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	<title>.: FRC :. &#187; scrittura</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Ciao Sergio</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 08:16:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di un anno fa, quando mio padre se ne è andato,  mi hai scritto che, con le mie parole, l&#8217;avrei sicuramente reso felice perché &#8220;una volta arrivato da qualche parte, si è subito trovato qualcosa da leggere&#8221;. Allora ecco, adesso che anche tu sei partito per raggiungerlo &#8220;da qualche parte&#8221;, ho pensato di regalarti un sorriso, dopo tanta brutale sofferenza. Voglio pensarti con un bicchiere di buon vino, la sigaretta a consumarsi tra le dita, e una pagina davanti. Tu e la tua implacabile penna, prolungamento tagliente di una mente affilata e sottile, capace di sezionare come un bisturi ogni testo, per estrarne il frutto profondo e più vero.</p>
<p><span id="more-1009"></span>Tutto quello che ho scritto è passato per le tue mani, e non sempre ne è uscito indenne. Ma ogni volta, insieme, abbiamo fatto un viaggio che spaziava nella letteratura di ogni tempo, quella vera. Eri un terribile snob in fatto di libri: rivendicavi con forza la differenza, l&#8217;abisso insuperabile che separa la letteratura dalla scrittura &#8220;bassa&#8221;, di genere o di occasione, piccola e ombelicale. E da me pretendevi la &#8220;L&#8221; maiuscola: solo quello doveva essere l&#8217;obiettivo, niente di meno e niente di diverso. Ma la tua attenzione era per me una ricompensa sufficiente, la cura con cui leggevi le mie pagine, la perizia certosina con cui le passavi al vaglio, il sorriso con il quale me le restituivi.</p>
<p>Porterò con me come un regalo prezioso la lettura ad alta voce del mio romanzo, nel caldo dell&#8217;estate umbra, dalla mattina presto fino alla sera tardi. La tua voce inconfondibile, che molti ricorderanno in radio, io la ho avuta tutta per me, per sentire l&#8217;effetto delle mie parole nella bocca altrui, il loro peso o il loro svigorire. E alla voce pensavi &#8211; deformazione da sceneggiatore &#8211; quando mi spingevi a lavorare sui dialoghi, a far emergere il tono dei personaggi, il vocabolario loro proprio. Ho imparato molto, Sergio, dal lavoro che abbiamo fatto insieme, dall&#8217;attenzione professionale che mi hai generosamente regalato.</p>
<p>I libri: quanti me ne hai regalati, quanti autori mi hai fatto scoprire e amare! <em>La voce a te dovuta</em> di Salinas è stato il primo. Avevi appena letto <em>Quello che non ti ho detto</em> e mi scrivesti che, in qualche modo, ti aveva fatto pensare al poeta spagnolo. E poi il tuo Portogallo: Saramago, certo, ma anche il sorprendente Lobo Antunes del quale tanto abbiamo parlato. Il suono liquido di una cadenza portoghese addolciva a volte la tua voce scura. Il ricordo di quella terra e della sua gente faceva spesso capolino nelle nostre conversazioni.</p>
<p>Mi piaceva starti ad ascoltare. Eri un grande affabulatore e una persona ricca, nonostante il tuo carattere burbero e, a volte, duro. Senza mezzi termini e senza compromessi. Non era facile starti vicino, però era bello. Almeno per me, la <em>nina mala</em>, come mi avevi ribattezzato. E, mi dicevi spesso, tra cattivi ce la intendevamo&#8230; Fino a non molto tempo fa, capitava di incontrarsi a tavola, di assaporare qualcuno dei tuoi manicaretti: preciso e opulento nella cucina come nel resto, eri un cuoco davvero speciale. Ti piacevano le cose buone della vita: il cibo, il vino, le sigarette, il sesso, la lettura, il cinema&#8230;</p>
<p>Ti piaceva la tua solitudine, che non volevi barattare con la comodità. Fino alla fine, anche in maniera ormai irragionevole, hai cercato di difendere la tua autonomia, il tuo pudore davanti alle devastazioni della malattia. Lo hai fatto a modo tuo, anche arrabbiandoti e ferendo chi voleva solo starti vicino. Ma sei rimasto te stesso fino all&#8217;ultimo.</p>
