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	<title>.: FRC :. &#187; storie</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Nebbia a Venezia</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aria lattiginosa e gelida, dita umide che si insinuano in ogni fessura dei vestiti, edifici che sfumano nel cielo come disegni a pastello su cui si passa un dito. Venezia in autunno, avvolta in questo bianco silenzioso e disertata dai turisti, è un regalo insperato e prezioso per un fine settimana di solitudine accogliente. Parentesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aria lattiginosa e gelida, dita umide che si insinuano in ogni fessura dei vestiti, edifici che sfumano nel cielo come disegni a pastello su cui si passa un dito. Venezia in autunno, avvolta in questo bianco silenzioso e disertata dai turisti, è un regalo insperato e prezioso per un fine settimana di solitudine accogliente. Parentesi candida entro giornate frenetiche come girandole; passi che rincorrono passi in ore senza tempo.</p>
<p><span id="more-952"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_01751.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-954" title="IMG_0175" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_01751-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>Una giornata di interminabile vagabondaggio. I pochi turisti lasciati a sfarinarsi alle mie spalle intorno alla stazione, ho piegato verso il Ghetto e mi sono lasciata trasportare dalle mie gambe in un lunghissimo andirivieni tra calli e campi e campielli, tra canali color petrolio e palazzi diroccati che franano nell&#8217;acqua che li rispecchia già a brandelli. Tanti i cul de sac, le calli che finiscono contro un muro o in tre gradini sul canale. Giardini dietro grate di metallo mangiato dalla ruggine, alberi spogli ma carichi di arance.</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_0203.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-955" title="IMG_0203" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_0203-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>E il silenzio. Qui ti accorgi di quanto le macchine siano ormai un sottofondo costante: le orecchie quasi ronzano per l&#8217;assenza. Pochi tacchi a battere il selciato di Cannaregio, veneziani per lo più. Chi a far la spesa, chi a portare fuori il cane, i bambini a uscire correndo dalle scuole inondando ponticelli e rive. Fino a uscire sulla laguna inghiottita dalla nebbia, dove l&#8217;isola di San Michele con i cipressi del cimitero si dissolve tra acqua e cielo. E ancora i piedi a portarmi via verso l&#8217;arsenale, verso l&#8217;Isola di San Pietro deserta con i suoi filari di alberi neri e le sue panchine rosso fuoco.</p>
<p>La cena regala sapori speciali: il fegato bruno e la cipolla bionda, la farina gialla striata di nero della polenta alla griglia, l&#8217;amarognolo delle &#8220;castraùre&#8221; &#8211; carciofini teneri e saporiti. E un buon bicchiere di Refosco a scaldare lo stomaco e le membra indolenzite dal tanto camminare. La notte è piena di sonno e vuota di sogni, carica di stanchezza del corpo e appagamento degli occhi.</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_0207.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-956" title="IMG_0207" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/IMG_0207-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a>Ho ancora un buon pezzo di giornata per perdermi nel Palazzo Ducale, al museo Correr, alla biblioteca Marciana e a San Marco. Anche qui i turisti non sono molti: li vedi solo quando sei intruppato dentro la sfavillante basilica, la tua voglia di scordare il mondo per un&#8217;ora spintonata da giapponesi urlacchianti, tedeschi corpulenti, bambini frignanti. Davvero difficile immergersi in questo spazio architettonico magico, sottolineato dalla luce dei mosaici e dalle geometrie infinite dei pavimenti marmorei. Ma dov&#8217;erano tutte queste persone prima? Palazzo e musei attraversati quasi in solitaria, con lunghe soste di fronte ai pezzi del Bellini, ai teleri di Tintoretto, alla minuscola pietà di Cosmè Tura del museo Correr, dirompente per forza ed espressione.</p>
