marzo
2
In questi giorni sto leggendo, con grande sofferenza, La banalità del male della Arendt. Non è lettura semplice proprio perché scevra da qualsiasi indulgenza all’emotività. La burocrazia dell’orrore è allora lì, presente, vera e nemmeno troppo lontana da tante disumanità contemporanee.
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febbraio
25
In macchina ci sono quattro persone, due uomini e due donne. Si va dai miei 35 anni a quasi il doppio dell’età. Una delle donne sono io, uno degli uomini ha visto il film di Virzì. Dice “qual è la prima cosa bella?” E subito si risponde, in coro con l’altro “la mamma”. Dai sedili posteriori, io e l’altra donna diamo, all’unisono, un’altra risposta: “la prima volta!”
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gennaio
24
E poi ho visto i tuoi libri di cucina. Allineati in bell’ordine sulla mensola, i dorsi colorati con tinte che, da sole, invitano all’assaggio. Chissà perché proprio i tuoi libri di cucina, tra tutte le immagini che avrebbero potuto sostenere un ricordo. E il senso di familiarità, di intimità della casa. No, non della casa; di me in quella casa.
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gennaio
21
A me leggere degli strafichi mestieri del prossimo futuro mi fa un po’ rabbia. A quanto pare in Inghilterra un pool di futurologi si è seduto intorno a un tavolo per immaginare – sulla base della situazione attuale – i nuovi mestieri del 2030. Il 2030 è domani, più o meno. Cioè: è alla stessa distanza del 1990.
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gennaio
19
Una lunga collana di gemme diverse: preziose le une, false le altre. Colorate e brillanti quasi tutte, ma alcune piene, altre vuote. Lisce al tatto o scabrose come pomice, forate e intagliate o con la superficie intatta. Certe leggere come un soffio, altre grevi come un masso al collo; quelle levigate, queste taglienti. Così mi sembrano tutte le parole che ho infilato nei miei giorni, in questi ultimi mesi soprattutto.
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gennaio
4
Ci sono giorni in cui vorrei tirare dritta. Stringere le mani intorno al volante e saltare la svolta che mi riporta a casa. Proseguire fino a incontrare un muro, o il mare. Non per andare da qualche parte, no. Per mettere una distanza.
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dicembre
20
Le illusioni sanno passare attraverso fessure invisibili. Si insinuano come lame affilate nella minima sconnessura. Si nutrono di tutto e di niente, di quello che c’è. Crescono mantenendosi flessibili, inafferrabili. Scivolano tra massicce realtà, pesanti certezze. Si dividono in rivoli impalpabili per tornare a scrosciare più in là.
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novembre
22
L’uomo libero è colui che esercita la volontà senza arbitrio. Crede nella realtà, vale a dire che crede nel legame reale della dualità reale io-tu. Crede che vi sia una destinazione, e crede che questa abbia bisogno di lui: essa non lo conduce, lo aspetta; egli le deve andare incontro: pur non sapendo dove sia, sa che deve mettersi in cammino con tutto il suo essere… Presta orecchio a ciò che avviene da sé, al cammino dell’essere nel mondo, non per esserne portato, ma per realizzare l’essere – che ha bisogno di lui – come vuole essere realizzato, cioè con lo spirito e l’azione dell’uomo, con la sua vita e con la sua morte. L’uomo crede, dicevo, ma con ciò si intende: l’uomo incontra. (Martin Buber, Il principio dialogico)
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agosto
1
2 luglio, ore 21.15
Mi sembra di essere tornata indietro di dieci anni. Una casa collettiva, e per questo di nessuno. Una camera non mia della quale mi sono appropriata. Suoni e odori che non mi appartengono, ai quali presto si mischieranno i miei (…) Mi manca Andrea. La sua voce squillante al telefono me lo restituisce gioioso e irruento, faticoso e tenero com’è nei suoi tre anni. Però sono felice di questo spazio e di questo tempo miei (…) Io sto bene. Ho un’emozione positiva dentro anche se uscire stamattina con la valigia è stato forte (…) Una lama di sofferenza e insieme una sferzata di gioia positiva per il nuovo che mi spalanca le braccia (…) Da allora me la sento dentro questa bellezza. Ed è forza e allegria, anche un po’ incoscienza (…) Comunque sono in pace, ed è tanto che non mi sento così.
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giugno
28
Quanti fronti si possono tenere aperti contemporaneamente? Quanto è alto il rischio di una disfatta totale, nel momento in cui si combatte su tanti, troppi campi di battaglia? Quando si capisce che, almeno di fronte a un nemico, è il caso di lasciare le armi?
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