Parole con le mani sporche
Gomorra è un libro scritto con le mani sporche.
Non un’inchiesta condotta da un osservatore estraneo. Non l’oggettiva ricostruzione di un clima, una vicenda, una terra. E nemmeno un documento di denuncia puro e semplice.
Gomorra è un allucinante viaggio guidato da un’unica ossessione: quella di capire. Saviano lo afferma più volte, ma ancor di più valgono le pagine secche come schiaffi che fotografano la nuova camorra, quella del duemila. Quella che prende a esempio gli imprenditori di successo. Frutto marcio dell’economia capitalistica che ne sfrutta tutti i meccanismi.
Saviano scrive con la rabbia e l’amore che solo chi è figlio di quella stessa terra e di quella stessa cultura può avere. Solo chi l’ha sputata con dolore dal fondo dello stomaco può mostrarla nel suo vero volto. È questo che colpisce soprattutto del libro. Che è inchiesta ma è anche urlo, pianto, per una situazione verso la quale i media continuano a voltare la faccia.
Eppure le cifre sono impressionanti. Quelle del volume d’affari dei clan, certo. Ma anche e soprattutto quelle della mattanza infinita. Una collana di morti ammazzati senza soluzione di continuità. E Saviano li va a vedere, cerca negli occhi spenti un barlume di umanità residua. Sporca col sangue e col puzzo nauseante i sensi del lettore perché, come scrive, “la morte fa schifo”.
È un libro, Gomorra, di cui si è giustamente parlato tanto. Le minacce ricevute da Saviano hanno riacceso i riflettori della cronaca. Ma a me interessa soprattutto la forza della sua parola. La fiducia nella parola come unica arma in grado di contrastare le dinamiche del potere criminale. Un ruolo sociale della scrittura riconquistato con la qualità letteraria, che tocca lo stomaco ancor prima del cervello.
E che fa paura.