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	<title>.: FRC :. &#187; scrittura</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Geografia quotidiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può più rimandare: l&#8217;anno lavorativo e scolastico è cominciato, con tutto il suo ingorgo di impegni, di spostamenti, di movimenti frenetici. Di tempo che scivola dalle mani come un&#8217;anguilla, di stanchezza che si accumula sugli occhi alla sera, tira giù le palpebre come tendaggi pesanti. Ma anche di sorrisi che mi vengono a trovare spesso, di una serenità che non ha grandi appigli ma che ha deciso di non arrendersi. E in questa ripresa, la geografia ha un suo posto, perché indica spostamenti e richiami a culture diverse&#8230;</p>
<p><span id="more-924"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-925" title="foto_mappe_antiche_22" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Mi spiego. Delle piccole novità che ogni anno costellano il nuovo avvio, ce ne sono alcune che implicano uno spostamento del pensiero in aree geografiche e culturali lontane. Casuali, ma forse nemmeno troppo: questo paese mi sta sempre più stretto, così come la sua (in) cultura. Per tornare a viverlo e apprezzarlo sento il bisogno di allontanarmi. E poiché non ho molte possibilità di farlo realmente, lo faccio con la testa, che in fondo è la mia parte più vitale.</p>
<p>Intanto, mi sono iscritta a un corso di arabo per principianti. Sono terribilmente interessata alla storia della scienza arabo-islamica medievale e la lingua è una chiave di accesso privilegiata. Soprattutto perché l&#8217;arabo classico (quello scritto, letterario e ufficiale) non è mai cambiato. E la scrittura araba è un mondo di ricchezza, anche estetica. Perciò mi piacerebbe imparare a leggere e scrivere, obiettivo che richiederà &#8211; immagino &#8211; anni di studio, ma che penso valga la pena darmi.</p>
<p>Andrea, invece, ha iniziato a fare kung fu. Una sua scelta, di fronte alla quale non ho espresso (pre) giudizi. E ora siamo in due a esserne entusiasti. Entrare nella filosofia dell&#8217;arte marziale significa anche ragionare dell&#8217;equilibrio tra potere della mente e controllo del corpo. Oltre che orientarsi alla disciplina e al rispetto. Tutti aspetti altamente formativi per un bambino e non solo&#8230; Un approccio al cosiddetto sport molto, molto diverso da quello competitivo occidentale. Ogni volta resto a guardare affascinata il mio piccolo impegnato a riprodurre gesti, ascoltare pensieri, vivere questa esperienza con ragazzi molto più grandi di lui. E gli sta facendo molto, molto bene sul carattere e sul comportamento.</p>
<p>Infine, una piccola rivoluzione nella geografia familiare. Mia nipote che da Firenze viene a vivere a Roma e, temporaneamente, da me. Con gli ovvi problemi di spazio, ma anche la gioia di averla vicina, la tranquillità di poter contare su di lei per un aiuto con Andrea, la felicità del piccolo all&#8217;idea di convivere per un po&#8217; con l&#8217;adorata cugina. Strano però&#8230; E&#8217; così tanto tempo che non convivo con un adulto&#8230;</p>
<p>Ecco, così si riposizionano i miei luoghi quotidiani. Mentre continuo a viaggiare nella scrittura e, anche, nella lettura (Vollmann, con la sua storia simbolica della fondazione dell&#8217;America). Sperando che i piedi, prima o poi, possano seguire la mente&#8230;</p>
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		<title>Quel confine incerto</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 20:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel giro di pochi giorni ho finito due libri che, in maniera diversa e con esiti secondo me opposti, affrontano entrambi il tema del rapporto tra realtà e finzione. In un caso, Il sogno del Celta di Vargas Llosa, l&#8217;autore si confronta con la storia; nel secondo, Non saremo confusi per sempre di Mancassola, lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giro di pochi giorni ho finito due libri che, in maniera diversa e con esiti secondo me opposti, affrontano entrambi il tema del rapporto tra realtà e finzione. In un caso, <em>Il sogno del Celta</em> di Vargas Llosa, l&#8217;autore si confronta con la storia; nel secondo, <em>Non saremo confusi per sempre</em> di Mancassola, lo scrittore è alle prese con la cronaca. In tutti e due i libri, comunque, gli obiettivi sono dichiaratamente romanzeschi. Allora il problema è (e me lo pongo anche in relazione a certi miei progetti) se la narrativa può appropriarsi della realtà, e in che termini.</p>
