febbraio 15

Maurizio l’ho conosciuto in una circostanza curiosa. Era il 16 novembre, giorno del mio compleanno, e io ero a Genova per presentare il mio libro grazie all’affetto degli amici che hanno voluto festeggiarmi così. “Però – mi dice Andrea – prima di andare in libreria vorrei passare all’università: oggi si laurea in lettere un mio caro amico”. L’oggetto della tesi – Dino Buzzati cronista di nera – mi incuriosisce: mi accodo volentieri.

Maurizio non è uno sbarbatello che strappa una laurea triennale. Ha superato i quaranta e, da Parigi dove vive, si è tolto lo sfizio di prendersi la laurea in lettere. Quella a cui rinunciò a suo tempo. Quella che, evidentemente, gli mancava. Così ascolto una discussione davvero scoppiettante e dopo faccio ‘l’intruso’ nelle foto di rito.

Ci scappa, il giorno dopo, un pranzo con chiacchiere annesse. Andrea, gran cerimoniere, mi dice che Maurizio sta per pubblicare il suo secondo libro. Gli brillano gli occhi, ad Andrea. Ha l’aria di avere qualche ideuzza in testa, ma per il momento tace.

Me lo scrive qualche giorno dopo: “ti andrebbe di presentare a febbraio il libro di Maurizio?” Lo sa, Andrea, che pur di tornare a Genova farei qualsiasi cosa. Maurizio mi manda il libro, e sono in trappola. Sì perché il libro è intelligente e ironico come l’autore e tocca temi che mi sono vicini: il grigiume culturale della vita in azienda e il disagio di chi nutre interessi e velleità lontane da quel mondo. E però ci resta.

Un poeta in fabbrica – manuale di resistenza umana al fanatismo lavorativo (Fratelli Frilli editori). Così si intitola il libro. Maurizio Puppo l’autore. Fin qui è semplice, ma tra due giorni, per la prima volta, sarò lì a presentarlo e sento un po’ di agitazione. Con me – oltre al Puppo, s’intende – Enrico Testa, docente dell’ateneo genovese. Oddio, mi torna un po’ di panico da esami…

Qualcosa sul libro però la voglio scrivere, a partire dalla mail mandata a caldo all’autore. Intanto – gli scrivevo – il libro è godibilissimo. Maurizio maneggia il linguaggio e la struttura del testo con vera maestria. Un’apparente leggerezza che ti porta per mano dentro temi di grande spessore quali il tempo (perso, trascorso invano, diviso, recuperato).

Gustavo Mauri è un quarantenne, quadro aziendale, che si ritrova davanti a un’offerta che può cambiare il corso della sua carriera. Solo che Gustavo è anche altro. È lo scolaro che scriveva temi bellissimi e a cui il suo maestro riconosceva un talento. E questo Gustavo riemerge dalle ceneri dell’altro, di quello che da vent’anni è in fabbrica e realisticamente ci resterà fino alla pensione. E poi c’è una storia parallela – quella di Michele Servito – che fa da filo rosso apparendo e scomparendo tra le pagine, per poi farsi metafora della vicenda contemporanea.

Ma la cosa che ho apprezzato di più nel libro è il gioco sapiente sui diversi registri linguistici con quello che sottende: la lingua non come mero strumento di comunicazione ma come spazio abitabile o, all’opposto, come mezzo di coercizione. Mi sembra che sia un tema molto fecondo e che la sua applicazione al dualismo tra lo spazio del desiderio e quello della realtà incarnato dall’azienda sia quanto mai calzante. Insomma, lo spaesamento linguistico come segno evidente dell’inadeguatezza a un modello di vita.

A conferma di questo, nel libro è inserito un geniale glossario dei termini usati in azienda, con la loro particolare accezione. Un solo assaggio: “Sindacati: coloro che impediscono la crescita, lo sviluppo, l’occupazione, il progresso, difendono i lavativi, sono sempre tra i piedi, tutti diritti e niente doveri, pretendono di omologare i salari, sognano pane e cipolla per tutti, i veri poteri forti”. Mi rispondeva Maurizio in proposito: “Le parole ridotte a slogan, incartapecorite nella ripetizione ossessiva di luoghi comuni, debitamente adattati allo spirito dei tempi, divengono uno strumento di coercizione”.

Va bene, lo so, questa non è una vera recensione. Solo uno stuzzichino per far venir voglia di leggere il libro. E, per chi è a Genova, di farsi una passeggiata al Porto Antico sabato sera. Chez Andrea, naturalmente!