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	<title>.: FRC :. &#187; teatro</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Il sommo dilettante</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 19:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un mondo visto di sghembo, a cavallo di uno spigolo vivo che separa verosimile e finzione nello spazio già fittizio del quadro. La pittura di Savinio è un gioco di specchi che riverbera mito collettivo, memoria individuale e fantasia. In questi giorni, Milano ospita una bellissima mostra che ripercorre, della vita proteiforme di questo sommo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un mondo visto di sghembo, a cavallo di uno spigolo vivo che separa verosimile e finzione nello spazio già fittizio del quadro. La pittura di Savinio è un gioco di specchi che riverbera mito collettivo, memoria individuale e fantasia. In questi giorni, Milano ospita una bellissima <a href="http://www.mostrasavinio.it/">mostra </a>che ripercorre, della vita proteiforme di questo sommo dilettante, il ruolo dell&#8217;arte visiva nella sua poetica.</p>
<p><span id="more-830"></span><img class="alignright size-medium wp-image-831" title="Savinio-Il-sogno-di-Achille" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/Savinio-Il-sogno-di-Achille-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" />Il quadro come dichiarata finzione, luogo dove l&#8217;immaginario si fa oggetto fisico, concreto. La pittura sembra scolpire i suoi soggetti, siano essi esseri antropomorfi, giocattoli, architetture. Il mito si fa corpo nella straordinaria serie di eroi del 1929. Anatomie modellate con immensa forza plastica, a eccezione delle teste. Minuscole, inutili. Quasi a segnalare l&#8217;inanità del pensiero razionale nei tempi aurei del mito.</p>
<p>E poi quelle teste non sviluppate o atrofizzate si mutano in capi di animali. Struzzi, cervi, uccelli i cui corpi &#8211; non più nudi della loro innocenza atletica di eroi &#8211; si rivestono di abiti borghesi, sgargianti. Oppure diventano i volti prototipici della scultura greca, ritrovati sotto il velo di contemporanei come Apollinaire.</p>
<p>Ancora: giocattoli enormi e città in miniatura, colori naturalistici spezzati dall&#8217;esplosione di forme cromatiche accese e taglienti, quasi fulmini che squarciano il cielo. Foreste impenetrabili e architetture oniriche, spesso inquadrate in una quinta sghemba &#8211; una porta, una finestra, una tenda che ondeggia. Pittura che rimanda al teatro, e al teatro sono dedicate le ultime sale della mostra, che conservano bozzetti di scene e di costumi.</p>
<p>Savinio musicista, Savinio scrittore, Savinio pittore. La sua letteratura e la sua pittura, pur mantenendosi nettamente distinte, offrono immagini complementari, si fanno specchi deformanti &#8211; ma pur sempre specchi &#8211; l&#8217;una dell&#8217;altra. Artista e intellettuale &#8220;completo&#8221;? No. Perfetto dilettante. Che, come dice la parola stessa, si diletta, si diverte, gioca. Tra le sue pagine e sulle sue tele aleggia un sorriso, una vena sottile d&#8217;ironia che sta lì a dire: &#8220;Non prendetemi sul serio, non lo faccio neanch&#8217;io!&#8221;</p>
<p>Eppure che scrittore, e che pittore, è stato&#8230;</p>
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		<title>Lo spettacolo del corpo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 07:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I corpi, le luci e ombre, le forme, i veli, i costumi, i ritmi, le scene: Botanica &#8211; ma sarebbe più corretto &#8220;Organica&#8221; &#8211; è uno spettacolo totale, uno spettacolo nel senso proprio della parola. Lo spettatore è travolto e coinvolto attraverso lo stupore, l&#8217;emozione, il godimento estetico. Le mille trovate sceniche e coreografiche sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I corpi, le luci e ombre, le forme, i veli, i costumi, i ritmi, le scene: Botanica &#8211; ma sarebbe più corretto &#8220;Organica&#8221; &#8211; è uno spettacolo totale, uno spettacolo nel senso proprio della parola. Lo spettatore è travolto e coinvolto attraverso lo stupore, l&#8217;emozione, il godimento estetico. Le mille trovate sceniche e coreografiche sono una sorpresa continua, una sorpresa alla quale io e mia madre abbiamo assistito ieri sera a bocca aperta, come bambini al circo.</p>
<p><span id="more-770"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/momix.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-771" title="momix" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/momix-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>E c&#8217;è qualcosa del gusto infantile, del gioco, in questo spettacolo fatto di numeri diversi il cui filo conduttore è quello della natura: elementi vegetali e animali, a tratti anche minerali, prendono forma attraverso la regia e, soprattutto, grazie ai corpi dei ballerini. Perché l&#8217;ho sempre pensato, io, che il corpo umano è enormemente espressivo, ma è guardando questi uomini e donne che lo hanno allenato a piegarsi, dilatarsi, elevarsi che questa capacità assume forza e presa.</p>