<p><em><span id="more-876"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/confusi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-878" title="confusi" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/confusi-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Il sogno del Celta </em>ricostruisce in forma romanzesca la vita di Roger Casement, console britannico che denuncia la brutale oppressione coloniale in Congo e Amazzonia per poi sposare la causa del nazionalismo irlandese, ma anche redattore dei &#8220;Black Diaries&#8221; che, durante il processo intentatogli in Inghilterra che lo porterà alla morte, mostrano la sua omosessualità e, forse, pedofilia. <em>Non saremo confusi per sempre</em> è, invece, composto da cinque racconti che prendono le mosse da noti fatti di cronaca: Dirk, il giovane tedesco ucciso da Vittorio Emanuele di Savoia; Alfredino e il pozzo di Vermicino; Eluana Englaro; il piccolo Di Matteo ucciso e sciolto nell&#8217;acido; Federico, il diciottenne di Ferrara trucidato a manganellate da quattro poliziotti.</p>
<p>Operazioni narrative, quindi, molto diverse tra loro. Da un lato la Storia con la &#8220;S&#8221; maiuscola, dall&#8217;altro le storie minime inghiottite dalla quotidianità. Da una parte il romanzo corposo, dall&#8217;altra il racconto breve. Eppure la sfida è analoga: cosa può fare la letteratura? Entro quali limiti può elaborare, reinventare, arricchire vicende ormai consegnate al passato? Anche le risposte dei due autori non potrebbero essere più diverse. Il premio Nobel si tiene per quanto possibile aderente alla realtà; il giovane scrittore italiano intreccia la cronaca con storie di finzione che aprono spiragli di speranza.</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/sognocelta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-879" title="sognocelta" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/06/sognocelta-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Cosa ne viene fuori? Bene, il romanzo di Vargas Llosa non riesce, a mio avviso, a liberarsi dalle pastoie del passato. Descrive minuziosamente i fatti ma non sa restituire le atmosfere e, soprattutto, l&#8217;umanità dei personaggi e per primo del protagonista. Il suo Casement rimane così impigliato nella stessa ambiguità che lo caratterizza storicamente, e l&#8217;operazione narrativa si risolve in un fallimento. La scelta di Mancassola, invece, è più audace (anche perché compiuta, in larga parte, su vicende i cui testimoni sono vivi e dolorosamente partecipi). Ogni racconto ha una specie di contraltare immaginario, una lama di luce come quelle che disegna una porta socchiusa in una stanza buia. La letteratura si prende la responsabilità e la libertà di consegnarci una fine diversa &#8211; fantasiosa, irreale, plausibile, sconcertante.</p>
<p>Allora mi pare che la narrativa, quando decide di affrontare la realtà, debba avere il coraggio di essere se stessa. Di manipolare, tradire, impastare la storia con i segni, i simboli, le metafore, i colori che le parole creative sanno disegnare. Il limite di questa &#8220;falsificazione&#8221; è assai difficile da posizionare. Probabilmente è sui polpastrelli dello scrittore: è la sua sensibilità a tracciare quel confine così labile che, a volte, sa rendere la letteratura tanto più &#8220;vera&#8221; della realtà.</p>
