L’altro
La letteratura è spesso l’arte dell’ipotesi: la finzione narrativa costruisce mondi possibili traendo la materia dal mondo reale. Ne so qualcosa anch’io: il mio primo libro è nato esattamente su questo gioco, sul confine sottile tra detto e non detto che distingue quanto è accaduto da quanto sarebbe potuto accadere.
In questo filone si inserisce anche “La parte dell’altro”, romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, che porta avanti in parallelo la storia reale di Hitler e l’ipotetica vita che avrebbe potuto avere se, nel 1908, non fosse stato respinto dall’Accademia di Belle Arti di Vienna. La fantasia dell’autore si scatena per paradosso, fino a far sposare Adolf H. – l’alter ego immaginario di Hitler – con una donna ebrea.
Il romanzo è accattivante, sia per il ritratto intimo (estremamente documentato) che traccia dell’Hitler storico, sia per il personaggio che crea e plasma attorno all’idea iniziale. I due sono separati solo dagli eventi perché l’autore è bravo a rendere coerente lo sviluppo dell’Hitler ‘buono’ con un carattere comunque formato sulla materia offerta dal personaggio storico. Insomma, una piccola deviazione degli eventi individuali segna come un sasso nello stagno i cerchi via via più larghi degli accadimenti mondiali.
Ma l’aspetto che forse mi ha intrigato di più del libro è il titolo che, al di là delle apparenze, non si riferisce, se non indirettamente, alla sostituzione – sovrapposizione dei due protagonisti. Quello che sottintende è che entrambi i personaggi hanno annullato in loro la parte dell’altro. Ovvero, non hanno escluso gli altri nel rapporto esterno, ma hanno soppresso quanto, dentro di loro, è lo spazio dell’altro da sé.
Lo scatto che, a un certo punto della storia, li distingue, sta tutto qui: Adolf H. ricomprende in se stesso l’altro, Hitler lo esclude definitivamente. Il discrimine tra il bene e il male è solo questo: la scelta di alimentare il dubbio dentro di sé che l’altro porta sempre o la decisione di incarnare solo certezze. L’estromissione forzata della sofferenza e del dolore crea il mostro. La tesi è: Hitler era un uomo che si è trasformato in una figura aberrante. Fingere che l’orrore fosse in lui ‘congenito’, estrometterlo dall’umanità per pulirsi la coscienza è solo un pericoloso alibi che non mette al riparo dal ripresentarsi di figure simili.
Due i passaggi che mi hanno colpito in questo senso. “Per la prima volta – scrive EES a proposito di Adolf H. – scopriva il pericoloso privilegio che avrebbe governato la sua vita, ovvero che l’artista trae la sua linfa da tutto, anche dalle sofferenze. E tutto riciclando, può rimanere un uomo per bene o diventare un mostro che soffre e fa soffrire gli altri per la maggior gloria della sua arte”. In un altro punto del libro, uno dei personaggi femminili scrive sempre ad Adolf H. a proposito dei dittatori: “E mai niente potrà contraddirli. Perché hanno ragione in anticipo. Sanno. Non sono le loro idee a uccidere, ma il rapporto che hanno con esse: la certezza”.
Il romanzo è poi corredato dal diario dello scrittore relativo al periodo in cui lavorava al libro. Qui ci sono frasi che mi hanno riportato al mio rapporto con la scrittura. “Ma i libri – scrive EES – fin dalle prime parole, ci dicono come devono essere scritti e indicano il tempo che esigeranno da noi. (…) I miei libri mi domandano più di quanto io domandi loro.(…) Lo sapevo, ho smesso di essere io lo scrittore, non controllo più, sono passato al servizio di un mostro che mi detta le sue pretese, sono diventato uno scrivano”.
L’ultimo pensiero di questo post va all’amico che mi ha fatto conoscere lo scrittore e mi ha poi regalato il libro. Come sempre più spesso mi accade, è nella ricchezza degli scambi letterari che finisco per scoprire e amare le persone.