<p>Sono contenta di essere riuscita a salutarti. Poco più di un&#8217;ora a carezzarti una mano evanescente, senza la certezza che tu mi abbia riconosciuta (ma un lampo negli occhi mi ha fatto pensare, forse illudere, che sì, mi hai visto accanto a te). Sono passati solo pochi giorni, nemmeno una settimana, ma il tempo, in queste circostanze, fa brutti scherzi. Il dolore lo dilata, la fine lo contrae in un unico punto di rimpianto e mancanza. Mi mancherai Sergio. E mancherai anche al tuo amichetto Andrea, che ancora parla dei tuoi &#8220;bicipiti possenti&#8221; e legge <em>Capitani coraggiosi</em> forte della tua bella lettera che lo accompagnava.</p>
<p>Ma ora basta perché, come hai scritto tu, &#8220;La scrittura autoconfessionale sa troppo spesso di sentimentalismo, poco sopportabile quando mette l’accento sull’esclusività del rapporto tra l’&#8217;io&#8217; e il &#8216;tu&#8217;&#8221;. Ti saluto, allora, ma ti tengo anche con me. Se devo immaginarti un paradiso, lo penso come un grande spazio di libertà. E di parole.</p>
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		<title>Geografia quotidiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può più rimandare: l&#8217;anno lavorativo e scolastico è cominciato, con tutto il suo ingorgo di impegni, di spostamenti, di movimenti frenetici. Di tempo che scivola dalle mani come un&#8217;anguilla, di stanchezza che si accumula sugli occhi alla sera, tira giù le palpebre come tendaggi pesanti. Ma anche di sorrisi che mi vengono a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può più rimandare: l&#8217;anno lavorativo e scolastico è cominciato, con tutto il suo ingorgo di impegni, di spostamenti, di movimenti frenetici. Di tempo che scivola dalle mani come un&#8217;anguilla, di stanchezza che si accumula sugli occhi alla sera, tira giù le palpebre come tendaggi pesanti. Ma anche di sorrisi che mi vengono a trovare spesso, di una serenità che non ha grandi appigli ma che ha deciso di non arrendersi. E in questa ripresa, la geografia ha un suo posto, perché indica spostamenti e richiami a culture diverse&#8230;</p>
<p><span id="more-924"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-925" title="foto_mappe_antiche_22" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Mi spiego. Delle piccole novità che ogni anno costellano il nuovo avvio, ce ne sono alcune che implicano uno spostamento del pensiero in aree geografiche e culturali lontane. Casuali, ma forse nemmeno troppo: questo paese mi sta sempre più stretto, così come la sua (in) cultura. Per tornare a viverlo e apprezzarlo sento il bisogno di allontanarmi. E poiché non ho molte possibilità di farlo realmente, lo faccio con la testa, che in fondo è la mia parte più vitale.</p>
<p>Intanto, mi sono iscritta a un corso di arabo per principianti. Sono terribilmente interessata alla storia della scienza arabo-islamica medievale e la lingua è una chiave di accesso privilegiata. Soprattutto perché l&#8217;arabo classico (quello scritto, letterario e ufficiale) non è mai cambiato. E la scrittura araba è un mondo di ricchezza, anche estetica. Perciò mi piacerebbe imparare a leggere e scrivere, obiettivo che richiederà &#8211; immagino &#8211; anni di studio, ma che penso valga la pena darmi.</p>
<p>Andrea, invece, ha iniziato a fare kung fu. Una sua scelta, di fronte alla quale non ho espresso (pre) giudizi. E ora siamo in due a esserne entusiasti. Entrare nella filosofia dell&#8217;arte marziale significa anche ragionare dell&#8217;equilibrio tra potere della mente e controllo del corpo. Oltre che orientarsi alla disciplina e al rispetto. Tutti aspetti altamente formativi per un bambino e non solo&#8230; Un approccio al cosiddetto sport molto, molto diverso da quello competitivo occidentale. Ogni volta resto a guardare affascinata il mio piccolo impegnato a riprodurre gesti, ascoltare pensieri, vivere questa esperienza con ragazzi molto più grandi di lui. E gli sta facendo molto, molto bene sul carattere e sul comportamento.</p>
