Una lettera non spedita
Amore,
ho gli occhi pieni di immagini, la mente piena di parole, le mani piene di lettere da non spedire. Lettere che racconterebbero di questa terra che sempre più mi inghiotte e mi fa sua.
In poco più di un anno, sono venuta a Genova con tutti i mezzi – auto, treno, nave – e in tutte le stagioni. L’ho vista calda di sole in un tardo giugno, quando gli odori dei carrugi si appiccicavano alla pelle. L’ho vista affogare in un diluvio biblico in novembre, sbarcando all’alba del mio compleanno da un mare di metallo rabbioso. Ho rabbrividito nel suo inverno a febbraio e goduto della sua primavera in maggio. Fino a questo agosto di sole e nuvole, tepore diurno e temporali notturni, brezza che dà sollievo alla pelle e porta sentore di mare.
E sempre questa città mi ha parlato, questo mare mi ha sussurrato segreti. Finché qualche giorno fa, aprendo al mattino le imposte della stanza che mi ospita ormai da una settimana, non ho sentito di essere a casa.
Mai mi era successo prima, neanche nella città dove sono nata che, come sai, non riesco ad amare fino in fondo. Sarà colpa, forse, di questo mare che anche adesso mi culla muovendosi inquieto sotto le chiatte. Perché da qui gli occhi abbracciano la città da una prospettiva inedita: insieme dall’interno e dall’esterno.
E sarà anche colpa del suo cielo così in disordine, che sento fratello. Ecco, un momento l’azzurro è soffocato da coltri nere di nuvole. Un attimo dopo il vento spazza via le nubi, apre spazi di sfavillante sereno. La pioggia è temporale, non acquerugiola incerta. E il sole scotta la pelle che la brezza ha sollevato in piccole escrescenze dolenti.
Anche io sono così adesso. Da quando ho imparato di nuovo a piangere. In me vive lo stesso disordine di questi cieli genovesi.
Così oggi le lacrime mi hanno invaso prepotenti gli occhi sotto l’urto della bellezza.
Avrei voluto stringerti la mano e percorrere con te la passeggiata di Nervi, dove le onde schiaffeggiavano le scogliere scure. Il mare cambiava spesso colore: impenetrabile lastra grigia o trasparente velo turchese. Il vento si divertiva a spettinarmi e a scapigliare il cielo, stracciando le nuvole qui e accumulandole in blocco più in là.
Avrei voluto vedere gli elementi riflessi nei tuoi occhi. Mi piace tanto guardarli, lo sai, specie quando rispecchiano la bellezza.
I miei, di occhi, hanno cambiato colore, ne sono certa. È il segno dell’amore: mi succede sempre quando li poso sulle cose o sulle persone che amo. Ma anche questo, ormai, lo dovresti sapere.
E poi Boccadasse, la piccola spiaggia di ciottoli abbracciata dal borgo di pescatori. E le semplici barche di legno tirate a secco, con i loro fascioni colorati. Si fa fatica a credere che questa sia ancora la città, così come Nervi.
Ho guardato questi luoghi dietro un velo di lacrime e un barlume di folle speranza. Immaginandomi di appartenere loro davvero, un giorno. Sogno per sogno, una casa affacciata sugli scogli di Nervi, o una soffitta a Boccadasse come quella della gatta di Paoli. Magari potendo vivere della mia scrittura. Sarà che questa terra trasuda parole: di narratori, di poeti, di cantautori. Un po’ come quell’altra mia terra dell’anima, il Portogallo.
Però qui davvero mi muovo sovrapposta al mio futuro, non so se prossimo o lontano. Non posso credere che l’amore per questa città non troverà prima o poi uno sbocco, non saprà essere coincidenza reale.
Genova è una città forte, di contrasti netti. Il bianco e il nero di chiese e palazzi, il povero e il ricco, l’allegria e la desolazione. È una città che chiede amore esigente. Ti sorprende a ogni angolo di strada. Un panorama mozzafiato dopo una breve salita in ascensore o in funicolare. Una pozza di piscio a stagnare ai piedi di un palazzo patrizio. Spesso ti accoglie, a volte prova a respingerti. Con me non le è riuscito. Troppo belle anche le persone che ho incontrato. Buona la cucina, semplice e gustosa anche per me che, come sai, non mangio pesce.
Tutto così intimamente legato a me, a come sono oggi, a come mi sono scoperta negli ultimi mesi. Chissà che non ci sia stata anche una piccola chiave genovese ad aprire il cancello di quel giardino selvaggio nel quale mi pare di essermi trasformata.
Oggi con me c’era Andrea, perciò non mi mancava niente. La tua, di assenza, è parte dell’amore che ho per te, e non mi spaventa la distanza. Purché io trovi una lingua per condividere con te queste emozioni. Vederle con gli stessi occhi fianco a fianco, mano nella mano. O scriverne per trasmetterti una fotografia sfocata. I colori, lo sai, saranno un po’ falsati così come quelli delle foto: davanti all’obiettivo c’è sempre un filtro, e in questo caso sono io.
Vedi, in questa lettera tu quasi non compari. Eppure credo sia una lettera d’amore. Ti sto regalando un altro pezzo di me del quale non sai cosa fartene. Ma so che lo terrai caro, che affido le mie speranze e le mie paure del futuro a mani salde.
Chiudi, dunque, le dita su questo mio piccolo sogno genovese e custodiscilo finché le nubi che si sono gonfiate sopra la mia vita non saranno spazzate via da un vento frizzante che odora di mare.