<p>Verso la stazione, di nuovo calli desolate, campi metafisici nella loro solitudine, canali opachi e maleodoranti che, piano piano, mangeranno questa città meravigliosamente decadente. Novembre a Venezia, con la nebbia. Un regalo insperato.</p>
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		<title>Benvenuta Ipazia!</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 17:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sapevo che non avrei resistito a lungo senza un gatto a far danni per casa. Così venerdì scorso, con Andrea, siamo andati a prendere una micro micina di un mese e mezzo. Femmina, come desiderava lui. E nera, tutta nera, senza nemmeno un pelo bianco. L&#8217;abbiamo chiamata Ipazia e ci sembra che il nome [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sapevo che non avrei resistito a lungo senza un gatto a far danni per casa. Così venerdì scorso, con Andrea, siamo andati a prendere una micro micina di un mese e mezzo. Femmina, come desiderava lui. E nera, tutta nera, senza nemmeno un pelo bianco. L&#8217;abbiamo chiamata Ipazia e ci sembra che il nome le si adatti a meraviglia. Vispissima e coccolona, sta già riempiendo le mie giornate, anche perché abbiamo instaurato un rapporto simile a quello dell&#8217;ochetta con Lorenz.</p>
<p><span id="more-916"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/Ipazia1268111.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-918" title="Ipazia126811" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/Ipazia1268111-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Ipazia l&#8217;abbiamo presa in Umbria, da una coppia che ha salvato la sua cucciolata semiabbandonata. Ha mostrato subito un caratterino assai diverso da quello di Otto. Tanto lui era pauroso e timido, quanto lei è intraprendente. A casa di mia madre, nella grande stanza da letto, ha subito preso le misure. Ha capito che dal letto riusciva a scendere ma per salire doveva arrampicarsi con le unghie, ha trovato la cassetta, ha mangiato e bevuto e poi è venuta fuseggiando a pretendere una buona dose di coccole.</p>
<p>Le foto non rendono l&#8217;idea: è poco più grande della mia mano. Ha circa un mese e mezzo ma si vede che ha dovuto fare un corso accelerato di adattamento alla vita. Anche qui a Roma, dove l&#8217;ho portata questo pomeriggio, ha preso immediatamente le misure di casa, individuato cibo e cassetta. E letto dove prendersi le coccole. Otto, a suo tempo, passò una settimana sotto un mobile: è proprio vero che anche gli animali hanno un carattere individuale e unico!</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/Ipazia226811.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-919" title="Ipazia226811" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/Ipazia226811-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Ipazia è l&#8217;ultima tappa di una bella estate. E mi aiuta a mantenere fermo il sorriso anche ora che, piano piano, le attività riprendono. Ho un altro microbo di cui prendermi cura, oltre a quello di un metro e quaranta pieno di lentiggini (che però, ancora per qualche giorno, si gode la campagna). Anche il blog l&#8217;ho lasciato un po&#8217; dormire perché la mia, per quanto breve, è stata vacanza davvero.</p>
<p>E adesso scappo: Ipazia reclama coccole!</p>
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		<title>L&#8217;eredità delle parole</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 12:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Semola, il gatto di Sergio, si riposa un minuto di fronte alla finestra della cucina. Lo ospito da dieci giorni, mentre Andrea è al mare col papà. È un gatto rosso di nemmeno un anno, un simpaticissimo terremoto che mette a soqquadro casa ogni notte. E di giorno tenta di venirmi a mangiare dal piatto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Semola, il gatto di Sergio, si riposa un minuto di fronte alla finestra della cucina. Lo ospito da dieci giorni, mentre Andrea è al mare col papà. È un gatto rosso di nemmeno un anno, un simpaticissimo terremoto che mette a soqquadro casa ogni notte. E di giorno tenta di venirmi a mangiare dal piatto, allungando in un lampo la zampa e portandosela alla bocca come fosse un cucchiaio.</p>
<p><span id="more-906"></span></p>