<p>Infine, una piccola rivoluzione nella geografia familiare. Mia nipote che da Firenze viene a vivere a Roma e, temporaneamente, da me. Con gli ovvi problemi di spazio, ma anche la gioia di averla vicina, la tranquillità di poter contare su di lei per un aiuto con Andrea, la felicità del piccolo all&#8217;idea di convivere per un po&#8217; con l&#8217;adorata cugina. Strano però&#8230; E&#8217; così tanto tempo che non convivo con un adulto&#8230;</p>
<p>Ecco, così si riposizionano i miei luoghi quotidiani. Mentre continuo a viaggiare nella scrittura e, anche, nella lettura (Vollmann, con la sua storia simbolica della fondazione dell&#8217;America). Sperando che i piedi, prima o poi, possano seguire la mente&#8230;</p>
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		<title>Quel confine incerto</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 20:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel giro di pochi giorni ho finito due libri che, in maniera diversa e con esiti secondo me opposti, affrontano entrambi il tema del rapporto tra realtà e finzione. In un caso, Il sogno del Celta di Vargas Llosa, l&#8217;autore si confronta con la storia; nel secondo, Non saremo confusi per sempre di Mancassola, lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giro di pochi giorni ho finito due libri che, in maniera diversa e con esiti secondo me opposti, affrontano entrambi il tema del rapporto tra realtà e finzione. In un caso, <em>Il sogno del Celta</em> di Vargas Llosa, l&#8217;autore si confronta con la storia; nel secondo, <em>Non saremo confusi per sempre</em> di Mancassola, lo scrittore è alle prese con la cronaca. In tutti e due i libri, comunque, gli obiettivi sono dichiaratamente romanzeschi. Allora il problema è (e me lo pongo anche in relazione a certi miei progetti) se la narrativa può appropriarsi della realtà, e in che termini.</p>
<p><em><span id="more-876"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/confusi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-878" title="confusi" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/confusi-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Il sogno del Celta </em>ricostruisce in forma romanzesca la vita di Roger Casement, console britannico che denuncia la brutale oppressione coloniale in Congo e Amazzonia per poi sposare la causa del nazionalismo irlandese, ma anche redattore dei &#8220;Black Diaries&#8221; che, durante il processo intentatogli in Inghilterra che lo porterà alla morte, mostrano la sua omosessualità e, forse, pedofilia. <em>Non saremo confusi per sempre</em> è, invece, composto da cinque racconti che prendono le mosse da noti fatti di cronaca: Dirk, il giovane tedesco ucciso da Vittorio Emanuele di Savoia; Alfredino e il pozzo di Vermicino; Eluana Englaro; il piccolo Di Matteo ucciso e sciolto nell&#8217;acido; Federico, il diciottenne di Ferrara trucidato a manganellate da quattro poliziotti.</p>
<p>Operazioni narrative, quindi, molto diverse tra loro. Da un lato la Storia con la &#8220;S&#8221; maiuscola, dall&#8217;altro le storie minime inghiottite dalla quotidianità. Da una parte il romanzo corposo, dall&#8217;altra il racconto breve. Eppure la sfida è analoga: cosa può fare la letteratura? Entro quali limiti può elaborare, reinventare, arricchire vicende ormai consegnate al passato? Anche le risposte dei due autori non potrebbero essere più diverse. Il premio Nobel si tiene per quanto possibile aderente alla realtà; il giovane scrittore italiano intreccia la cronaca con storie di finzione che aprono spiragli di speranza.</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/sognocelta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-879" title="sognocelta" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/sognocelta-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Cosa ne viene fuori? Bene, il romanzo di Vargas Llosa non riesce, a mio avviso, a liberarsi dalle pastoie del passato. Descrive minuziosamente i fatti ma non sa restituire le atmosfere e, soprattutto, l&#8217;umanità dei personaggi e per primo del protagonista. Il suo Casement rimane così impigliato nella stessa ambiguità che lo caratterizza storicamente, e l&#8217;operazione narrativa si risolve in un fallimento. La scelta di Mancassola, invece, è più audace (anche perché compiuta, in larga parte, su vicende i cui testimoni sono vivi e dolorosamente partecipi). Ogni racconto ha una specie di contraltare immaginario, una lama di luce come quelle che disegna una porta socchiusa in una stanza buia. La letteratura si prende la responsabilità e la libertà di consegnarci una fine diversa &#8211; fantasiosa, irreale, plausibile, sconcertante.</p>
