Addii estivi
È stata un’estate crudele.
In una manciata di giorni si è portata via due persone a me care. E di altre morti silenziose ho avuto notizia da amici e conoscenti. Subdola, questa stagione non troppo calda né troppo arrabbiata, ha asciugato la vita di donne e uomini che ancora pochi mesi fa parlavano e ridevano, o magari fissavano il vuoto dal quale sono stati inghiottiti.
La prima è stata Eda. È morta a ferragosto, in ospedale. Aveva poco più di 70 anni ed era una donna che amava la vita, l’attraversava con allegria e irruenza. Aveva combattuto – e vinto – contro malattie orrende, era stata vicina al marito fino al suo ultimo respiro, poco più di un anno fa. È stato il cuore a giocarle questo scherzo, contro di lui neanche la sua voglia di vivere ha potuto nulla.
Eda l’abbiamo conosciuta nell’80. Io avevo 6 anni. Quando mia madre la invitò a casa la prima volta rimasi colpita da questa donna così poco sobria – capelli biondo platino, trucco pesante, vestiti sgargianti e tacchi a spillo. Mi guardò sorridente negli occhi e sentenziò: “Tu sei una puttana!”. Le stesse parole le ha ripetute a mio marito, pochi mesi prima che mi sposassi. Incurante del mio scandalo, sosteneva con forza questa sua intuizione.
A Eda devo quella che ritengo l’unica prova dell’esistenza di Dio. L’avevo scelta come madrina per la cresima, a 14 anni. Razzolavo ancora in parrocchia, tra scout e catechismo, già svogliata. Ci preparammo con cura, io e lei – vestiti nuovi, la prima e unica permanente della mia vita. A rivedere oggi le foto, in modo tutt’altro che castigato.
Quando fu il nostro turno di presentarci davanti al vescovo, inciampammo sui tacchi troppo alti e finimmo gambe all’aria ai piedi dell’altare.
Ancora oggi, quando ci penso, non posso fare a meno di sorridere. E di pensare che in quella scena sia racchiusa tutta Eda, tutto il suo impeto, tutti i casini che ha combinato nella sua vita e tutto l’amore che comunque è riuscita a dare. Se esiste un paradiso, Eda è lì a far ridere chi soffre. E probabilmente si è innamorata di un qualche angelo biondo.
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Il 23 agosto, piano piano, se ne è andata mia nonna, Anna. Aveva 93 anni, di lei e della sua mente ormai sfilacciata che non riusciva più a sostenere nemmeno il linguaggio avevo scritto un anno fa. Era una morte attesa la sua – l’età, la fragilità da scricciolo del suo corpo. E però ci ha sorpreso: stava bene, non aveva dato alcun segnale.
Nonna viveva da anni in casa di riposo. Era sola, tre giorni fa. Seduta su una poltrona della sala comune, parlava con una donna. A un certo punto si è assopita. Chi era con lei ci ha raccontato che il suo corpo ha avuto un piccolo sussulto. E poi non c’era più.
Mio nonno Umberto, morto a 94 anni, ha passato gli ultimi anni della sua vita in un fondo di letto. E ha combattuto contro la morte come un leone fino alla fine, mantenendo una crudelissima lucidità mentale che non gli ha risparmiato niente. Nonna no. Ha avuto la morte migliore possibile – se può mai essere buona la morte. Non ha sofferto, mia madre l’ha trovata bella, con un volto disteso e il corpo di nuovo allungato nel suo metro e settanta.
Di questa morte, quello che mi ha colpito davvero è stato il commiato di una generazione della mia famiglia. Dei miei quattro nonni, ne ho conosciuti tre. E lei era l’ultima rimasta in vita. Idealmente, la sua generazione ha passato il testimone a quella successiva, portando anche me un gradino più su.
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Se c’è qualcosa che è a me toglie qualsiasi emozione nella morte, che asciuga gli occhi e, anzi, finisce per spingermi al riso, bene, è il funerale cattolico. Da troppo tempo non entro da fedele in chiesa per non essere spinta a notare i paradossi e i gesti di un rito che spesso mi sembra pagano.
Il funerale di mia nonna, nel paese dove c’è la casa di riposo, si è fatto ieri, alla presenza di poche persone tra i parenti più stretti e il personale della struttura dove abitava. Il prete era un giovanissimo spagnolo dall’aria severa di piccolo inquisitore. Ha iniziato la preghiera alla porta del paese, dietro al carro funebre: una modernissima auto immensa e scura che – non potevo crederci – si chiama ‘Pilato’. Solo che Pilato era accesa e invece che da fumi d’incenso il rito è iniziato avvolto da scarichi d’auto.
Il feretro ha fatto il suo ingresso nella minuscola chiesa dopo essere stato ‘sputato’ elettronicamente da Pilato. Lo hanno imbracciato in quattro, quattro becchini che sembravano usciti da una versione di Matrix all’amatriciana, con i loro vestiti e occhiali scuri, eroici nei 42 gradi di ieri. Solo che uno di loro era nettamente più basso degli altri tre e la bara ha proceduto sbilanciata pericolosamente. L’impresario – che già si era occupato del funerale di mio nonno – distribuiva baci ai parenti e raccoglieva scongiuri neanche troppo nascosti.
Anche il prete ha raccolto gesti scarmantici durante la sua predica, mentre ci spiegava che “non sappiamo quando, non sappiamo a che ora, non sappiamo in che modo” ma, insomma, toccherà a tutti. Era assistito nel rito da due orrende beghine con la voce miagolante, di quelle che infestano le chiese di tutto il mondo. Una agiva e l’altra guardava con occhio critico, come a dire – io farei molto meglio. Quella in azione ha tirato una panca sul piede di mia cugina e non è riuscita ad accendere l’incensiera. La scena del prete che benedice la bara con gesti ampi mentre dall’urna non esce nemmeno un filo di fumo è stata piuttosto comica. Così come le movenze da sommelier in degustazione mentre beveva il vino della messa.
Se ancora il funerale ha potuto avere – almeno per chi ci crede – un senso di sacralità, la tumulazione al Verano ha tolto qualsiasi sprazzo di dignità umana alle povere ossa di mia nonna. Il loculo nel quale è seppellito mio nonno, assieme alle piccole casse di zinco nelle quali sono stati ridotti i resti dei miei bisnonni – era smurato per accogliere la nuova ‘ospite’. E poi è stato un breve via vai di muratori con cazzuola e calcestruzzo che infilano la bara come dovessero incastrare una valigia voluminosa in un porta bagagli – una spinta di qua, una botta di là, daje che quando tocca sei arrivato. Il muretto tirato su alla svelta ha chiuso allo sguardo quello scempio.
I fiori per mia nonna erano troppi per essere accolti dai due vasi portati dall’impresa di pompe funebri. Gli altri erano stati tutti rubati, come pare accada spesso. Così abbiamo smontato una grande corona, per non lasciarla ad appassire lì. Qualche fiore l’ho portato a casa. Altri li ho distribuiti sulle tombe abbandonate, quelle che in due date e una fotografia provano a raccontare una storia. Unico gesto umano – mi sembra – della giornata.