<p>Uno specchio trasforma una donna in ragno, una gabbia di fili basta a fare di un&#8217;altra una trottola lucente; un costume lega a coppie centauri che trottano sul palco; una vela bianca rende un uomo un fiore che si apre e timidamente si richiude su se stesso. La musica è ritmo, quando pacato, quando invece accelerato e battente. I colori concorrono all&#8217;armonia dell&#8217;insieme che è costruita, però, su dissonanze, contrasti, sorprese appunto.</p>
<p>Ma la coreografia non è mai artificio fine a se stesso. Gli elementi, le trovate, sono sempre semplici. Una trama fosforescente mima una danza di forme animali o batteriche mentre altrove sono semplici tutù a regalare la grazia di corolle alle ballerine. Un velo bianco spumeggia come mare, un tubo che unisce le braccia regala ritmi ondulanti alla danza. Meraviglia e grazia, leggerezza e forza sono i tratti distintivi dello spettacolo.</p>
<p>Dopo una giornata di pioggia battente e chilometri e ore in auto, in mezzo a un pubblico maleducato, che arriva in ritardo e rumoreggia, i Momix sono riusciti a proiettarmi per un attimo in un&#8217;altra dimensione, quella dell&#8217;arte e della fantasia, dove il corpo &#8211; forte, sensuale, bello e grottesco &#8211; è assoluto, e splendido, protagonista.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=WrBZmZY91oI&amp;NR=1">Un assaggio qui.</a></p>
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		<title>Come sa urlare il corpo</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 09:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il tempo che segue&#8221;. Si chiama così lo spettacolo teatrale del gruppo Mamunda/Compagnia Filò di Genova, tratto dal libro di Claudia Priano &#8220;Smettila di camminarmi addosso&#8221;. In scena ieri e oggi, alle 18.30, alla Casa delle Culture di Roma, si presenta come un insieme di &#8220;quadri&#8221; che raccontano, attraverso l&#8217;uso sapiente del corpo, i momenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il tempo che segue&#8221;. Si chiama così lo spettacolo teatrale del gruppo Mamunda/Compagnia Filò di Genova, tratto dal libro di Claudia Priano &#8220;Smettila di camminarmi addosso&#8221;. In scena ieri e oggi, alle 18.30, alla Casa delle Culture di Roma, si presenta come un insieme di &#8220;quadri&#8221; che raccontano, attraverso l&#8217;uso sapiente del corpo, i momenti salienti del libro.</p>
<p><span id="more-465"></span></p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/Iltempochesegue.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-466" title="Iltempochesegue" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/Iltempochesegue-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>Non dev&#8217;essere stato facile creare e interpretare questo spettacolo. Come non deve essere stato facile scrivere il libro. Perché Claudia racconta l&#8217;irraccontabile, la violenza domestica sulle donne, il marcio che cova nelle famiglie cosiddette &#8220;normali&#8221;. E tocca il cuore del problema: la solitudine, la negazione del corpo che è anche negazione della persona, il silenzio.</p>
<p>Come tutto questo può farsi teatro? Un modo è questo. Tre attrici in scena. Un testo ridotto all&#8217;osso. Un racconto affidato soprattutto al corpo, alla gestualità, all&#8217;intensità del movimento e alla concentrazione dell&#8217;azione scenica. Un pugno nello stomaco. Tanto che, a un certo punto, mi sono fisicamente piegata sulla sedia, come se davvero mi avessero colpito.</p>
<p>Ci sono &#8220;quadri&#8221; così mestamente dolorosi da asciugare la commozione. Un dolore che annichilisce, come appunto quello di subire violenza dalle persone che più ti sono prossime. Il corpo negato dalla violenza e dal silenzio che l&#8217;avvolge socialmente, si fa macchina, meccanismo imprigionato in gesti ripetitivi, meccanici. Un manichino vuoto, la donna svuotata da e di se stessa.</p>
<p>Le attrici, poi. Intense, vicine. Ognuna è una donna diversa e ognuna è tutte le donne. Devono aver fatto un gran lavoro su loro stesse, perché certi rimossi ce li portiamo sulla pelle anche nella consapevolezza. Oggi sarò di nuovo con loro. A soffrire queste immagini dalle quali si ha la tentazione di fuggire e che invece bisogna trovare il coraggio di guardare apertamente negli occhi.</p>
