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	<title>.: FRC :. &#187; arte</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>I danni del politically correct</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 10:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Entro quali limiti è giusto applicare categorie contemporanee ai contesti storici? Non si rischia, così, di traslare indebitamente concetti e saperi in ambiti che non consentono di essere letti attraverso le lenti del presente? E&#8217; giusto falsare l&#8217;immagine della storia per trasmettere idee importanti nell&#8217;oggi? Sono le domande che mi frullano in testa dopo aver visitato ieri la mostra <em>Homo Sapiens</em>, pur apprezzabile per molti aspetti ma, secondo me, fortemente fuorviante per chi non abbia gli strumenti critici adeguati.</p>
<p><span id="more-995"></span>Mi sono decisa ad andare proprio perché sto leggendo testi che riguardano l&#8217;evoluzione umana e i metodi per studiarla: da quelli tradizionali della paleoantropologia a quelli più recenti legati alla biologia molecolare e alla genetica, che hanno permesso di chiarire alcuni punti ancora oscuri dello sviluppo del genere Homo e delle numerose specie che gli appartengono. Uno dei temi più delicati nella ricostruzione del nostro albero filogenetico è, ovviamente, quello che riguarda il problema della &#8216;razza&#8217;. Esistono razze umane? Qual è &#8211; se esiste &#8211; il confine nella divergenza genetica tra la diversità interna a una razza e quella che distingue una razza dall&#8217;altra?</p>
<p>Sono temi che, alla luce della storia recente, risultano difficilissimi da trattare. La parola razza si è ormai caricata di significati fortemente negativi, che implicano non solo la diversità ma una gerarchia: razze superiori e inferiori. Contro questa visione distorta si sono giustamente battuti molti paleoantropologi, ottenendo una grande &#8216;vittoria&#8217; nel momento in cui gli studi del DNA hanno dimostrato che l&#8217;intera specie proviene dall&#8217;Africa e che, quindi, le differenziazioni locali sono un prodotto della storia recente.</p>
<p>Tuttavia nessun serio studioso sosterrà che non esistono differenze tra le popolazioni del mondo, sia a livello fenotipico (ovvero visibile: colore della pelle, taglio degli occhi ecc.), sia a livello genotipico (nel senso della variabilità genetica che consente di raggruppare popoli da lungo tempo isolati dagli altri). D&#8217;altro canto le diversità nello sviluppo delle popolazioni sono testimoniate anche dall&#8217;evoluzione delle lingue, e non è un caso che la linguistica offra strumenti e metodi estremamente utili per la ricostruzione della storia umana.</p>
<p>Il punto sembra allora quello di trovare un equilibrio tra una variabilità umana che certamente esiste e il fatto che questo non implichi alcuna gerarchia, ma rientri piuttosto nei normali fenomeni legati all&#8217;evoluzione biologica delle specie animali. Probabilmente la parola &#8216;razza&#8217; non è più utilizzabile in tal senso, proprio perché circondata da un&#8217;atmosfera di senso che punta a segnalare una scala di valori. Ma tra la scelta di non usare un termine e quella di negare il problema, mi pare ci passi molto.</p>
<p>La sensazione che ho avuto ieri è che la preoccupazione nel segnalare la parità tra tutti i gruppi umani si sia tradotta, nella mostra, in una serie di messaggi contraddittori. Mentre i pannelli bombardano il visitatore con frasi che sottolineano l&#8217;inesistenza delle razze umane, il percorso espositivo spiega &#8211; e non potrebbe fare altrimenti &#8211; tutti i fenomeni di diversificazione locali. Così è possibile leggere a destra che le diversità sono trascurabili e a sinistra che il dato popolo sembra discendere da una specie più antica ed è geneticamente distinguibile.</p>
<p>Poiché questo tipo di mostre si rivolge prevalentemente alle scuole, mi chiedo cosa resta nella testa di un ragazzino di 10-12 anni. Mi chiedo, soprattutto, se può uscire con qualche conoscenza in più o solo con un marasma di informazioni apparentemente contraddittorie che, a quell&#8217;età, non è certo facile organizzare. Ci sono poi altri aspetti che mi hanno lasciata interdetta: è possibile che, per non essere &#8216;eurocentrici&#8217;, sia necessario mortificare la nostra cultura? Ha senso dire che l&#8217;Italia, prima dell&#8217;unità, era linguisticamente come la Nuova Guinea, negando così una lunghissima tradizione letteraria? Oppure dire che i babilonesi conoscevano il teorema di Pitagora perché sapevano come calcolare la diagonale di un quadrato, fingendo che il metodo dimostrativo greco non rappresenti un fondamentale progresso nel pensiero scientifico?</p>
