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	<title>.: FRC :. &#187; miscellanea</title>
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	<description>Francesca Romana Capone</description>
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		<title>Ciao Sergio</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 08:16:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di un anno fa, quando mio padre se ne è andato,  mi hai scritto che, con le mie parole, l&#8217;avrei sicuramente reso felice perché &#8220;una volta arrivato da qualche parte, si è subito trovato qualcosa da leggere&#8221;. Allora ecco, adesso che anche tu sei partito per raggiungerlo &#8220;da qualche parte&#8221;, ho pensato di regalarti un sorriso, dopo tanta brutale sofferenza. Voglio pensarti con un bicchiere di buon vino, la sigaretta a consumarsi tra le dita, e una pagina davanti. Tu e la tua implacabile penna, prolungamento tagliente di una mente affilata e sottile, capace di sezionare come un bisturi ogni testo, per estrarne il frutto profondo e più vero.</p>
<p><span id="more-1009"></span>Tutto quello che ho scritto è passato per le tue mani, e non sempre ne è uscito indenne. Ma ogni volta, insieme, abbiamo fatto un viaggio che spaziava nella letteratura di ogni tempo, quella vera. Eri un terribile snob in fatto di libri: rivendicavi con forza la differenza, l&#8217;abisso insuperabile che separa la letteratura dalla scrittura &#8220;bassa&#8221;, di genere o di occasione, piccola e ombelicale. E da me pretendevi la &#8220;L&#8221; maiuscola: solo quello doveva essere l&#8217;obiettivo, niente di meno e niente di diverso. Ma la tua attenzione era per me una ricompensa sufficiente, la cura con cui leggevi le mie pagine, la perizia certosina con cui le passavi al vaglio, il sorriso con il quale me le restituivi.</p>
<p>Porterò con me come un regalo prezioso la lettura ad alta voce del mio romanzo, nel caldo dell&#8217;estate umbra, dalla mattina presto fino alla sera tardi. La tua voce inconfondibile, che molti ricorderanno in radio, io la ho avuta tutta per me, per sentire l&#8217;effetto delle mie parole nella bocca altrui, il loro peso o il loro svigorire. E alla voce pensavi &#8211; deformazione da sceneggiatore &#8211; quando mi spingevi a lavorare sui dialoghi, a far emergere il tono dei personaggi, il vocabolario loro proprio. Ho imparato molto, Sergio, dal lavoro che abbiamo fatto insieme, dall&#8217;attenzione professionale che mi hai generosamente regalato.</p>
<p>I libri: quanti me ne hai regalati, quanti autori mi hai fatto scoprire e amare! <em>La voce a te dovuta</em> di Salinas è stato il primo. Avevi appena letto <em>Quello che non ti ho detto</em> e mi scrivesti che, in qualche modo, ti aveva fatto pensare al poeta spagnolo. E poi il tuo Portogallo: Saramago, certo, ma anche il sorprendente Lobo Antunes del quale tanto abbiamo parlato. Il suono liquido di una cadenza portoghese addolciva a volte la tua voce scura. Il ricordo di quella terra e della sua gente faceva spesso capolino nelle nostre conversazioni.</p>
<p>Mi piaceva starti ad ascoltare. Eri un grande affabulatore e una persona ricca, nonostante il tuo carattere burbero e, a volte, duro. Senza mezzi termini e senza compromessi. Non era facile starti vicino, però era bello. Almeno per me, la <em>nina mala</em>, come mi avevi ribattezzato. E, mi dicevi spesso, tra cattivi ce la intendevamo&#8230; Fino a non molto tempo fa, capitava di incontrarsi a tavola, di assaporare qualcuno dei tuoi manicaretti: preciso e opulento nella cucina come nel resto, eri un cuoco davvero speciale. Ti piacevano le cose buone della vita: il cibo, il vino, le sigarette, il sesso, la lettura, il cinema&#8230;</p>
<p>Ti piaceva la tua solitudine, che non volevi barattare con la comodità. Fino alla fine, anche in maniera ormai irragionevole, hai cercato di difendere la tua autonomia, il tuo pudore davanti alle devastazioni della malattia. Lo hai fatto a modo tuo, anche arrabbiandoti e ferendo chi voleva solo starti vicino. Ma sei rimasto te stesso fino all&#8217;ultimo.</p>
