differenza.</p>
<p>Così passo la mattina, tra letture, lunghe passeggiate nei corridoi, mappe di sofferenza disegnate sui volti vecchi e giovani, porte chiuse. Così la passa mio padre, ormai sempre più paziente.</p>
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