<p>Insomma, sarebbe forse opportuno chiedersi se i danni del politically correct ad ogni costo non superino di gran lunga i suoi vantaggi. Esempi del genere, a mio avviso, offrono il destro a chiunque sia portatore di un pensiero diverso e pericoloso per ridicolizzare idee importanti che meritano, invece, serietà, argomentazione e anche il coraggio di farsi carico del dubbio.</p>
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		<title>Un paese, i ricordi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:03:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questa stagione la spiaggia è lavata dalle onde e deserta. Orme di passeggiate solitarie si snodano a perdita d&#8217;occhio. Il cielo è basso di nuvole e la torre normanna sembra guardare oltre lo strato lattiginoso, verso altre coste e altri mari. Eccola Maiori, che per tutta l&#8217;infanzia ho guardato distrattamente salvo averne oggi una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa stagione la spiaggia è lavata dalle onde e deserta. Orme di passeggiate solitarie si snodano a perdita d&#8217;occhio. Il cielo è basso di nuvole e la torre normanna sembra guardare oltre lo strato lattiginoso, verso altre coste e altri mari. Eccola Maiori, che per tutta l&#8217;infanzia ho guardato distrattamente salvo averne oggi una dolcissima nostalgia. Il paese di mio padre, di mia nonna, di metà della mia famiglia. Sdraiato lungo la spiaggia bassa, in una posizione che gli fu fatale durante l&#8217;alluvione del 1954, e doppiamente dopo, quando gli spazi vuoti furono colmati dal cemento di alberghi e palazzine. Il paese meno bello della Costiera Amalfitana &#8211; ho sempre detto e pensato &#8211; eppure quello che oggi mi manca di più.</p>
<p><span id="more-981"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/maiori.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-983" title="maiori" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/maiori-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Tre giorni tra Salerno e la Costiera per immaginare una mostra antologica dei lavori di mio padre, un modo bello e vivo per ricordarlo. Ma, inevitabilmente, anche giorni per ripensare a lui quasi un anno dopo. Tra memorie di parenti e amici e vecchie foto in bianco e nero, alcune per me del tutto inedite. Mio padre a 18, 19 anni: torace largo, fisico asciutto, volto pulito di barba e baffi, sorriso da scugnizzo. Mio padre ridicolissimo nella sua divisa militare, con la faccia del pesce fuor d&#8217;acqua davanti a un pezzo di artiglieria. Mio padre che faceva bere il vino a un ragazzino e gli insegnava a rispondere, se qualcuno gli chiedeva com&#8217;era, &#8220;E&#8217; buono &#8216;n facci&#8217;o cazzo!&#8221;</p>
<p>Molti tratti comuni con l&#8217;uomo che ho conosciuto anche io, ma pure molte cose nuove. Che fanno venire il rimpianto di essersi fatti raccontare troppo poco, di essersi lasciati sfuggire l&#8217;occasione di conoscere qualcosa in più. E anche guardare i suoi lavori alla luce dell&#8217;allestimento di una mostra significa vederli con occhi nuovi, non più come il panorama abituale delle pareti di ogni casa in cui ho vissuto e di molte nelle quali ho trascorso del tempo. Una visione insieme più vera ma, forse, più lontana da quella intima del padre.</p>
<p>Buffe oscillazioni del pensiero, con un punto fermo: mio padre mi manca, più di quanto sospettassi un anno fa.</p>
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		<title>Un saluto al sognatore</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 19:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sarò la prima né l&#8217;ultima a sentirsi triste, oggi, di fronte alla notizia della morte di Steve Jobs. Si è già scritto e detto di tutto, d&#8217;altro canto il suo cancro al pancreas aveva fatto sì che le redazioni fossero belle e pronte con polposi coccodrilli. Gli utenti mac hanno fatto il resto, inondando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sarò la prima né l&#8217;ultima a sentirsi triste, oggi, di fronte alla notizia della morte di Steve Jobs. Si è già scritto e detto di tutto, d&#8217;altro canto il suo cancro al pancreas aveva fatto sì che le redazioni fossero belle e pronte con polposi coccodrilli. Gli utenti mac hanno fatto il resto, inondando la rete di messaggi, ricordi, discussioni. Perciò questo post non serve a niente, se non a dire che mai avrei pensato di provare dispiacere per la morte di un imprenditore miliardario.</p>