<p>Sono contenta di essere riuscita a salutarti. Poco più di un&#8217;ora a carezzarti una mano evanescente, senza la certezza che tu mi abbia riconosciuta (ma un lampo negli occhi mi ha fatto pensare, forse illudere, che sì, mi hai visto accanto a te). Sono passati solo pochi giorni, nemmeno una settimana, ma il tempo, in queste circostanze, fa brutti scherzi. Il dolore lo dilata, la fine lo contrae in un unico punto di rimpianto e mancanza. Mi mancherai Sergio. E mancherai anche al tuo amichetto Andrea, che ancora parla dei tuoi &#8220;bicipiti possenti&#8221; e legge <em>Capitani coraggiosi</em> forte della tua bella lettera che lo accompagnava.</p>
<p>Ma ora basta perché, come hai scritto tu, &#8220;La scrittura autoconfessionale sa troppo spesso di sentimentalismo, poco sopportabile quando mette l’accento sull’esclusività del rapporto tra l’&#8217;io&#8217; e il &#8216;tu&#8217;&#8221;. Ti saluto, allora, ma ti tengo anche con me. Se devo immaginarti un paradiso, lo penso come un grande spazio di libertà. E di parole.</p>
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		<title>Musica e futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 08:05:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<category><![CDATA[musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Difficile che un brano musicale mi tocchi particolarmente. Chi mi conosce sa che rapporto bislacco io abbia con la musica, quanto poco (o nulla) la ascolti e quanto ancor meno la capisca. In genere l&#8217;emozione passa attraverso i testi: un linguaggio a me più congeniale. Così stamattina, venendo a lavoro, un brano in radio, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Difficile che un brano musicale mi tocchi particolarmente. Chi mi conosce sa che rapporto bislacco io abbia con la musica, quanto poco (o nulla) la ascolti e quanto ancor meno la capisca. In genere l&#8217;emozione passa attraverso i testi: un linguaggio a me più congeniale. Così stamattina, venendo a lavoro, un brano in radio, di uno dei pochi cantautori che amo, mi ha colpito per il modo sottile di fotografare il presente. Lui è Ivano Fossati, la canzone <em>Laura e l&#8217;avvenire</em>. <span id="more-998"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/03/ivano+fossati-ivano-fossati.jpg"></a></p>
<p>Arrivata in ufficio l&#8217;ho cercata su YouTube e l&#8217;ho ascoltata ancora due volte. E, chissà perché, ho sentito &#8220;l&#8217;attentato delle lacrime&#8221; assalirmi la gola e gli occhi. C&#8217;è, nelle povere frasi del testo, tutto quel senso di non appartenenza al presente che spesso ci assale guardando quello che ci circonda. C&#8217;è la salvezza di un abbraccio, di un&#8217;empatia che tamponi l&#8217;abbandono del mondo. Una rinuncia? Forse. Ma piena di dignità.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=pqzkyHRqc_E">Laura e l&#8217;avvenire</a></p>
<div>Laura l’avvenire ci sfugge <a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/03/ivano+fossati-ivano-fossati.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-999" title="ivano+fossati-ivano-fossati" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/03/ivano+fossati-ivano-fossati-300x220.jpg" alt="" width="180" height="132" /></a></div>
<div>tutto sta cambiando,</div>
<div>amore e lavoro per esempio<br />
tutto sta mancando<br />
La parte buona della nostra vita</div>
<div>è ancora là nei bar sulla strada</div>
<div>col futuro che ci lluminava<br />
Sembravi spaventata al primo incontro</div>
<div>col tuo sorriso leggero</div>
<div>sembravi più fragile mentre</div>
<div>preparavi in fondo agli occhi</div>
<div>quell’attentato che sono le lacrime</div>
<div>al mio desiderio sincero<br />
Laura prendi il tuo coraggio e abbracciami&#8230;<br />
Abbracciami&#8230;<br />
Ora questo posto non fa più per noi,</div>
<div>questo è un deserto di democrazia,</div>
<div>oggi che la fabbrica chiude tutti se ne andranno&#8230;<br />
Lasciamo libera la scena, anche noi!<br />
Vieni..<br />
