agosto 15

Per prima cosa corre alla finestra. Guarda corrucciato le nuvole finché non individua una striscia di sereno laggiù, dove c’è il mare. Allora sorride, Andrea, eccitato e felice, perché l’avventura sta per cominciare. Andiamo in barca, a pesca. La prima volta per lui: gioia e timore si mischiano nella sua irrequietezza.

A Genova il tempo cambia rapidamente; ci aspetta una mattinata splendida di mare calmo e cielo terso. Quando Bruno suona, alle otto e mezza, Andrea apre la porta e un sorriso pieno di aspettative. Il nostro capitano, in costume hawaiano e t-shirt, la pelle abbronzata, la canna da pesca al fianco e il casco della vespa in mano, è una strana via di mezzo tra un lupo di mare e un impiegato in ferie. Ci dà le indicazioni per raggiungere il molo a piedi, cosa che, grazie all’impazienza del piccolo, facciamo in un batter d’occhio.

E lì ci aspetta la barca, bianco e legno, il volante, il motore, i remi, gli scomparti per l’acqua e la borsa da pesca. Andrea la osserva come fosse un galeone di pirati e guarda Bruno come un mitico capitano Achab. Ora si fa serio: salta sullo scafo, prende il posto che Bruno gli assegna e lo osserva attentamente manovrare per uscire dal molo nel porto. Beve le spiegazioni di Bruno a occhi spalancati, guardandosi intorno mentre si avvicina la diga foranea. E dopo, il mare aperto.

C’è una grande nave porta container giapponese ancorata in lontananza e molti piccoli scafi in giro. La prima emozione è quella della “planata”, l’accelerazione per raggiungere il largo, una mano a stringere la sponda, l’altra a calcarsi in testa il cappello da pescatore rigido di sale. Non mostra paura Andrea, gradisce anzi. E si concentra quando – il motore di nuovo a basso regime – Bruno gli consegna il volante. La nave, che sembrava così lontana, è ora a pochi metri da noi. Riusciamo a scorgere l’equipaggio che cammina sugli alti ponti. Intanto si prepara la pesca: Bruno ci racconta questo rito che è quasi più caccia.

Funziona pressappoco così. Si scruta il mare fino a individuare il movimento dei gabbiani. Alcuni gruppi sono a mollo che sembrano papere. Altri, invece, volano radente l’acqua gridando: è lì che ci si dirige. La “mangianza”. Le acciughe – ci spiega Bruno – se sono attaccate dal basso, dai tonni o dagli spada, fanno il “bollo”, il pallone. Il mare sembra bollire per i salti delle migliaia di piccoli pesci, sui quali si lanciano i gabbiani. Passando con la lenza a strascico innescata con una piccola acciuga finta, si punta a prendere il pesce più grosso che spinge le acciughe in superficie.

Oggi c’è molto movimento. L’acqua, di un profondissimo e inequivocabile blu, deve essere ricca di pesce in transito. A Bruno brillano gli occhi. Per ore inseguiamo le mangianze. Andrea si appropria delle parole del nostro capitano e grida “Di là! Lì c’è movimento! Là c’è una mangianza!”. Passiamo più volte sopra un bollo e davvero è una vista impressionante, tra pesci che saltano e gabbiani che calano in picchiata urlando. A un tratto, mentre io e Andrea siamo purtroppo girati altrove, Bruno vede uno spada saltare tra le onde.

Vero è che non peschiamo nulla, nemmeno un’acciuga. Probabilmente l’esca non va bene. Ma insomma, la pesca è anche questo. Pazienza, ricerca, attesa. Il silenzio del mare che, a motore spento, è quasi assordante con il suo tenuissimo sciabordio. Bruno e Andrea fanno il bagno: per la prima volta il piccolo si tuffa nel mare profondo, muove qualche bracciata vicino all’amico (allo ‘zio’), prima col giubbotto di salvataggio, poi senza. Ha paura ma dimostra un coraggio che non gli è abituale. La città, così lontana, sembra un giocattolo. Anche la grande nave è ormai alle spalle.

Ecco Andrea, guarda, il mare è davvero blu.

Le acciughe fanno il pallone