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	<title>.: FRC :. &#187; mumble mumble</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Verità, sincerità, cronaca</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 19:01:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi la possiede, davvero, la verità? Chi può farsi baluardo della verità o anche solo di &#8220;una&#8221; verità? Può la mia verità coincidere con quella di un altro? Domande che evitiamo di porci esplicitamente ma che ci guidano nel nostro quotidiano.  E&#8217; più &#8220;vera&#8221; la verità della maestra o quella di Andrea? La mia visione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi la possiede, davvero, la verità? Chi può farsi baluardo della verità o anche solo di &#8220;una&#8221; verità? Può la mia verità coincidere con quella di un altro? Domande che evitiamo di porci esplicitamente ma che ci guidano nel nostro quotidiano.  E&#8217; più &#8220;vera&#8221; la verità della maestra o quella di Andrea? La mia visione di una lite o quella del mio antagonista? Come fare pace con l&#8217;idea che, magari, sono entrambe verità? E non si corre il rischio di cadere in uno sterile e troppo comodo relativismo?</p>
<p><span id="more-978"></span>Senza alcuna pretesa di completezza e nemmeno di coerenza, butto giù qualche riflessione che, in questi ultimi giorni, si è condensata. A partire da un dato di fatto: detesto chi si trincera dietro un poco onesto &#8220;non si può giudicare niente e nessuno&#8221;. Giudichiamo tutti, sempre. E abbiamo bisogno delle nostre verità per orientarci nel labirinto della vita. Quindi il punto non è se sia lecito o meno formarsi una propria verità, quanto che consistenza deve avere, di cosa deve essere costituita per evitarci madornali errori di giudizio.</p>
<p>Qualcuno crede nella Verità con la maiuscola. A me quelli così fanno paura. Perché in nome della verità assoluta tutto diventa lecito, e niente che sia anche appena sotto quella soglia è più accettabile. Sono i fanatici: religiosi, politici, di ogni tipo. Ma sono anche coloro che, in nome della propria verità, passano come schiacciasassi sulla vita altrui. Dall&#8217;altro capo di questo arco ideale ci sono quelli che non riconoscono alcun valore alla verità, quelli che pensano che tutto possa e debba essere equivalente, quelli che in nome di questo credo mancano altrettanto di rispetto alle verità altrui.</p>
<p>Negli anni, ho maturato un&#8217;idea di verità molto lontana dagli estremismi dell&#8217;adolescenza. Da granitico che era, il concetto si è fatto di una pasta più malleabile, ma non per questo meno concreta. Esistono verità superficiali, che si riassumono in cronaca. Il mero specchio dei fatti. Eppure come si trasformano, anche i fatti, negli occhi di testimoni diversi! Si può essere sinceri andando contro questa verità-cronaca: i ricordi, la memoria, la vista stessa possono ingannare. Posso essere certo di ciò che dico e scoprire che quella che nella mia mente è una verità, nella realtà ha avuto uno sviluppo diverso.</p>
<p>Se, poi, dalla cronaca scendo al livello emotivo, profondo, ecco che le cose si ingarbugliano ancora. Posso trovare &#8211; e trovo! &#8211; molta più verità in un romanzo dichiaratamente di finzione che in un articolo di cronaca sul giornale. Perché la cronaca non risponde alla nostra esigenza di verità, che è assai più complessa. E non è detto che passi, la verità, per la sincerità assoluta. Se fossimo sempre e soltanto trasparenti sui nostri sentimenti verso le persone che amiamo, le distruggeremmo. La verità implica anche senso di responsabilità nel dosare il detto e non detto.</p>
<p>Io su questo ci ho scritto un libro, non a caso. Perché, appunto, a volte il non detto è prezioso quanto e più del detto. Perché so che non vorrei conoscere alcune verità-cronache, così come non vorrei raccontarne di mie. Perché ritengo prezioso quello spazio di silenzio che ognuno deve avere per filtrare nella coscienza e attraverso il senso di responsabilità le verità da condividere.</p>
