gennaio 8

La verità è nei nomi. I nomi costruiscono le identità – degli uomini, delle culture, persino dei luoghi. Ma i nomi, al contrario di quanto crediamo, sono entità mutevoli e sfuggenti.

È questo tema, soprattutto, che mi è parso il cuore del bel libro Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (edizioni e/o, premio Flaiano 2006) dello scrittore e giornalista algerino – ‘trapiantato’ in Italia da oltre dieci anni – Amara Lakhous.

L’impianto è quello di un giallo: un omicidio in un ascensore di uno stabile di Piazza Vittorio, cuore multietnico di Roma. Una struttura narrativa apertamente gaddiana in cui alla fine diventa chiaro che la scoperta dell’assassino – della verità, quindi – è del tutto superflua. Le ‘confessioni’ dei diversi personaggi danno voce a quella labilità delle identità e dei nomi che si perdono nei rivoli delle convinzioni di ciascuno, dei suoi pregiudizi, delle piccole beghe quotidiane.

Contrappunto a queste voci – la colf peruviana e la portiera napoletana, il rifugiato iraniano e il professore milanese – sono gli ‘ululati’ del protagonista, Amedeo che, come Romolo e Remo, aspira a dissetarsi dalla madre lupa Roma tentando di sopravvivere alla propria e altrui alterità (non a caso il titolo originale dell’opera, pubblicata in Algeria nel 2003, era Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda).

E se è vero che la convivenza ha alla sua base la reciproca conoscenza, seppure con tono lieve di commedia, questo libro sembra suggerire che la conoscenza non può mai toccare la verità. La verità, insomma, è sempre un po’ più avanti, si intravede ma non si raggiunge. Ed è multipla: ognuno costruisce la propria, anche in aperta contraddizione con gli altri.

Il ‘gioco’ dei nomi è, in questo senso, molto serio. Attraverso i nomi conosciamo gli altri e conosciamo noi stessi. Troviamo un posto nel mondo, un’identità riconoscibile nell’esilio che – nel bene o nel male – è l’emigrazione. Anche se gli italiani messi in scena da Lakhous sembrano essersi scordati del proprio stesso passato.

Come tutti i buoni libri, questo ha diversi piani di lettura. Si può affrontarlo come una commedia ironica e un po’ amara sulla convivenza delle diverse etnie in una Roma insieme madre e matrigna. Oppure leggerlo più a fondo, come un ululato di dolore al quale è difficile dare un nome.