<div id="attachment_910" class="wp-caption alignright" style="width: 208px"><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/semola.jpg"><img class="size-medium wp-image-910  " title="semola" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/semola-300x288.jpg" alt="" width="198" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Semola a due mesi</p></div>
<p>Mi avvicino per fargli una carezza, e dalle labbra mi sfugge la parola &#8220;filibustiere&#8221;. Ne sento il suono prima ancora di averla compitata in testa e mi colpisce come una frustata: era un termine che usava mio padre con le bestie o con i bambini, come sinonimo di mascalzone. E io lo so che non è una parola &#8216;mia&#8217;, che forse mai l&#8217;ho adoperata in questo modo. Ma è proprio un&#8217;eco, un altra veste di cui si copre il ricordo.</p>
<p>E sarà un caso, certo lo è, ma oggi è il 27 luglio. Mio padre se ne è andato 5 mesi fa, il 27 febbraio; Otto tre mesi dopo, il 27 maggio. Oggi mi ritrovo in bocca una parola paterna e la rivolgo a un gatto che non è il mio. La memoria è un terreno curioso, oscuro come un bosco fitto, con improvvise radure invase di sole.</p>
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		<title>Cortocircuiti</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 08:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tempo ha una trama complicata. Non solo nell&#8217;immagine che ne dà la scienza, anche nella percezione individuale e quotidiana. Una quarta dimensione dell&#8217;esistenza assai meno lineare delle tre dimensioni spaziali, quasi un fazzoletto appallottolato che si ripiega su se stesso in maniera caotica, sovrapponendo passato e futuro in quell&#8217;unico punto che ci è dato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tempo ha una trama complicata. Non solo nell&#8217;immagine che ne dà la scienza, anche nella percezione individuale e quotidiana. Una quarta dimensione dell&#8217;esistenza assai meno lineare delle tre dimensioni spaziali, quasi un fazzoletto appallottolato che si ripiega su se stesso in maniera caotica, sovrapponendo passato e futuro in quell&#8217;unico punto che ci è dato vivere: il presente.</p>
<p><span id="more-901"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/corto-circuito.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-902" title="corto-circuito" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/07/corto-circuito-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>La narrazione è sempre stata un modo di intrappolare il tempo, dargli un ordine, cronologico o meno, non è questo che conta. Il racconto è sempre, in qualche modo, racconto di un tempo. E lo sanno bene gli scrittori che hanno esplorato la possibilità di ritrarlo in ogni maniera. Possibilità quasi infinita, e ricca di meravigliose sfumature. Leggere è spesso un modo di prendere coscienza della molteplicità del tempo, della sua controintuitiva capacità di scorrere in ogni direzione.</p>
<p>C&#8217;è un altro modo, però, di avvicinare questo pensiero. Capita quando ci si trova in una piega del fazzoletto, quando la vita attraversa quelle linee incerte di sovrapposizione. Un cortocircuito di passato e presente e futuro che si rende materiale, visibile, percorribile. E dispiega paesaggi noti e inauditi. Come guardare una propria foto senza riconoscersi subito. Chi è &#8211; ti chiedi &#8211; questa donna? Ha un&#8217;aria determinata, o fragile, o attenta. Ma solo dopo avere osservato a lungo riconosci il tuo viso.</p>
<p>Sto camminando in un canyon del fazzoletto della mia vita. Persone di un passato recente e altre di un passato remoto tornano a far parte del mio presente. Spiragli di futuro si affacciano da scorci impensati, inviano segnali di fumo oltre cortine di vette apparentemente invalicabili. I piedi tastano il terreno con cautela per paura di cadere. Eppure questo sovrapporsi dei tempi nel presente è eccitante. Soprattutto se apre il suo aspro orizzonte dopo un lungo vagabondaggio in una landa desolata&#8230;</p>