<p>Quando studiavo filosofia, mi colpì molto l&#8217;idea greca della verità come svelamento. Nella parola &#8220;aletheia&#8221; è presente l&#8217;oblio: la verità è un processo di lenta uscita dal nascondiglio. E, forse, una parte di ombra resta sempre a chiaroscurare la verità. In questa idea di verità non assoluta ma comunque presente, non &#8220;completa&#8221; ma comunque profonda, riconosco davvero il valore di guida. Perché presuppone un impegno nella ricerca, una responsabilità nel trarre alla luce, una forza nel condividere. Senza credere nel fanatico assoluto né cedere al consolatorio relativo.</p>
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		<title>Nera che porta via&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 12:32:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le immagini di Genova sconvolta dall&#8217;alluvione mi fanno davvero male. La città che più amo, quella nella quale sogno di andare a vivere, trasfigurata da una furia naturale e, per questo, tanto più annichilente. Mancano le parole, manca anche la voglia di dare la colpa a qualcuno: inutili, mi pare, le polemiche verso il comune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini di Genova sconvolta dall&#8217;alluvione mi fanno davvero male. La città che più amo, quella nella quale sogno di andare a vivere, trasfigurata da una furia naturale e, per questo, tanto più annichilente. Mancano le parole, manca anche la voglia di dare la colpa a qualcuno: inutili, mi pare, le polemiche verso il comune che, quanto meno, aveva diramato un allerta preciso (rispetto al quale qualcuno aveva pure polemizzato, dicendo che l&#8217;alluvione c&#8217;era già stata). Ce ne sono senz&#8217;altro di responsabilità, ma c&#8217;è anche il tocco dell&#8217;imponderabile, dell&#8217;impossibile da prevedere.</p>
<p><span id="more-941"></span>Il Bisagno che esonda, Marassi sott&#8217;acqua, Brignole trasformata in un lago metropolitano, metà di via Venti, coi suoi negozi chic, che schiuma di fango&#8230; Luoghi che ho percorso mille volte, fiumi che ho guardato sonnecchiare, pioggia che mi ha bagnato &#8211; anche fortissima a volte&#8230; Tutto questo, oggi, ha un altro volto, una maschera che fa paura. I morti, i danni materiali, la paura. E la pioggia che continua, indifferente, a cadere.</p>
<p>Per tutta la giornata di ieri ho sentito l&#8217;angoscia montare, come fossi anch&#8217;io un ruscello che si alza con la piena. Ho cercato i miei moltissimi amici, le tante persone che mi porto dentro anche se le vedo di rado. Piccole schiarite in un giorno buio le loro rassicurazioni; nuvole cupe i silenzi sui quali non so cosa costruire. E&#8217; a loro, ai danni che hanno subito, alla paura che hanno avuto, ai disagi che inevitabilmente vivono, che voglio essere vicina col pensiero, ché in altro modo non posso. Ma a Genova tornerò presto, perché è una città che non merita di morire affogata e che avrà bisogno di essere rivitalizzata.</p>
<p>La Liguria è una terra che amo proprio perché ricca di contrasti. La montagna e il mare, la parsimonia e la generosità, i colori e il grigio. Il sole smagliante e i temporali epici, primordiali, che non ho mai visto altrove, talmente violenti da essere potentemente belli. Ora è diverso. Alluvioni come queste delle ultime settimane ce ne sono sempre state &#8211; sono cresciuta nel racconto dell&#8217;alluvione in Costiera Amalfitana del 1954, che cancellò Maiori, il paese di mio padre &#8211; ma la frequenza con la quale si verificano negli ultimi anni sta lì a ricordarci che il clima è cambiato, e dobbiamo prendere atto che eventi così ce ne saranno sempre più spesso.</p>
<p>In qualche modo dovremo adattarci. Ma oggi mi fa ancora troppo male vedere Genova, la mia Genova, che si dibatte nella sua acqua nera.</p>