<p>Allora mi pare che la narrativa, quando decide di affrontare la realtà, debba avere il coraggio di essere se stessa. Di manipolare, tradire, impastare la storia con i segni, i simboli, le metafore, i colori che le parole creative sanno disegnare. Il limite di questa &#8220;falsificazione&#8221; è assai difficile da posizionare. Probabilmente è sui polpastrelli dello scrittore: è la sua sensibilità a tracciare quel confine così labile che, a volte, sa rendere la letteratura tanto più &#8220;vera&#8221; della realtà.</p>
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		<title>I lettori di domani</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 11:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, in occasione dell&#8217;apertura del Salone del libro di Torino, l&#8217;Istat ha pubblicato le statistiche relative alla lettura in Italia. Una fotografia, nel complesso, abbastanza deprimente, alla quale sarebbe interessante accostarne una su scrittori e pubblicazioni: non si capisce, infatti, come in un paese dove la maggioranza della popolazione (53,2%) dichiara di non aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, in occasione dell&#8217;apertura del Salone del libro di Torino, l&#8217;Istat ha pubblicato le statistiche relative alla lettura in Italia. Una fotografia, nel complesso, abbastanza deprimente, alla quale sarebbe interessante accostarne una su scrittori e pubblicazioni: non si capisce, infatti, come in un paese dove la maggioranza della popolazione (53,2%) dichiara di non aver letto nemmeno un libro in un anno, si continuino a stampare migliaia di volumi.</p>
<p><span id="more-840"></span>Ma tant&#8217;è. Molti dei dati riportati (il comunicato integrale è <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110511_00/testointegrale20110511.pdf">qui</a>) non sono sorprendenti. Certo, corredati dai numeri fanno un certo effetto (il misero 15,1% di lettori forti che hanno letto &#8211; udite udite &#8211; almeno 12 libri in un anno, gli oltre 2 milioni di famiglie che non hanno nemmeno un libro in casa, la differenza di 20 punti percentuali tra Nord e Sud nella presenza di lettori&#8230;), ma quello che mi sembra interessante è il ritratto dei &#8220;lettori di domani&#8221;.</p>
<p>Con un certo stupore, ho infatti scoperto che la più ampia percentuale di lettori si trova tra i ragazzini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni: ben il 65,4%. E si parla di letture al di fuori dagli obblighi scolastici, effettuate nel tempo libero. La quota cala con il crescere dell&#8217;età, ma si mantiene comunque significativa sino ai 20 anni.</p>
<p>Come in tutte le classi d&#8217;età, le femmine leggono più dei maschi (e questo, per me, è un po&#8217; un mistero: tra lavoro, casa e figli, quand&#8217;è che troviamo il tempo per leggere? O è forse che tante altre attività ci sono precluse per gli stessi vincoli?). Tra i 15 e i 17 anni le lettrici sono il 71,3% contro il 49,4 dei maschietti (troppi ormoni in circolo?). In realtà la differenza di genere diminuisce con l&#8217;aumento dell&#8217;età, allo stesso ritmo con cui si riduce, in generale, il numero dei lettori.</p>
<p>Ma la cosa che mi ha colpito di più in questa statistica è la correlazione tra la lettura nei giovani e giovanissimi e l&#8217;ambiente familiare, in termini di libri presenti in casa e di abitudini alla lettura dei genitori. Tra i 6 e i 14 anni, i ragazzi che leggono sono in media il 58,2%, ma raggiungono il 78,1% tra quelli che hanno in casa una biblioteca di almeno 200 volumi. Se di libri in casa non ce ne sono, invece, la percentuale crolla al 23,6%. I figli di genitori lettori sono lettori nel 78,1% dei casi; calano al 39,2% se madre e padre non leggono.</p>