E’ così vero che non ha senso</div>
<div>è forse l’indifferenza dei giorni,</div>
<div>Laura prendi il tuo cappello e andiamo<br />
Che di strada, di strada, di strada ne avremo da raccontare<br />
In mezzo alla polvere di acido e d’argento<br />
ti amavo, ti amo, e aggiungo mite un sentimento<br />
Dai prendi anche il mio cappotto</div>
<div>dalla sedia che ce ne andiamo, noi due.<br />
Ora questo posto non fa più per noi,</div>
<div>questo è un deserto della fantasia,</div>
<div>ora questo posto non fa più per noi.</div>
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		<title>I danni del politically correct</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 10:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
				<category><![CDATA[miscellanea]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Entro quali limiti è giusto applicare categorie contemporanee ai contesti storici? Non si rischia, così, di traslare indebitamente concetti e saperi in ambiti che non consentono di essere letti attraverso le lenti del presente? E&#8217; giusto falsare l&#8217;immagine della storia per trasmettere idee importanti nell&#8217;oggi? Sono le domande che mi frullano in testa dopo aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Entro quali limiti è giusto applicare categorie contemporanee ai contesti storici? Non si rischia, così, di traslare indebitamente concetti e saperi in ambiti che non consentono di essere letti attraverso le lenti del presente? E&#8217; giusto falsare l&#8217;immagine della storia per trasmettere idee importanti nell&#8217;oggi? Sono le domande che mi frullano in testa dopo aver visitato ieri la mostra <em>Homo Sapiens</em>, pur apprezzabile per molti aspetti ma, secondo me, fortemente fuorviante per chi non abbia gli strumenti critici adeguati.</p>
<p><span id="more-995"></span>Mi sono decisa ad andare proprio perché sto leggendo testi che riguardano l&#8217;evoluzione umana e i metodi per studiarla: da quelli tradizionali della paleoantropologia a quelli più recenti legati alla biologia molecolare e alla genetica, che hanno permesso di chiarire alcuni punti ancora oscuri dello sviluppo del genere Homo e delle numerose specie che gli appartengono. Uno dei temi più delicati nella ricostruzione del nostro albero filogenetico è, ovviamente, quello che riguarda il problema della &#8216;razza&#8217;. Esistono razze umane? Qual è &#8211; se esiste &#8211; il confine nella divergenza genetica tra la diversità interna a una razza e quella che distingue una razza dall&#8217;altra?</p>
<p>Sono temi che, alla luce della storia recente, risultano difficilissimi da trattare. La parola razza si è ormai caricata di significati fortemente negativi, che implicano non solo la diversità ma una gerarchia: razze superiori e inferiori. Contro questa visione distorta si sono giustamente battuti molti paleoantropologi, ottenendo una grande &#8216;vittoria&#8217; nel momento in cui gli studi del DNA hanno dimostrato che l&#8217;intera specie proviene dall&#8217;Africa e che, quindi, le differenziazioni locali sono un prodotto della storia recente.</p>
<p>Tuttavia nessun serio studioso sosterrà che non esistono differenze tra le popolazioni del mondo, sia a livello fenotipico (ovvero visibile: colore della pelle, taglio degli occhi ecc.), sia a livello genotipico (nel senso della variabilità genetica che consente di raggruppare popoli da lungo tempo isolati dagli altri). D&#8217;altro canto le diversità nello sviluppo delle popolazioni sono testimoniate anche dall&#8217;evoluzione delle lingue, e non è un caso che la linguistica offra strumenti e metodi estremamente utili per la ricostruzione della storia umana.</p>
<p>Il punto sembra allora quello di trovare un equilibrio tra una variabilità umana che certamente esiste e il fatto che questo non implichi alcuna gerarchia, ma rientri piuttosto nei normali fenomeni legati all&#8217;evoluzione biologica delle specie animali. Probabilmente la parola &#8216;razza&#8217; non è più utilizzabile in tal senso, proprio perché circondata da un&#8217;atmosfera di senso che punta a segnalare una scala di valori. Ma tra la scelta di non usare un termine e quella di negare il problema, mi pare ci passi molto.</p>