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		<title>Un saluto al sognatore</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 19:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sarò la prima né l&#8217;ultima a sentirsi triste, oggi, di fronte alla notizia della morte di Steve Jobs. Si è già scritto e detto di tutto, d&#8217;altro canto il suo cancro al pancreas aveva fatto sì che le redazioni fossero belle e pronte con polposi coccodrilli. Gli utenti mac hanno fatto il resto, inondando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sarò la prima né l&#8217;ultima a sentirsi triste, oggi, di fronte alla notizia della morte di Steve Jobs. Si è già scritto e detto di tutto, d&#8217;altro canto il suo cancro al pancreas aveva fatto sì che le redazioni fossero belle e pronte con polposi coccodrilli. Gli utenti mac hanno fatto il resto, inondando la rete di messaggi, ricordi, discussioni. Perciò questo post non serve a niente, se non a dire che mai avrei pensato di provare dispiacere per la morte di un imprenditore miliardario.</p>
<p><span id="more-937"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs-e-i-suoi-prodotti.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-938" title="steve jobs e i suoi prodotti" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs-e-i-suoi-prodotti-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" /></a>Il fatto è che Jobs ha incarnato un modello che mi pare ormai in via di estinzione: quello di un uomo che crea un impero attraverso il suo sogno. Non senza tic e nevrosi, immagino. Eppure a me viene da pensarlo come il Willy Wonka della <em>Fabbrica del cioccolato</em> di Dhal. Una specie di eterno bambino che riesce a rendere oro le sue idee e i suoi sogni, persino le sue follie. Non è e non vuole essere un ricordo agiografico il mio, però quando oggi ho riascoltato il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=8ogACjJcNzc">discorso di Stanford</a> del 2005, con tutta la sua retorica, non ho potuto fare a meno di pensare che un imprenditore così ci mancherà.</p>
<p>Si è parlato tanto del suo essere proiettato nel futuro, eppure ciò che trovo affascinante nella figura di Jobs è ciò che lo riporta a un&#8217;immagine passata: il bambino sfortunato che crede nelle sue idee e costruisce un&#8217;impresa mondiale a partire dalla cantina di casa. Una storia di altri tempi, in un mondo che tende sempre più a escludere ciò che è diverso, ciò che rompe gli schemi, ciò che offre un punto di vista inedito sul mondo. Il genio di Jobs è soprattutto qui, nella capacità di guardare con altri occhi la tecnologia, di chiederle cose che nessuno le aveva chiesto prima (di essere bella, per esempio&#8230;), di rivoluzionare il rapporto delle persone con alcuni oggetti d&#8217;uso quotidiano.</p>
<p>Poi si può disquisire a lungo sulla reale superiorità dei computer Apple rispetto ai PC. Io mi sono convertita alla mela nel 2007 e non tornerei mai indietro, ma questo dipende anche dall&#8217;uso che se ne fa. Oltre che, appunto, dal desiderio che possiamo avere di instaurare una relazione nuova con gli strumenti che utilizziamo. Scrivo su un MacBook, ho accanto un iPhone&#8230; In parte perché, effettivamente, ne ho un vantaggio relativo all&#8217;utilità pratica, in parte anche &#8211; perché no? &#8211; perché sono oggetti belli, piacevoli, facili e immediati. Sono a misura d&#8217;uomo, e non sono certa che questa sia una questione accessoria&#8230;</p>
<p>Infine, mi ha colpito sentirlo parlare (sempre a Stanford) del suo rapporto con la morte, della morte come maggiore risorsa della vita, perché costringe a dar valore a ogni attimo. Chiunque abbia sfiorato la morte, propria o di chi gli sta accanto, conosce questa sensazione di subbuglio che riorganizza priorità, amore per le cose e le persone, gioia di fare e di essere. Nel bene e nel male, Steve Jobs i suoi 56 anni li ha vissuti davvero. Buon viaggio&#8230;</p>