<p>Questa correlazione forte tra abitudini di lettura e ambiente familiare incide in maniera sostanziale, fino a dimezzare &#8211; per esempio &#8211; le differenze territoriali. Segno che, più che la scuola e l&#8217;ambiente sociale, come spesso succede in Italia, conta l&#8217;aria che si respira in casa. Un dato positivo? Egoisticamente potrei dire di sì: Andrea ha ottime probabilità di diventare un lettore. Ma anche scoraggiante in termini di &#8220;mobilità culturale&#8221;: chi vive in un contesto culturalmente povero, ha poche chance di migliorare.</p>
<p>Mi sembra che, ancora una volta, queste statistiche mostrino una situazione di pesante immobilismo, determinata dalla scarsa incidenza delle istituzioni sociali e dal peso abnorme di quelle familiari. Non solo si sta verificando un brusco ritorno indietro nelle prospettive di mobilità sociale (il figlio del dottore farà il dottore, il figlio dell&#8217;operaio l&#8217;operaio), ma anche in termini di aspettative di crescita culturale.</p>
<p>Se fossi una maestra, una professoressa, una docente universitaria, mi verrebbe un po&#8217; da piangere&#8230;</p>
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		<title>Donna, inizio e fine</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 12:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni non mi viene facile scrivere. La scrittura è il mio modo di fare ordine nei pensieri, e adesso c&#8217;è troppa confusione, come in una casa dopo un trasloco. Mobili imballati, cassetti che sputano ricordi dimenticati, oggetti amati che non sanno più parlare. Mi ci vorrà del tempo. Eppure volevo scrivere qualcosa per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni non mi viene facile scrivere. La scrittura è il mio modo di fare ordine nei pensieri, e adesso c&#8217;è troppa confusione, come in una casa dopo un trasloco. Mobili imballati, cassetti che sputano ricordi dimenticati, oggetti amati che non sanno più parlare. Mi ci vorrà del tempo. Eppure volevo scrivere qualcosa per l&#8217;8 marzo, qualcosa per e sulle donne, qualcosa che avesse a che fare con i pensieri che si affastellano in quella casa disordinata.</p>
<p><span id="more-760"></span>Un modo sicuro, allora, è quello di affidarsi alle parole altrui. E in mente mi girava un testo in forma vaga, una poesia, che parlava di quanto mi sto dicendo in questi giorni. Di come, cioè, le donne sappiano vivere l&#8217;inizio e la fine della vita. Per uno di quei casi che viene voglia di chiamare destino, proprio ieri sera &#8211; dormivo già &#8211; un amico, Mirko, mi ha inviato quel testo. Lo ripropongo qui, ringraziando lui e gustando sulla lingua i versi di Sanguineti.</p>
<h3>Ballata delle donne</h3>
<p>Quando ci penso, che il tempo è passato,<br />
le vecchie madri che ci hanno portato,<br />
poi le ragazze, che furono amore,<br />
e poi le mogli e le figlie e le nuore,<br />
femmina penso, se penso una gioia:<br />
pensarci il maschio, ci penso la noia.</p>
<p>Quando ci penso, che il tempo è venuto,<br />
la partigiana che qui ha combattuto,<br />
quella colpita, ferita una volta,<br />
e quella morta, che abbiamo sepolta,<br />
femmina penso, se penso la pace:<br />
pensarci il maschio, pensare non piace.</p>
<p>Quando ci penso, che il tempo ritorna,<br />
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,<br />
penso che è culla una pancia di donna,<br />
e casa è pancia che tiene una gonna,<br />
e pancia è cassa, che viene al finire,<br />
che arriva il giorno che si va a dormire.</p>
<p>Perché la donna non è cielo, è terra<br />
carne di terra che non vuole guerra:<br />
è questa terra, che io fui seminato,<br />
vita ho vissuto che dentro ho piantato,<br />
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,<br />
la lunga notte che divento niente.</p>
<p>Femmina penso, se penso l&#8217;umano<br />
la mia compagna, ti prendo per mano.</p>
<p><em>Edoardo Sanguineti</em></p>
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