giugno 28

Quanti fronti si possono tenere aperti contemporaneamente? Quanto è alto il rischio di una disfatta totale, nel momento in cui si combatte su tanti, troppi campi di battaglia? Quando si capisce che, almeno di fronte a un nemico, è il caso di lasciare le armi?

Sono domande che mi tormentano in questo inizio d’estate che, come vento di scirocco, ha portato con sé vampate roventi di bellezza e dolore, amicizia e conflitto, sofferenza e allegria. E ha risvegliato ricordi passati, pensieri seppelliti sotto strati di tempo e maschere di indifferenza.

Non è un caso che, quando si apre un nuovo orizzonte, ci si ritrovi impastoiati nel passato. Non ci si incammina nel tempo futuro senza portarsi dietro il fardello di quello già attraversato. Eppure i giorni che si affacciano sono vergini, nuove le persone che si incontrano. Pagine bianche sulle quali si posa tentennante la penna.

E così voglio vivere questa attesa. Con la trepidazione del bambino che scopre il mondo. Cercando di spogliarmi dei miei schemi e delle mie strutture, di liberarmi dalle esperienze almeno quel tanto che basta per imparare di nuovo a correre rischi, a mettermi in gioco, a costruirmi anche attraverso il dolore.

In verità è già da un po’ che sperimento questo modo di muoversi nella vita come senza pelle. Che scopro la magia di tutto quanto non è conosciuto, noto, scontato. E però questa condizione ha un difetto: non consente di sfuggire alla sofferenza. Che invece ti investe e ti butta a terra senza trovare ostacoli razionali.

Allora è per questo che ogni tanto torno a chiedermi quanti fronti posso tenere aperti, quanta forza ho di reggere sì la gioia ma anche il dolore che ognuno si porta dietro. E provo la tentazione di tornare a chiudere delle porte, di ricostituire quello strato protettivo intorno al mio corpo e alla mia testa che mi salvi da tutto questo male.

Ma non voglio farlo, non ancora…