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		<title>Connessioni</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 12:43:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un periodo in cui le cose mi sembrano tutte correlate tra loro, unite in una ragnatela di significati che è difficile districare per scegliere di cosa parlare o non parlare. Avevo voglia di scrivere qualcosa sui Diari di Sylvia Plath e mi ero appuntata alcuni brani. Poi ieri ho visto a teatro l’Amleto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">È un periodo in cui le cose mi sembrano tutte correlate tra loro, unite in una ragnatela di significati che è difficile districare per scegliere di cosa parlare o non parlare. Avevo voglia di scrivere qualcosa sui Diari di Sylvia Plath e mi ero appuntata alcuni brani. Poi ieri ho visto a teatro l’Amleto di Lella Costa. Cosa c’entrano l’uno con l’altro? Forse poco, forse moltissimo.</p>
<p><span id="more-33"></span></p>
<p style="text-align: left;">Cominciamo dalla Plath. Il testo è – questa la definizione che meglio lo rappresenta per me – urticante. Il suo disagio verso la vita, il suo amore per la scrittura che ha però bisogno del successo percorrono tutte le pagine. Così come l’invidia e i sentimenti di astio verso chi la circonda. Anche l’amore ha tinte distorte, eppure così vere. Come quando ripensa all’incontro con il futuro marito Ted Huges e a cosa l’ha spinta a sceglierlo come suo compagno:</p>
<p style="text-align: left;">Lascia che la vita accada. (…) Perché, perché? Non avevo idee ma sensazioni. Provando sensazioni ho trovato quello di cui andavo in cerca, ho trovato l’unico che volevo e l’ho capito non con la testa ma nel calore della verità, aspracuta e al sicuro come un topo nel formaggio.</p>
<p style="text-align: left;">Ma che dire dell’amore verso se stessa? Beh, quello è veicolato dalla scrittura. Solo nella forza e nel riconoscimento delle proprie parole la Plath si sente avvolta dal calore altrui:</p>
<p style="text-align: left;">Sentivo che se non avessi scritto nessuno mi avrebbe riconosciuta come essere umano. La scrittura, allora, era la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo. E molto di più: un modo di ordinare e riordinare il caos dell’esperienza.</p>
<p style="text-align: left;">Un modo di ordinare il caos. Anche io ho sempre pensato la scrittura così, e così l’ho vissuta nei passaggi più importanti della vita in questi ultimi anni. E, certo, anche come richiesta d’amore per quella che – forse – è la parte più vera di me. E bellissimo anche quanto scrive rispetto a come arrivare ad affermare il proprio stile:</p>
<p style="text-align: left;">Come superare le mie ingenuità di scrittura? Leggendo gli altri e pensando forte. Senza superare mai i limiti della mia voce, così come la conosco.</p>
<p style="text-align: left;">Il coraggio di parlare con la propria voce è quanto manca a tanta letteratura. Perché si guarda fuori, si cerca il lettore prima ancora di ascoltarsi per scoprire cosa si ha da dire, e come. Questa frase la vorrei scolpire nel marmo, la vorrei sempre presente: leggere e ‘pensare forte’. Ma mantenere la propria voce.</p>
<p style="text-align: left;">L’ultimo brano che ho segnato torna alla vita, alla necessità di essere nel mondo. E descrive così bene la malinconia della distanza che a volte, in questi mesi, mi ha colto d’improvviso:</p>
<p style="text-align: left;">Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.</p>
<p style="text-align: left;">E Amleto? Che c’entra Amleto? Intanto: la rivisitazione della Costa è straordinaria, non solo per la sua bravura ma anche per la rilettura in chiave attuale (non ‘moderna’) del testo. Alla ricerca dei valori del mito che lo rendono ancora oggi tra le stelle fisse del pensiero. E Amleto è, per molti aspetti, donna. La sua follia, veicolata dall’attrice, è vicina a quella della Plath, al suo disagio verso un mondo meschino e squallido ma anche verso un se stesso che non si riconosce.</p>
<p style="text-align: left;">Mi piacerebbe avere il testo dello spettacolo, alcuni brani sono sensazionali. Il monologo iniziale trasforma l’essere o non essere in esplodere o implodere. Un filo rosso che attraversa tutto lo spettacolo e attualizza, appunto, la domanda centrale del testo shakespeariano.</p>
<p style="text-align: left;">In un’intervista, Lella Costa dice: “Le situazioni emotive di cui Amleto si fa carico lo rendono molto più decifrabile e vicino alla sensibilità femminile, senza volere ovviamente mancare di rispetto a quella maschile. Il dubbio amletico è quello cui ci si trova quotidianamente di fronte, le scelte e soprattutto se ‘sarò ancora io dopo quella scelta’, una condizione di assunzione di responsabilità con cui la donna ha familiarità quotidiana”.</p>
<p style="text-align: left;">Il tema di cosa siamo e dell’assunzione di responsabilità rispetto a quanto possiamo essere è incarnato più volte non solo da Amleto, ma anche da Ofelia. E qui mi mancano le bellissime parole della Costa, che spero di recuperare presto…</p>
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