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		<title>I lettori di domani</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 11:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, in occasione dell&#8217;apertura del Salone del libro di Torino, l&#8217;Istat ha pubblicato le statistiche relative alla lettura in Italia. Una fotografia, nel complesso, abbastanza deprimente, alla quale sarebbe interessante accostarne una su scrittori e pubblicazioni: non si capisce, infatti, come in un paese dove la maggioranza della popolazione (53,2%) dichiara di non aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, in occasione dell&#8217;apertura del Salone del libro di Torino, l&#8217;Istat ha pubblicato le statistiche relative alla lettura in Italia. Una fotografia, nel complesso, abbastanza deprimente, alla quale sarebbe interessante accostarne una su scrittori e pubblicazioni: non si capisce, infatti, come in un paese dove la maggioranza della popolazione (53,2%) dichiara di non aver letto nemmeno un libro in un anno, si continuino a stampare migliaia di volumi.</p>
<p><span id="more-840"></span>Ma tant&#8217;è. Molti dei dati riportati (il comunicato integrale è <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110511_00/testointegrale20110511.pdf">qui</a>) non sono sorprendenti. Certo, corredati dai numeri fanno un certo effetto (il misero 15,1% di lettori forti che hanno letto &#8211; udite udite &#8211; almeno 12 libri in un anno, gli oltre 2 milioni di famiglie che non hanno nemmeno un libro in casa, la differenza di 20 punti percentuali tra Nord e Sud nella presenza di lettori&#8230;), ma quello che mi sembra interessante è il ritratto dei &#8220;lettori di domani&#8221;.</p>
<p>Con un certo stupore, ho infatti scoperto che la più ampia percentuale di lettori si trova tra i ragazzini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni: ben il 65,4%. E si parla di letture al di fuori dagli obblighi scolastici, effettuate nel tempo libero. La quota cala con il crescere dell&#8217;età, ma si mantiene comunque significativa sino ai 20 anni.</p>
<p>Come in tutte le classi d&#8217;età, le femmine leggono più dei maschi (e questo, per me, è un po&#8217; un mistero: tra lavoro, casa e figli, quand&#8217;è che troviamo il tempo per leggere? O è forse che tante altre attività ci sono precluse per gli stessi vincoli?). Tra i 15 e i 17 anni le lettrici sono il 71,3% contro il 49,4 dei maschietti (troppi ormoni in circolo?). In realtà la differenza di genere diminuisce con l&#8217;aumento dell&#8217;età, allo stesso ritmo con cui si riduce, in generale, il numero dei lettori.</p>
<p>Ma la cosa che mi ha colpito di più in questa statistica è la correlazione tra la lettura nei giovani e giovanissimi e l&#8217;ambiente familiare, in termini di libri presenti in casa e di abitudini alla lettura dei genitori. Tra i 6 e i 14 anni, i ragazzi che leggono sono in media il 58,2%, ma raggiungono il 78,1% tra quelli che hanno in casa una biblioteca di almeno 200 volumi. Se di libri in casa non ce ne sono, invece, la percentuale crolla al 23,6%. I figli di genitori lettori sono lettori nel 78,1% dei casi; calano al 39,2% se madre e padre non leggono.</p>
<p>Questa correlazione forte tra abitudini di lettura e ambiente familiare incide in maniera sostanziale, fino a dimezzare &#8211; per esempio &#8211; le differenze territoriali. Segno che, più che la scuola e l&#8217;ambiente sociale, come spesso succede in Italia, conta l&#8217;aria che si respira in casa. Un dato positivo? Egoisticamente potrei dire di sì: Andrea ha ottime probabilità di diventare un lettore. Ma anche scoraggiante in termini di &#8220;mobilità culturale&#8221;: chi vive in un contesto culturalmente povero, ha poche chance di migliorare.</p>
<p>Mi sembra che, ancora una volta, queste statistiche mostrino una situazione di pesante immobilismo, determinata dalla scarsa incidenza delle istituzioni sociali e dal peso abnorme di quelle familiari. Non solo si sta verificando un brusco ritorno indietro nelle prospettive di mobilità sociale (il figlio del dottore farà il dottore, il figlio dell&#8217;operaio l&#8217;operaio), ma anche in termini di aspettative di crescita culturale.</p>
<p>Se fossi una maestra, una professoressa, una docente universitaria, mi verrebbe un po&#8217; da piangere&#8230;</p>