<p><span id="more-937"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs-e-i-suoi-prodotti.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-938" title="steve jobs e i suoi prodotti" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/steve-jobs-e-i-suoi-prodotti-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" /></a>Il fatto è che Jobs ha incarnato un modello che mi pare ormai in via di estinzione: quello di un uomo che crea un impero attraverso il suo sogno. Non senza tic e nevrosi, immagino. Eppure a me viene da pensarlo come il Willy Wonka della <em>Fabbrica del cioccolato</em> di Dhal. Una specie di eterno bambino che riesce a rendere oro le sue idee e i suoi sogni, persino le sue follie. Non è e non vuole essere un ricordo agiografico il mio, però quando oggi ho riascoltato il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=8ogACjJcNzc">discorso di Stanford</a> del 2005, con tutta la sua retorica, non ho potuto fare a meno di pensare che un imprenditore così ci mancherà.</p>
<p>Si è parlato tanto del suo essere proiettato nel futuro, eppure ciò che trovo affascinante nella figura di Jobs è ciò che lo riporta a un&#8217;immagine passata: il bambino sfortunato che crede nelle sue idee e costruisce un&#8217;impresa mondiale a partire dalla cantina di casa. Una storia di altri tempi, in un mondo che tende sempre più a escludere ciò che è diverso, ciò che rompe gli schemi, ciò che offre un punto di vista inedito sul mondo. Il genio di Jobs è soprattutto qui, nella capacità di guardare con altri occhi la tecnologia, di chiederle cose che nessuno le aveva chiesto prima (di essere bella, per esempio&#8230;), di rivoluzionare il rapporto delle persone con alcuni oggetti d&#8217;uso quotidiano.</p>
<p>Poi si può disquisire a lungo sulla reale superiorità dei computer Apple rispetto ai PC. Io mi sono convertita alla mela nel 2007 e non tornerei mai indietro, ma questo dipende anche dall&#8217;uso che se ne fa. Oltre che, appunto, dal desiderio che possiamo avere di instaurare una relazione nuova con gli strumenti che utilizziamo. Scrivo su un MacBook, ho accanto un iPhone&#8230; In parte perché, effettivamente, ne ho un vantaggio relativo all&#8217;utilità pratica, in parte anche &#8211; perché no? &#8211; perché sono oggetti belli, piacevoli, facili e immediati. Sono a misura d&#8217;uomo, e non sono certa che questa sia una questione accessoria&#8230;</p>
<p>Infine, mi ha colpito sentirlo parlare (sempre a Stanford) del suo rapporto con la morte, della morte come maggiore risorsa della vita, perché costringe a dar valore a ogni attimo. Chiunque abbia sfiorato la morte, propria o di chi gli sta accanto, conosce questa sensazione di subbuglio che riorganizza priorità, amore per le cose e le persone, gioia di fare e di essere. Nel bene e nel male, Steve Jobs i suoi 56 anni li ha vissuti davvero. Buon viaggio&#8230;</p>
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		<title>Il sommo dilettante</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 19:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un mondo visto di sghembo, a cavallo di uno spigolo vivo che separa verosimile e finzione nello spazio già fittizio del quadro. La pittura di Savinio è un gioco di specchi che riverbera mito collettivo, memoria individuale e fantasia. In questi giorni, Milano ospita una bellissima mostra che ripercorre, della vita proteiforme di questo sommo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un mondo visto di sghembo, a cavallo di uno spigolo vivo che separa verosimile e finzione nello spazio già fittizio del quadro. La pittura di Savinio è un gioco di specchi che riverbera mito collettivo, memoria individuale e fantasia. In questi giorni, Milano ospita una bellissima <a href="http://www.mostrasavinio.it/">mostra </a>che ripercorre, della vita proteiforme di questo sommo dilettante, il ruolo dell&#8217;arte visiva nella sua poetica.</p>
<p><span id="more-830"></span><img class="alignright size-medium wp-image-831" title="Savinio-Il-sogno-di-Achille" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/Savinio-Il-sogno-di-Achille-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" />Il quadro come dichiarata finzione, luogo dove l&#8217;immaginario si fa oggetto fisico, concreto. La pittura sembra scolpire i suoi soggetti, siano essi esseri antropomorfi, giocattoli, architetture. Il mito si fa corpo nella straordinaria serie di eroi del 1929. Anatomie modellate con immensa forza plastica, a eccezione delle teste. Minuscole, inutili. Quasi a segnalare l&#8217;inanità del pensiero razionale nei tempi aurei del mito.</p>
<p>E poi quelle teste non sviluppate o atrofizzate si mutano in capi di animali. Struzzi, cervi, uccelli i cui corpi &#8211; non più nudi della loro innocenza atletica di eroi &#8211; si rivestono di abiti borghesi, sgargianti. Oppure diventano i volti prototipici della scultura greca, ritrovati sotto il velo di contemporanei come Apollinaire.</p>
<p>Ancora: giocattoli enormi e città in miniatura, colori naturalistici spezzati dall&#8217;esplosione di forme cromatiche accese e taglienti, quasi fulmini che squarciano il cielo. Foreste impenetrabili e architetture oniriche, spesso inquadrate in una quinta sghemba &#8211; una porta, una finestra, una tenda che ondeggia. Pittura che rimanda al teatro, e al teatro sono dedicate le ultime sale della mostra, che conservano bozzetti di scene e di costumi.</p>