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		<title>Geografia quotidiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può più rimandare: l&#8217;anno lavorativo e scolastico è cominciato, con tutto il suo ingorgo di impegni, di spostamenti, di movimenti frenetici. Di tempo che scivola dalle mani come un&#8217;anguilla, di stanchezza che si accumula sugli occhi alla sera, tira giù le palpebre come tendaggi pesanti. Ma anche di sorrisi che mi vengono a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può più rimandare: l&#8217;anno lavorativo e scolastico è cominciato, con tutto il suo ingorgo di impegni, di spostamenti, di movimenti frenetici. Di tempo che scivola dalle mani come un&#8217;anguilla, di stanchezza che si accumula sugli occhi alla sera, tira giù le palpebre come tendaggi pesanti. Ma anche di sorrisi che mi vengono a trovare spesso, di una serenità che non ha grandi appigli ma che ha deciso di non arrendersi. E in questa ripresa, la geografia ha un suo posto, perché indica spostamenti e richiami a culture diverse&#8230;</p>
<p><span id="more-924"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-925" title="foto_mappe_antiche_22" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/foto_mappe_antiche_22-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Mi spiego. Delle piccole novità che ogni anno costellano il nuovo avvio, ce ne sono alcune che implicano uno spostamento del pensiero in aree geografiche e culturali lontane. Casuali, ma forse nemmeno troppo: questo paese mi sta sempre più stretto, così come la sua (in) cultura. Per tornare a viverlo e apprezzarlo sento il bisogno di allontanarmi. E poiché non ho molte possibilità di farlo realmente, lo faccio con la testa, che in fondo è la mia parte più vitale.</p>
<p>Intanto, mi sono iscritta a un corso di arabo per principianti. Sono terribilmente interessata alla storia della scienza arabo-islamica medievale e la lingua è una chiave di accesso privilegiata. Soprattutto perché l&#8217;arabo classico (quello scritto, letterario e ufficiale) non è mai cambiato. E la scrittura araba è un mondo di ricchezza, anche estetica. Perciò mi piacerebbe imparare a leggere e scrivere, obiettivo che richiederà &#8211; immagino &#8211; anni di studio, ma che penso valga la pena darmi.</p>
<p>Andrea, invece, ha iniziato a fare kung fu. Una sua scelta, di fronte alla quale non ho espresso (pre) giudizi. E ora siamo in due a esserne entusiasti. Entrare nella filosofia dell&#8217;arte marziale significa anche ragionare dell&#8217;equilibrio tra potere della mente e controllo del corpo. Oltre che orientarsi alla disciplina e al rispetto. Tutti aspetti altamente formativi per un bambino e non solo&#8230; Un approccio al cosiddetto sport molto, molto diverso da quello competitivo occidentale. Ogni volta resto a guardare affascinata il mio piccolo impegnato a riprodurre gesti, ascoltare pensieri, vivere questa esperienza con ragazzi molto più grandi di lui. E gli sta facendo molto, molto bene sul carattere e sul comportamento.</p>
<p>Infine, una piccola rivoluzione nella geografia familiare. Mia nipote che da Firenze viene a vivere a Roma e, temporaneamente, da me. Con gli ovvi problemi di spazio, ma anche la gioia di averla vicina, la tranquillità di poter contare su di lei per un aiuto con Andrea, la felicità del piccolo all&#8217;idea di convivere per un po&#8217; con l&#8217;adorata cugina. Strano però&#8230; E&#8217; così tanto tempo che non convivo con un adulto&#8230;</p>
<p>Ecco, così si riposizionano i miei luoghi quotidiani. Mentre continuo a viaggiare nella scrittura e, anche, nella lettura (Vollmann, con la sua storia simbolica della fondazione dell&#8217;America). Sperando che i piedi, prima o poi, possano seguire la mente&#8230;</p>
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		<title>La madeleine della madeleine</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 20:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se c&#8217;è un episodio letterario universalmente noto, forse è proprio quello della madeleine nella Ricerca di Proust. Si tratta della prima apparizione del fenomeno della &#8220;memoria involontaria&#8221; che rivestirà poi un ruolo tanto fondamentale nell&#8217;opera. Il sapore del dolcetto intinto nel tè in un pomeriggio invernale ha il potere di riportare in vita l&#8217;infanzia del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un episodio letterario universalmente noto, forse è proprio quello della <em>madeleine</em> nella <em>Ricerca</em> di Proust. Si tratta della prima apparizione del fenomeno della &#8220;memoria involontaria&#8221; che rivestirà poi un ruolo tanto fondamentale nell&#8217;opera. Il sapore del dolcetto intinto nel tè in un pomeriggio invernale ha il potere di riportare in vita l&#8217;infanzia del narratore a Combray. Momenti del genere costellano la nostra vita, ma Proust ha avuto l&#8217;indubbio merito di dar loro una forma letteraria, una dignità profonda.</p>
