settembre 9

Un’intera galleria di personaggi che si aggrega intorno a un’assenza. Come residui che piano piano convergono verso il buco dal quale defluisce l’acqua in una vasca. Vite un po’ folli o troppo normali, scagliate da avvenimenti dolorosi in ogni direzione, che tornano ad accostarsi, scontrarsi anche, nell’occhio di quel ciclone silenzioso che è una fuga.

“Con il cuore leggermente indolenzito” (titolo ‘preso a prestito’ dai Diari di Sylvia Plath), è il secondo romanzo di Claudia Priano. La scrittrice, la donna solare e calorosa, l’amica che sto ancora imparando a conoscere ma che già si fa voler bene.

È un libro doloroso, il suo. Anche se scivola sui ritmi coinvolgenti e spesso ironici di una scrittura di rara spontaneità. Però fa male, tocca nodi interni a ogni famiglia e a ogni individuo. Qui portati all’esasperazione attraverso la vicenda di una donna che lascia tutto – casa, figli, affetti, persino il suo violino, la sua musica – e scappa via.

Lascia tutto? O forse semplicemente cerca di riappropriarsi di se stessa? Fuori da ogni convenzione, oltre ogni legame, con uno scatto di sublime egoismo. Quello che porta la sua famiglia disgregata a raccogliersi di nuovo per ritrovarla. Figli carichi di rancore, uomini persi nell’alcol o nell’attesa silenziosa della morte, immigrate a caccia di marito e di notorietà, politici raccatta voti tutti feste e scopate con le segretarie, giovani donne deluse dall’amore, professori pieni di tic…

Ogni personaggio sembra esprimere il peggio di sé, un peggio che – e questa è, secondo me la forza del libro – non si redime. È lì, è la parte malata, negativa, brutta di ciascuno. Quella che non si può negare, quella con la quale dobbiamo convivere. E che forse dobbiamo imparare ad amare. O comunque a mettere nel mezzo, a condividere con chi sceglie di starci accanto o è costretto a farlo.

Ecco, la Priano ha questa capacità di guardare alle brutture della vita – e ce ne sono tante in questo libro, palesi o sotterranee – con uno sguardo affettuoso. Come si guarderebbe a un gatto rognoso, oggettivamente brutto ma non per questo indegno di calore e tenerezza. Aleggia, nel libro, una positività quasi ingiustificata, un po’ folle. Ma è proprio alla pazzia che l’autrice ci invita a guardare come a una possibile via per ritrovare un senso.

La mia adesione emotiva, in questo momento, va tutta a Lidia che scappa.