luglio 24

Mi capita a volte di trovare già espresse le parole che vorrei usare per descrivere la mia scrittura. Una domanda tipica che viene rivolta a tutti coloro che scrivono narrativa è se quanto raccontano sia autobiografico, e fino a qual punto. Ho la mia risposta, che naturalmente non coincide con quella di tutti gli altri scrittori, ma che a volte si affaccia da qualche pagina. Così mi è successo con la premessa al Gattopardo redatta  dal lontano parente e figlioccio dell’autore Gioacchino Lanza Tomasi, nel 1969. In essa si parla, tra l’altro, del rapporto tra esperienza e autobiografia in Tomasi di Lampedusa.

Scrive Lanza Tomasi: “È chiaro, ma ben poco importante per il lettore, che Lampedusa non praticava l’invenzione pura, ma, come ho detto, cercava negli scritti di cristallizzare la propria esperienza umana. Tutto ciò è soltanto approssimativamente autobiografia”. E qui tocca il punto nevralgico del discorso aggiungendo: “Per esperienza si intende il particolare rapporto dell’individuo con la realtà circostante, il significato che egli attribuisce al mondo esterno, la sua presa di coscienza, piuttosto che la cronaca di com’egli vi abbia vissuto dentro”.

Ecco, queste parole piacerebbe averle scritte a me.