giugno 5

I meccanismi dell’informazione sono a volte imperscrutabili. Lo dice una che ci ha anche lavorato dentro, abituata a non stupirsi più. Il 31 maggio scorso leggo su Repubblica di un accorato e provocatorio appello lanciato al capo dello Stato, Napolitano, da 310 ergastolani, affinché trasformi la loro in pena capitale. “Abbiamo deciso di morire una volta sola – si legge – le chiediamo che la nostra pena dell’ergastolo sia tramutata in pena di morte”.

La notizia non compare su altri grandi quotidiani; una ricerca veloce in Internet mi conferma che le fonti d’informazione l’hanno snobbata, mentre numerosi blog e siti si sono rimpallati il link al (bel) articolo di Repubblica.

Io però mi ostino (deformazione professionale?) a cercare la fonte, il testo integrale della lettera inviata a Napolitano. Perché aldilà dei toni evocativi e drammatizzati dell’articolo voglio trovare le parole crude di chi, a una vita in carcere, preferisce la morte.

Lo dico subito: il testo, quel testo, non l’ho trovato. In compenso ho trovato decine di lettere di ergastolani sul tema all’indirizzo web della campagna ‘Mai dire Mai’. Scopro così che il dibattito carcerario è partito a gennaio, discutendo della morte di Saddam Hussein, nel penitenziario di Nuoro. “Oggi al passeggio – si legge nella lettera che apre la discussione – abbiamo commentato l’impiccagione di Saddam. Un ergastolano ha detto: ‘Si può uccidere un uomo in tanti modi, torturandolo, impiccandolo, alla sedia elettrica ma lasciarlo morire lentamente con la pena dell’ergastolo è qualcosa di più mostruoso, invece Saddam se l’è cavata in cinque minuti, in un attimo ha scontato la sua pena, noi invece ci dobbiamo mettere tutta una vita’”.

La lettera si apre con un’invocazione di Luigi Settembrini: “O Dio Padre/fammi la grazia della morte/ giacché gli uomini/ per tormentarmi/ mi hanno dato lo spazio della vita”. E poi prosegue tra dotte citazioni (“Nella Francia rivoluzionaria l’Assemblea Costituente mantenne la pena capitale ma vietò le pene perpetue: fu così che nel codice penale del 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni di ferri”) e frasi forse meno auliche ma ben più forti (“L’ergastolo è un inferno ancora più brutto dell’inferno stesso perché quello dell’aldilà lo sconti da morto ma questo sulla terra lo sconti da vivo”).

In altri interventi successivi, i detenuti sottolineano l’incongruenza paradossale tra la pena perpetua (diamole il suo nome – chiede uno di loro – non quello edulcorato di ergastolo) e il fine costituzionale della pena carceraria al reinserimento nella società. E certo il tema mi sembra degno di una riflessione approfondita. Premesso che sono contraria alla pena di morte, leggere questi messaggi, questi testi, queste parole a volte sgrammaticate ma certo sentite, mi ha colpito molto.

Parliamo – chiaro – di persone che si sono macchiate spesso di crimini orrendi: non è pena la mia per chi sconta scelte sbagliate. Ma chiuderli in carcere e non pensarci più è davvero la soluzione migliore per la società? Onestamente non lo credo. Oggi, dopo queste letture, meno che mai. Oggi sento di appoggiare la proposta presentata dalla senatrice di Prc Boccia per l’abolizione dell’ergastolo.

E se non se ne facesse nulla? Provocazione per provocazione: non è in fondo la loro richiesta di commutare la pena in morte una forma di domanda di eutanasia? All’eutanasia, sì, sono favorevole. Ma se un uomo può legittimamente desiderare la propria morte per le estreme sofferenze del corpo, non può farlo, ancora più in coscienza, per quelle intollerabili dello spirito?

Pubblico qui, per intero, ‘La ballata dell’esrgastolano’, scritta da Carmelo Aldo Navarria dal carcere di Livorno. E invito tutti a visitare le pagine web della campagna ‘Mai dire Mai’.

La ballata dell’ergastolano

Passi lunghi ben distesi

un passo, ancora un passo

per tornare subito indietro

un altro giorno null’altro

senza andare da nessuna parte

sogni che iniziano dove finiscono

rumori di metallo di chiavi

per giorni per mesi per anni

mura di cinta sbarre cancelli

occhi carichi di ricordi

ormai solo corpi parlanti più

vicini alla morte che alla vita.

Passi lunghi ben distesi

un passo ancora un passo

per tornare subito indietro

prigionieri per sempre

togliendoci tutto

senza lasciarci niente

neppure la sofferenza

la disperazione il dolore

perché non si fa più parte

degli esseri umani.

Passi lunghi ben distesi

un passo, ancora un passo

un altro giorno null’altro

morendo dentro a poco a poco

presente uguale al futuro

uguale a domani uguale a ieri

sofferenza per il giorno dopo

e per il giorno dopo ancora.

Passi lunghi ben distesi

un passo, ancora un passo

un altro giorno null’altro

immaginando di vivere,

ma immaginare non è vivere.

Passi lunghi ben distesi

un passo, ancora un passo

con l’ergastolo la vita

diventa una malattia,

una morte bevuta a sorsi;

non ci uccidono: peggio,

ci lasciano morire per sempre,

di un dolore che è per l’eternità.

Un altro giorno, null’altro.