maggio 3

Ieri sera prendo appuntamento con una amica per andare al cinema. Lusso che mi concedo poco, ultimamente. Ci vediamo verso le otto e, mentre lei prende i biglietti, io vado a cercare parcheggio. Siamo a Testaccio: molta animazione, molti locali, pochi parcheggi. Arrivo a un incrocio: una scintillante Mini nera (che peraltro veniva da sinistra) rallenta. Io passo ma, mentre attraverso, la persona al volante si attacca al clacson. Continuo per la mia via alzando una mano come a dire “Eh, che sarà mai”. Giro ancora un paio di strade e finalmente trovo un parcheggio. Mi fermo, spengo l’auto, apro la portiera.

Mi trovo davanti una ragazza sui 25 anni, graziosa, molto tatuata ma molto tirata a lucido (come dire, ‘costruita’ da cattiva), con lo sguardo da folle. Mi apostrofa sbattendo violenetemente una mano sulla fiancata della macchina e dicendo: “Chi hai mandato affanculo tu?”. Io, in tutta innocenza e serenità, col sorriso sulle labbra, le rispondo: “veramente nessuno”. La fanciulla non mi ascolta neanche: sono ancora seduta al mio posto di guida quando mi arriva la prima sberla. Sono sorpresa, più che spaventata. Tento di dirle di andarsene con tono ancora tranquillo. Lei si allontana di qualche passo e mi fa: “aspetto che scendi così ti do’ il resto”. Non mi viene neanche in mente di rimettere in moto e andarmene. Sto andando al cinema, non voglio farmi rovinare la serata da questa pazza. Quindi, con tutta calma, scendo, chiudo la portiera e mi avvio per la mia strada.

Lei mi salta letteralmente al collo a schiaffi, graffi, tirate di capelli. L’adrenalina continua a non salirmi: non riesco a reagire non per paura ma per incredulità. Assistono impassibili alla scena un ragazzo appoggiato mollemente a braccia conserte su di un motorino e un anziano uomo di colore. Non mi viene neanche in mente di chiedere aiuto. A un certo punto si profila in fondo alla via la sagoma di quello che poteva essere un armadio a quattro ante sormontato da una boccia rasata. Intuisco che è il ‘cavaliere’ della mia simpatica aggressora (come si dirà?) e penso in un lampo: “ok, se questo mi mette un ditino addosso, ben che vada finisco in ospedale”.

Invece lui arriva smadonnando contro la ragazza e tenta di strapparmela di dosso continuando a urlare: “ma che cazzo devo fare con te, mi hai rotto i coglioni, sei una pazza”. Alla fine si allontanano, lei con un pugno di miei capelli in mano, mentre lui la ‘sospinge’ dolcemente a suon di sberle e calci nel culo. A naso, ne ha prese decisamente più lei che io. Io resto un po’ allibita in mezzo alla strada e, a questo punto, il ragazzo col motorino si rianima dalla sua apparente paralisi e mi dice tutto concitato: “chiama i carabinieri, testimonio io”. A parte la voglia di mandarlo a quel paese essendo stato del tutto immobile ad assistere alla scena (avrebbe anche potuto chiamarli lui i carabinieri, senza necessariamente fare l’eroe), penso in un lampo che non ho nessuna voglia di finire una delle mie poche serate libere in un commissariato a denunciare una disgraziata che, a ogni buon conto, è stata trascinata a casa a ‘prendersi il resto’ di quelle che voleva dare a me.

Non è finita: mentre mi allontano, si fa avanti anche il vecchietto e, con grande cortesia mi dice: “signora, io non sono intervenuto perché eravate due donne. Ma se lui l’avesse toccata le assicuro che avrei fatto qualcosa. Però le consiglio di spostare la macchina: quei due abitano qui e sono noti”. Sempre più allucinata lo ringrazio e gli dico che no, non ho intenzione di spostare la macchina, e che se dopo il cinema ci dovessero essere danni, allora andrei al commissariato.

Fine dell’avventura. Raggiungo la mia amica al cinema ancora un po’ scossa, con qualche graffio, un paio di lividi e un dolore al cuoio capelluto. E qualche pensiero.

Primo pensiero: la ragazza era fuori di sé. Se avesse avuto a portata di mano un coltello, una spranga o qualsiasi altra cosa (un ombrello, visto che era brutto tempo?), sono certa che non avrebbe esitato a usarli. Insomma, poteva anche ammazzarmi. Stessa cosa vale per il suo ‘lui’: se invece di strapparmela di dosso fosse intervenuto in sua difesa mi avrebbe spaccato l’osso del collo con uno schiaffo. E mi chiedo anche oggi quanti lividi ha lei in conseguenza di questa sua alzata d’ingegno.

Secondo pensiero: sarebbe sano, in questi casi, avere una reazione di paura. Se mi fosse accaduto, avrei semplicemente chiuso la portiera, rimesso in moto e cercato un altro parcheggio. Invece l’assurdità e la futilità della situazione mi ha totalmente inibito da un lato l’aggressività, dall’altro la paura. Mettendomi, di fatto, molto più a rischio.

Terzo pensiero: che avrei fatto se in macchina con me ci fosse stato mio figlio di tre anni? Temo che lì avrei avuto una reazione molto più ‘animale’ e violenta anche io, non facendo di certo un buon servizio al mio bambino che avrebbe assistito alla scena.

Conclusioni non ce ne sono. Solo una grande tristezza per l’inutilità di queste ‘avventure’ metropolitane e la pena per chi ha bisogno di sfogare le sue frustrazioni aggredendo gli altri per strada, nella metro o anche solo in una riunione di condominio.

Segnali della perdita di contatto con gli altri, della incapacità di analizzare e verbalizzare le situazioni, dell’esasperazione dell’io contrapposto al resto del mondo, della violenza che alimenta altra violenza. Insomma, banale alienazione metropolitana. Peccato che ogni tanto ci scappa pure il morto. E solo allora – sembra – il problema sale alla ribalta.

PS: i due bravi ragazzi di cui sopra sono – ovviamente – italianissimi!