marzo 8

È stato per caso che, proprio in prossimità dell’8 marzo, io mi sia ritrovata a iniziare un libro, Leggere Lolita a Teheran, della scrittrice iraniana Azar Nafisi. Un caso perché lo avevo comprato da un po’: era lì in attesa, sul comodino. Però, quando oggi l’ho preso in mano per leggerne qualche pagina, ho pensato che fosse un buon pretesto per parlare della festa della donna.

Io lo sento l’8 marzo. Non come giorno di ‘festa’ da infiocchettare con mimose e frasi ipocrite. Ma come occasione per ricordare, riflettere, immaginare un futuro diverso.

Ma sarebbe troppo facile pensare alle donne di Teheran, alla loro sofferenza, per sentirsi bene, a posto, dalla parte giusta del mondo. Non lo siamo. Specie in Italia.

La più bella discussione su questo tema, ultimamente, l’ho avuta con Amara Lakhous, lo scrittore algerino autore di Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, che ho avuto la fortuna di incontrare. Amara – che viene da un paese di cultura islamica – è in Italia da oltre dieci anni. È laureato in filosofia e in antropologia culturale, oltre che giornalista. Insomma, un osservatore privilegiato sulla finta parità offerta da questo spicchio di mondo ‘occidentale’.

Con lui si rifletteva sulla discriminazione strisciante che subiscono le donne in Italia. Dalle difficoltà legate alla maternità, alla segregazione verticale nel lavoro, fino alla finta libertà del corpo femminile esibito e strumentalizzato dai media.

Ecco, Amara sosteneva che questa discriminazione sottile, non plateale, non gridata come in certa parte del mondo islamico, rischi di essere, paradossalmente, ancor più pericolosa. Perché se il nemico non si vede non ci si coalizza nemmeno per combatterlo. E si perde anche la forza della minoranza consapevole. Non c’è ribellione: si subisce più o meno in silenzio.

E io sono del tutto d’accordo con lui. Il grande male del nostro plastificato occidente, specialmente in Italia, è la falsa democrazia, la libertà fasulla, i diritti dichiarati e mai applicati.

Non tocca solo le donne. Tocca, in generale, le minoranze. Basta guardare cosa sta succedendo intorno ai DICO, strumento perfettibile a dir poco, ma certo possibile primo passo nella giusta direzione.

Insomma, il Vaticano non mi imporrà il velo, ma la mia libertà la mette a rischio comunque.