<p>La sensazione che ho avuto ieri è che la preoccupazione nel segnalare la parità tra tutti i gruppi umani si sia tradotta, nella mostra, in una serie di messaggi contraddittori. Mentre i pannelli bombardano il visitatore con frasi che sottolineano l&#8217;inesistenza delle razze umane, il percorso espositivo spiega &#8211; e non potrebbe fare altrimenti &#8211; tutti i fenomeni di diversificazione locali. Così è possibile leggere a destra che le diversità sono trascurabili e a sinistra che il dato popolo sembra discendere da una specie più antica ed è geneticamente distinguibile.</p>
<p>Poiché questo tipo di mostre si rivolge prevalentemente alle scuole, mi chiedo cosa resta nella testa di un ragazzino di 10-12 anni. Mi chiedo, soprattutto, se può uscire con qualche conoscenza in più o solo con un marasma di informazioni apparentemente contraddittorie che, a quell&#8217;età, non è certo facile organizzare. Ci sono poi altri aspetti che mi hanno lasciata interdetta: è possibile che, per non essere &#8216;eurocentrici&#8217;, sia necessario mortificare la nostra cultura? Ha senso dire che l&#8217;Italia, prima dell&#8217;unità, era linguisticamente come la Nuova Guinea, negando così una lunghissima tradizione letteraria? Oppure dire che i babilonesi conoscevano il teorema di Pitagora perché sapevano come calcolare la diagonale di un quadrato, fingendo che il metodo dimostrativo greco non rappresenti un fondamentale progresso nel pensiero scientifico?</p>
<p>Insomma, sarebbe forse opportuno chiedersi se i danni del politically correct ad ogni costo non superino di gran lunga i suoi vantaggi. Esempi del genere, a mio avviso, offrono il destro a chiunque sia portatore di un pensiero diverso e pericoloso per ridicolizzare idee importanti che meritano, invece, serietà, argomentazione e anche il coraggio di farsi carico del dubbio.</p>
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		<title>Un anno senza</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 20:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
				<category><![CDATA[miscellanea]]></category>
		<category><![CDATA[andrea]]></category>
		<category><![CDATA[parole in libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Caro Babi, stamattina la tramontana faceva vorticare in uno sciame crepitante le foglie secche nei cortili di Tor Vergata. Tre ciclamini impertinenti scoppiavano di bianco e rosa nella ciotola proprio di fronte all&#8217;auletta. Il cielo azzurro provava a far sembrare bello anche il grigiume degli edifici universitari. Un anno fa, invece, il tempo era coperto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Babi,<br />
stamattina la tramontana faceva vorticare in uno sciame crepitante le foglie secche nei cortili di Tor Vergata. Tre ciclamini impertinenti scoppiavano di bianco e rosa nella ciotola proprio di fronte all&#8217;auletta. Il cielo azzurro provava a far sembrare bello anche il grigiume degli edifici universitari. Un anno fa, invece, il tempo era coperto. O almeno così mi pare di ricordare, ma senza alcuna certezza. Di quella giornata molte cose si confondono, così come delle precedenti.</p>
<p><span id="more-988"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/Babi-piscina1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-990" title="Babi piscina" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/Babi-piscina1.jpg" alt="" width="198" height="292" /></a>Ma non è di quell&#8217;ultima, terribile, manciata di ore che voglio scriverti. Piuttosto dei giorni che sono venuti dopo, dei mesi sui mesi, di tutte le volte che ho pensato &#8220;Ecco, le dimissioni di Berlusconi le avresti dovute vedere, questa persona ti avrebbe fatto incazzare, il timballo ti sarebbe piaciuto, <em>Vita e Destino</em> ti avrebbe entusiasmato&#8221;. Succede di continuo, ma non è un rimpianto: è solo il modo che ho trovato per continuare a sentirti vivo. Così fai parte della mia vita, con la tua carne e il tuo spiritaccio, com&#8217;eri davvero, e non evanescente come un&#8217;ombra che piano piano scompare.</p>