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		<title>Libri, storia e maestri</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 16:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamattina mi sono aggregata a una lezione particolare: Franco Ghione, con il quale collaboro all&#8217;università di Tor Vergata, ha portato i suoi studenti del corso di storia e didattica della matematica alla biblioteca Angelica. Attigua alla chiesa di Sant&#8217;Agostino, la biblioteca è attiva dal 1604 ed è stata una delle prime biblioteche aperte al pubblico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina mi sono aggregata a una lezione particolare: Franco Ghione, con il quale collaboro all&#8217;università di Tor Vergata, ha portato i suoi studenti del corso di storia e didattica della matematica alla biblioteca Angelica. Attigua alla chiesa di Sant&#8217;Agostino, la biblioteca è attiva dal 1604 ed è stata una delle prime biblioteche aperte al pubblico (non solo religioso) in Europa. Ha un fondo di testi antichi (cioè pubblicati tra il Cinquecento e l&#8217;Ottocento) di circa 120.000 volumi, prevalentemente, ma non esclusivamente, relativi alla storia della religione.</p>
<p><span id="more-867"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/biblio_angelica.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-869" title="biblio_angelica" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/biblio_angelica-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Una bibliotecaria ci ha introdotto al salone monumentale, costruito da Vanvitelli nel Settecento, che tutt&#8217;ora funziona sia come luogo di conservazione, sia come spazio di consultazione. L&#8217;impatto è estremamente suggestivo: l&#8217;altissima volta corona pareti interamente coperte di scaffali lignei; gli austeri banchi, anch&#8217;essi in legno con lampade di bronzo in ogni postazione, sono posti su due file &#8216;introdotte&#8217; da due mappamondi secenteschi, uno del cielo, l&#8217;altro della terra. Il silenzio che solo le vecchie biblioteche sanno far suonare con tanta purezza sembra abbracciato dagli antichi muri di carta, che attutiscono ogni suono.</p>
<p>La lezione vera e propria si è svolta in una piccola sala sottostante il salone. Qui Franco aveva fatto preparare alcuni testi affinché i suoi studenti (e io che mi sono imbucata!) potessero consultarli: una <em>Geografia</em> di Tolomeo cinquecentesca con illustrazioni a colori; il <em>De Divina Proportione</em> di Pacioli, con incisioni tratte dalle illustrazioni leonardesche; gli <em>Elementi</em> di Euclide tradotti in volgare da Tartagla; i testi matematici dello stesso Tartaglia, di Bombelli, di Cardano; alcune delle prime edizioni di Galileo (il<em> Sidereus Nuncius</em>, il <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo</em>); l&#8217;opera di Keplero&#8230;</p>
<p>Dopo aver  lasciato piena libertà agli studenti di sfogliare le pagine e innamorarsi della bellezza e del fascino di questi volumi (il fruscio morbido delle pagine spesse, l&#8217;armonico alternarsi dei bianchi, del testo, delle immagini, l&#8217;impressione dei caratteri), Franco ha letto alcuni brani, sottolineando l&#8217;importanza del rapporto con le fonti primarie e il privilegio che tutti possono godere &#8211; grazie a questa biblioteca &#8211; di accedere liberamente ai libri antichi.</p>
<p>Ma, come sempre, il suo discorso è stato ricco di ponti con il presente, teso a sottolineare come la storia possa essere  una disciplina viva, un utile strumento per leggere l&#8217;attualità e un fondamentale armamentario didattico (per  esempio come miniera di &#8216;parole&#8217;, di una terminologia che aiuti a spiegare i concetti senza ricorrere a espressioni trite). E mentre guardavo i volti attenti di questi ragazzi, mi sono rammaricata di non aver avuto, al tempo dei miei primi studi universitari, un professore così. Un maestro, cioè. Una persona che è in grado di mostrarti una strada, di fornirti la carta per percorrerla, di tenerti per mano per un tratto, per poi lasciarti andare. Sapendo che lui per primo si augura che tu arrivi più lontano.</p>
<p>Una giornata così ti lascia dentro tanto. La scoperta di un luogo magico &#8211; la biblioteca nel cuore del centro. Il contatto fisico con il libro antico e con tutto quanto si porta dietro in termini di sedimentazione della cultura, di circolazione delle idee, di ricchezza. E l&#8217;opportunità di sbirciare un maestro all&#8217;opera. Fortuna che di imparare non si finisce mai&#8230;</p>
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