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		<title>Donna, inizio e fine</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 12:45:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In questi giorni non mi viene facile scrivere. La scrittura è il mio modo di fare ordine nei pensieri, e adesso c&#8217;è troppa confusione, come in una casa dopo un trasloco. Mobili imballati, cassetti che sputano ricordi dimenticati, oggetti amati che non sanno più parlare. Mi ci vorrà del tempo. Eppure volevo scrivere qualcosa per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni non mi viene facile scrivere. La scrittura è il mio modo di fare ordine nei pensieri, e adesso c&#8217;è troppa confusione, come in una casa dopo un trasloco. Mobili imballati, cassetti che sputano ricordi dimenticati, oggetti amati che non sanno più parlare. Mi ci vorrà del tempo. Eppure volevo scrivere qualcosa per l&#8217;8 marzo, qualcosa per e sulle donne, qualcosa che avesse a che fare con i pensieri che si affastellano in quella casa disordinata.</p>
<p><span id="more-760"></span>Un modo sicuro, allora, è quello di affidarsi alle parole altrui. E in mente mi girava un testo in forma vaga, una poesia, che parlava di quanto mi sto dicendo in questi giorni. Di come, cioè, le donne sappiano vivere l&#8217;inizio e la fine della vita. Per uno di quei casi che viene voglia di chiamare destino, proprio ieri sera &#8211; dormivo già &#8211; un amico, Mirko, mi ha inviato quel testo. Lo ripropongo qui, ringraziando lui e gustando sulla lingua i versi di Sanguineti.</p>
<h3>Ballata delle donne</h3>
<p>Quando ci penso, che il tempo è passato,<br />
le vecchie madri che ci hanno portato,<br />
poi le ragazze, che furono amore,<br />
e poi le mogli e le figlie e le nuore,<br />
femmina penso, se penso una gioia:<br />
pensarci il maschio, ci penso la noia.</p>
<p>Quando ci penso, che il tempo è venuto,<br />
la partigiana che qui ha combattuto,<br />
quella colpita, ferita una volta,<br />
e quella morta, che abbiamo sepolta,<br />
femmina penso, se penso la pace:<br />
pensarci il maschio, pensare non piace.</p>
<p>Quando ci penso, che il tempo ritorna,<br />
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,<br />
penso che è culla una pancia di donna,<br />
e casa è pancia che tiene una gonna,<br />
e pancia è cassa, che viene al finire,<br />
che arriva il giorno che si va a dormire.</p>
<p>Perché la donna non è cielo, è terra<br />
carne di terra che non vuole guerra:<br />
è questa terra, che io fui seminato,<br />
vita ho vissuto che dentro ho piantato,<br />
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,<br />
la lunga notte che divento niente.</p>
<p>Femmina penso, se penso l&#8217;umano<br />
la mia compagna, ti prendo per mano.</p>
<p><em>Edoardo Sanguineti</em></p>
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		<title>Certe cose preziose</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 09:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il riccio che ho sottratto dai denti del cane questa estate: un nodo di paura irto di spine che, piano piano, si è aperto a mostrare un piccolo naso nero, zampette di topo, occhi aguzzi. Gli aculei si sono fatti più plastici, assecondando le pieghe della mano. Le zampe hanno cercato appoggio sul mio grembo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il riccio che ho sottratto dai denti del cane questa estate: un nodo di paura irto di spine che, piano piano, si è aperto a mostrare un piccolo naso nero, zampette di topo, occhi aguzzi. Gli aculei si sono fatti più plastici, assecondando le pieghe della mano. Le zampe hanno cercato appoggio sul mio grembo per poi lanciarsi all&#8217;esplorazione della cucina. Ha ritrovato, poi, le mie mani che, nella notte, lo hanno lasciato andare più in là, al sicuro &#8211; almeno per un po&#8217; &#8211; dai denti del cane. Avrei voluto tenerlo con me, quel riccio. Quel grumo di tenerezza ricoperto fitto fitto di spine. Invece il nostro incontro è durato un&#8217;ora, e poi è rimasto un ricordo prezioso.</p>