<p>Il fatto è che per me questo è stato un bell&#8217;anno. A partire da quel giorno zero, dopo mesi dolorosi, mi sono aggrappata al mio tempo per viverlo fino in fondo. A modo mio, certo; un modo che a molti sembra strano, inutile, forse velleitario. Ma io sono in pace con me stessa, e questo è un risultato grande. Sono fiera delle cose che ho fatto e anche dei risultati che comincio a intravedere. Lo saresti stato anche tu.</p>
<p>La prima cosa che non sai è che, in un momento in cui usare la testa mi faceva male, ho ricominciato a usare le mani. Così sono nati i miei &#8216;bottoni&#8217;, che ancora mi accompagnano ogni volta che ho bisogno di rallentare i pensieri. Ti sarebbero piaciuti un sacco gli accostamenti di forme e colori, ti avrebbe divertito l&#8217;inaspettata pazienza che metto nel torcere il sottile filo di ferro.</p>
<p>Non sai, poi, che tre mesi esatti dopo di te, se ne è andato Otto. Altro colpo duro per me e per Andrea. Fare i conti continuamente con l&#8217;assenza, cercare di darle nome e ragione: un lavorio continuo con tuo nipote, colpito profondamente da queste fini così vicine. Cercare di raccontargli la morte col sorriso sulle labbra è stato esercizio di autocontrollo ma anche di &#8216;digestione&#8217; per me. Ho ringraziato mille volte di avere Andrea che non mi ha concesso di lasciarmi mai andare.</p>
<p>Estate: Torino e la scuola estiva; Genova e gli amici; Pontetto con gli scogli e il mare così simile alla Costiera. Andrea e l&#8217;acqua, finalmente amata. Un pesciolino come, con fatica, sono diventata anche io. Ma ancora mi ricordo la Sardegna e le braccia saldamente attaccate al tuo collo, mentre mi trascini in quel turchese improbabile in cui il sole filtra pesci e sabbia fine. Anche a tuo nipote piace nuotare così, aggrappato alla mia schiena: la patella e lo scoglio, diciamo noi. Infila maschera e sputazza dal boccaio, esplorando affascinato il pullulare di vita sul fondale.</p>
<p>Anche della mia decisione di studiare l&#8217;arabo saresti stato contento: so già che ne avremmo parlato e avresti tirato giù qualche polveroso volume di poeti arabi. Così come avresti condiviso con me la letteratura di quel mondo che vado via via scoprendo. E ti avrebbe affascinato la calligrafia, la sintesi del segno continuo, il contrappunto dei segni diacritici. Ti avrei mostrato i miei quaderni e mi avresti incoraggiato a continuare.</p>
<p>Meno ti saresti entusiasmato, forse, per le mie disordinate ricerche all&#8217;università, che pure sono per me così importanti. Certo, comunque, avresti gioito del rapporto che ho costruito con alcune, bellissime persone, del rispetto che mostrano verso la mia testardaggine e la mia voglia di ritagliarmi un piccolo spazio per lo studio e la conoscenza. In casa, intanto, i libri si accumulano con il disordinato amore con il quale li vivevi anche tu.</p>
<p>La cucina è un posto dove ti penso sempre. Sia perché spesso ricerco i sapori noti dei tuoi piatti, sia perché quando mi allontano da quella via penso a quanto una certa pietanza ti sarebbe piaciuta o ti avrebbe lasciato perplesso. Lo sai? Oltre a varie genovesi degne di casa Capone, mi sono prodotta anche in un sublime sartù! Mani e intuito e creatività: la mia cucina nasce dalla tua e, nei metodi, le somiglia.</p>
<p>Come si condivide il ricordo? Noi ci abbiamo provato, pensando a quello che ti sarebbe piaciuto. La cena con gli amici di sabato: gustosa, allegra e piena di te. Il brindisi davanti a quello che, dopo il pensierino scritto a scuola da Andrea, è diventato il tuo &#8220;vaso&#8221; (&#8220;sono triste &#8211; aveva scritto &#8211; perché penso a mio nonno morto nel suo vaso&#8221;, e sotto ci aveva disegnato proprio un vaso con i fiori e una specie di omino liofilizzato dentro&#8230;). I tanti amici pieni di affetto vero e grande, e le tue &#8216;donne&#8217;, come un anno fa.</p>