<p>Savinio musicista, Savinio scrittore, Savinio pittore. La sua letteratura e la sua pittura, pur mantenendosi nettamente distinte, offrono immagini complementari, si fanno specchi deformanti &#8211; ma pur sempre specchi &#8211; l&#8217;una dell&#8217;altra. Artista e intellettuale &#8220;completo&#8221;? No. Perfetto dilettante. Che, come dice la parola stessa, si diletta, si diverte, gioca. Tra le sue pagine e sulle sue tele aleggia un sorriso, una vena sottile d&#8217;ironia che sta lì a dire: &#8220;Non prendetemi sul serio, non lo faccio neanch&#8217;io!&#8221;</p>
<p>Eppure che scrittore, e che pittore, è stato&#8230;</p>
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		<title>Milano metafisica</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 20:58:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di questo fine settimana milanese, graziato da un cielo azzurro poco congruo e da un caldo estivo, mi porterò negli occhi e nel ricordo un quartiere di periferia, uno di quelli cui la deindustrializzazione ha lasciato un silenzio irreale, povere case dignitose, relitti di fabbriche e binari di ferrovie: la Bovisa. Ora so che anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di questo fine settimana milanese, graziato da un cielo azzurro poco congruo e da un caldo estivo, mi porterò negli occhi e nel ricordo un quartiere di periferia, uno di quelli cui la deindustrializzazione ha lasciato un silenzio irreale, povere case dignitose, relitti di fabbriche e binari di ferrovie: la Bovisa. Ora so che anche a Milano &#8211; città che sempre ho sentito estranea &#8211; ho un mio posto, un luogo che mi è entrato dentro.</p>
<p><span id="more-811"></span>Quasi una sfida, quella con Barbara: mostrarmi un volto di Milano che mi potesse sorridere. Non con l&#8217;apprezzamento razionale che si prova di fronte alle cose oggettivamente belle, che non mancano. Ma con il trasporto emotivo della pancia, con l&#8217;empatia, con la forza dell&#8217;immaginazione. E ci è riuscita, questa amica preziosa, questa mia simile in tante cose e, anche, nello sguardo.</p>
<p>Non mi ci ha portato subito, no. Prima abbiamo visitato la pinacoteca di Brera: un&#8217;autentica miniera di bellezza. Opere che, da sole, varrebbero il viaggio. Le più note &#8211; la pala di Brera di Piero della Francesca, il Cristo morto del Mantegna, il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo &#8211; e altre che si espongono in una grazia più umile, ma non meno eloquente. E poi l&#8217;allestimento così &#8220;vecchio&#8221;, la quadreria. Nessun percorso obbligato, nessun lunghissimo pannello esplicativo, nessuna barriera tra te e le opere. Solo tu e i quadri.</p>
<p><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/sironi7.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-812" title="sironi7" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/sironi7-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Il contrasto non poteva essere più stridente. Dalle strade luminose e animate di Brera al silenzio metafisico della Bovisa. Eppure subito mi è tornato in mente Sironi, di cui la pinacoteca ospita alcune tele. La Bovisa possiede quella poesia arcana che il pittore ha saputo così bene raccontare. Sotto un cielo compatto di blu, come dipinto a campate piatte, lisce, le basse case sono quasi inghiottite dai muri colossali delle ex fabbriche, dalle moli industriali, dal ferro del gasometro.</p>
<p>Fazzoletti di verde &#8211; un albero, una striscia di prato selvatico &#8211; annegati in prospettive di ferro e cemento. Binari e soprelevate a delimitare uno spazio altro dalla città. Nessuno per le strade, pochi suoni. Il vento ieri. E stamattina, quando di nuovo ci siamo tornate, una gallina a razzolare nell&#8217;erba alta, stretta tra due case.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-813" title="bovisa" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/bovisa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente umano in queste strade. Dalle dimensioni dei palazzi, al ricordo delle industrie, del lavoro produttivo, quello che fa cose, non finanza e pezzi di carta. Il lavoro con le mani e la fatica, dove la fabbrica è come una grande chioccia che cova le case popolari, i loro interni umidi, i cortiletti modesti. ù</p>
<p>Un posto umano senza uomini. Perché di persone ne abbiamo incontrate pochissime. Uno scenario, uno sfondo teatrale sul quale immaginare la recita della vita. Come nei quadri di Sironi, appunto. Sospesi nell&#8217;istante tra inspirazione ed espirazione, nel lento respiro dell&#8217;esistenza.</p>
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