<p><span id="more-730"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/Immag0241.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-735" title="Immag024" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/Immag0241-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Con le stesse zampette veloci corrono via i momenti indimenticabili che mi ha regalato Andrea. Il suo sguardo calmo e deciso, ancora legato al cordone ombelicale, fisso nei miei occhi. O, prima ancora, la sua presenza viva dentro di me in guizzi e frulli. La sua lingua magica a un anno e mezzo: discorsi interminabili fatti di suoni e intonazioni e gesti. Tutto il cartone che abbiamo ritagliato. La sorpresa meravigliosa della lettura e della scrittura che scopre in questi mesi. Il suo abbraccio l&#8217;altra mattina, caldo di febbre, con gli occhi brillanti e le labbra rosse e lucide che mi riempiono di piccoli baci.</p>
<p>Una giornata passata a leggere, dalla mattina alla sera. L&#8217;immersione in apnea nelle pagine, la vita che trasmigra nella storia, che si fa storia, racconto. L&#8217;odore della carta sotto il naso, lo spessore tra le dita. Il corpo che preme sul letto, a pancia sotto, mentre le mani girano e girano, finché del libro non resta più niente. Ma un altro è lì che aspetta, che chiama con i colori della copertina, col suono del titolo e il nome liquido dell&#8217;autore. Le mani e gli occhi avidi come lo stomaco di un affamato.</p>
<p>La sofferenza quasi fisica della scrittura. Il lungo rimasticare le idee senza scrivere nemmeno una parola. Camminare e pensarci, lavorare e pensarci, far la doccia e pensarci. Pensarci sempre finché anche quella non diventa una specie di casa da abitare. E per entrarci bisogna costruirla. E per costruirla bisogna metterla sulla carta, scriverla insomma. E i muri vengono storti, la finestra non si apre, il colore del tappeto fa a pugni con quello del divano. Bisogna spostare, ritoccare, dipingere, aggiungere oggetti, buttarne altri che sono belli, sì, ma qui non possono stare. Fatica sofferenza dolore ma poi senso di pienezza di gioia di lavoro fatto bene. E il vuoto della parola che mette fine al libro, dell&#8217;ultimo punto chiuso su un abisso ancora più profondo del primo foglio bianco.</p>
<p>La collana di perle di mia nonna. Unico suo ricordo che mi era rimasto. Il suo inconfondibile odore sulle sfere lattee, che tanti anni hanno vissuto a contatto con la sua pelle. La pelle di mia nonna: liscia e profumata fino all&#8217;ultimo giorno, tenera come quella di un bambino. Da morta sembrava di cera. Distesa, lucida, con una specie di sorriso sul bel viso dai tratti duri. Nonna, la maestra, che tutti ricordavano severa in paese. La sua collana, rubata pochi anni dopo durante un furto in casa.</p>
<p>Il primo bagno alla Masseria del Tono, in Calabria, tre anni fa. L&#8217;acqua tiepida trasparente, i ciottoli levigati, gli scogli un po&#8217; più in là. Mare, come quello della Costiera della mia infanzia, come quello intorno a Genova negli ultimi anni. Mare che mi rassicura, che mi abbraccia, che mi carezza. Mare in cui si specchiano i miei occhi e cambiano colore. Mare che mi manca, mare che mi culla sulle navi e sulle barche e sulle chiatte. Mare vero, blu. Mare che vorrei tanto più vicino, per annegarci sguardo e pensieri.</p>
<p>Le mie stanze e le mie case, negli anni. La forma che ho dato loro, i colori che ho distribuito, gli oggetti che, via via, mi somigliano sempre di più. I quadri alle pareti. I miei, quelli di mio padre, quelli di altri molto più grandi di noi. I libri in ogni angolo disponibile, come una coperta avvolta al corpo. Otto e le sue nuvole di pelo nell&#8217;aria, sui divani. Le sue fusa rombanti, i suoi pianti di fame. Confusione e ordine, in uno strano miscuglio. Il verde dei potos che si arrampica negli angoli, che si riproduce di anno in anno. Varcare la soglia e sentire, prima ancora di dirselo, di essere a casa.</p>
<p>Certi sguardi, certi sorrisi, certe carezze, certe parole dette e ascoltate con la pancia e non con la testa. Cose labili, minuscole, volatili eppure così profondamente incise dentro. La paura di perderle, di non trovarle più. Certe emozioni che scuotono come uno schiaffo, certe lacrime che non vogliono scendere, certi baci che rimpiango di non aver dato, o di non poter dare. Certe cose preziose e così fragili&#8230;</p>
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