<p>E poi la mostra che speriamo si farà. Mettere in fila i tuoi quadri e disegni di cinquant&#8217;anni, esporli in quella Maiori dove non tornavi più perché non la riconoscevi, come un amante tradito. Eppure hai lasciato qualche segno anche lì, nei racconti del sindaco e nei ricordi dei compaesani. Sarà bello sapere che qualcosa di tuo resterà lì, in quella terra che io amo ancora tanto e dove, nonostante tutto, mi hai fatto affondare profonde radici emotive.</p>
<p>Ci sono altre due cose, le più belle, che non sai e che non ti scrivo qui. E ce ne sono altre mille che, ne sono certa, mi torneranno in mente appena staccherò le dita dalla tastiera. Non fa niente: la mia è una preghiera laica. Non credo che mi veda e che mi ascolti, penso solo che sia bello, comunque, continuarti a parlare.</p>
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		<title>Un paese, i ricordi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:03:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FRC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questa stagione la spiaggia è lavata dalle onde e deserta. Orme di passeggiate solitarie si snodano a perdita d&#8217;occhio. Il cielo è basso di nuvole e la torre normanna sembra guardare oltre lo strato lattiginoso, verso altre coste e altri mari. Eccola Maiori, che per tutta l&#8217;infanzia ho guardato distrattamente salvo averne oggi una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa stagione la spiaggia è lavata dalle onde e deserta. Orme di passeggiate solitarie si snodano a perdita d&#8217;occhio. Il cielo è basso di nuvole e la torre normanna sembra guardare oltre lo strato lattiginoso, verso altre coste e altri mari. Eccola Maiori, che per tutta l&#8217;infanzia ho guardato distrattamente salvo averne oggi una dolcissima nostalgia. Il paese di mio padre, di mia nonna, di metà della mia famiglia. Sdraiato lungo la spiaggia bassa, in una posizione che gli fu fatale durante l&#8217;alluvione del 1954, e doppiamente dopo, quando gli spazi vuoti furono colmati dal cemento di alberghi e palazzine. Il paese meno bello della Costiera Amalfitana &#8211; ho sempre detto e pensato &#8211; eppure quello che oggi mi manca di più.</p>
<p><span id="more-981"></span><a href="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/maiori.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-983" title="maiori" src="http://www.francescaromanacapone.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/maiori-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Tre giorni tra Salerno e la Costiera per immaginare una mostra antologica dei lavori di mio padre, un modo bello e vivo per ricordarlo. Ma, inevitabilmente, anche giorni per ripensare a lui quasi un anno dopo. Tra memorie di parenti e amici e vecchie foto in bianco e nero, alcune per me del tutto inedite. Mio padre a 18, 19 anni: torace largo, fisico asciutto, volto pulito di barba e baffi, sorriso da scugnizzo. Mio padre ridicolissimo nella sua divisa militare, con la faccia del pesce fuor d&#8217;acqua davanti a un pezzo di artiglieria. Mio padre che faceva bere il vino a un ragazzino e gli insegnava a rispondere, se qualcuno gli chiedeva com&#8217;era, &#8220;E&#8217; buono &#8216;n facci&#8217;o cazzo!&#8221;</p>
<p>Molti tratti comuni con l&#8217;uomo che ho conosciuto anche io, ma pure molte cose nuove. Che fanno venire il rimpianto di essersi fatti raccontare troppo poco, di essersi lasciati sfuggire l&#8217;occasione di conoscere qualcosa in più. E anche guardare i suoi lavori alla luce dell&#8217;allestimento di una mostra significa vederli con occhi nuovi, non più come il panorama abituale delle pareti di ogni casa in cui ho vissuto e di molte nelle quali ho trascorso del tempo. Una visione insieme più vera ma, forse, più lontana da quella intima del padre.</p>
<p>Buffe oscillazioni del pensiero, con un punto fermo: mio padre mi manca, più di quanto sospettassi un anno fa.</p>
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