<p><span id="more-913"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/madeleine.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-914" title="madeleine" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/madeleine.jpg" alt="" width="180" height="180" /></a>Ora, passati vent&#8217;anni esatti dalla prima lettura, ho deciso di riaffrontare la <em>Ricerca</em>, di rileggerla nella traduzione di Raboni e non in quella &#8211; affascinante ma assai poco fedele &#8211; proposta nel 1963 da Einaudi, nella quale ogni volume si avvaleva della traduzione di un diverso scrittore. Quella einaudiana, che tengo come uno dei più preziosi cimeli della mia libreria, è la traduzione che lessi a 16 anni; tre giorni fa mi sono invece immersa tra le pagine degli Oscar Mondadori.</p>
<p>Rileggo molto raramente. Sia perché il tempo mi sembra sempre troppo poco per potere, nell&#8217;arco di una vita, leggere tutto ciò che merita, sia per un timore più sottile di perdere la magia della prima lettura. Per questo la reticenza alla rilettura si applica con più forza ai libri maggiormente amati: non potrei mai perdonarmi la perdita di sensazioni ed emozioni regalatemi in un altro tempo da un testo: la sentirei come una forma di tradimento a me stessa.</p>
<p>Eppure i sette volumi della <em>Ricerca</em> mi chiamavano da tempo. Ne avevo ripescati vari brani nel corso dei miei studi (letterari e, anche, &#8216;scientifici&#8217;). Sentivo il bisogno di affrontarla con il carico di vent&#8217;anni di letture, e di vita, sulle spalle. Il momento era propizio: una di quelle fasi in cui leggo compulsivamente (complice, anche, la distensione estiva) e divoro qualunque mattone. E la scelta è stata giusta: lungi dal perdere l&#8217;incanto e la magia di quella prima lettura da sedicenne, sono di nuovo stata inghiottita dalle atmosfere proustiane, dal fascino della circolarità del pensiero, dalla sublime architettura dell&#8217;opera, dai personaggi perennemente sfuggenti.</p>
<p>Forse, però, ciò che mi sta rendendo così dolce questa rilettura è &#8220;l&#8217;effetto <em>madeleine</em>&#8220;. Ci sono frasi, passaggi, immagini che, quando il mio pensiero li incontra sulla pagina, hanno il potere di cancellare i vent&#8217;anni intercorsi dalla prima lettura. Mi riportano nel lettone dei miei genitori, convalescente da un intervento di appendicite e in attesa di subirne un altro. Addirittura, risvegliano una frase di mia madre detta allora proprio mentre leggevo la descrizione di Odette, un cibo che mangiavo durante i giochi del piccolo narratore e di Gilberte.</p>
<p>E chissà che proprio la centralità della memoria involontaria non abbia lavorato di nascosto mentre, sedicenne, divoravo volume su volume, per fissare in qualche angolo recondito del cervello l&#8217;istante che oggi la nuova lettura illumina come un lampo. La casa di Viale Gorizia, la sovraccoperta bianca e rossa del letto dei miei genitori, il gatto Tommi, i medici e gli ospedali. Tutto un pezzo di vita, lungo quanto la lettura, che adesso recupero così, involontariamente.</p>
<p>Perciò forse dovrei rileggere più spesso, almeno a scopo terapeutico: segnarmi i libri letti (belli o brutti, fa niente) durante i periodi felici e rileggerli nei momenti di tristezza. O tenerli di scorta per la vecchiaia, come un supporto alla memoria zoppicante, come una miccia in grado di accendere un ricordo in tutta la sua pienezza viva.</p>
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