luglio 16

Ci sono tre foto nella stanza. La prima rappresenta un prato di fiori selvatici: margherite, papaveri, non ti scordar di me. La seconda è un paesaggio tipico di queste colline: uliveti, campi di grano, valli coltivate. Quella al centro, invece, rappresenta una spiaggia tropicale col suo mare cristallino, la sabbia bianca e le palme.

Per essere una stanza d’ospedale, dedicata alla terapia in day hospital, è fin troppo gaia e linda. Le tre foto le regalano un poco di colore a spezzare il bianco e il verde asettico di questi corridoi. Non mi manca il tempo di guardarle: una mattinata intera, cinque ore, passate per lo più in attesa. Accompagno mio padre e mi permetto il lusso di osservare e riflettere.

Attesa. A questo, forse, si riferisce l’origine del termine “paziente”. Perché davvero tutto ti costringe ad assumere un atteggiamento di pazienza rassegnata. I malati sono molti, le infermiere e i medici anche, ma mai abbastanza. Tutti aspettano, ciascuno chiuso nel suo dolore e nella sua paura. E più si aspetta, più ci si fa piccoli e umili, si ritorna bambini.

Anche questo, mi sembra, congiura a demolire la dignità dei malati. Non è colpa di nessuno: il personale fa quel che deve, è gentile, premuroso. I medici sono attenti e si rivolgono ai pazienti con cortesia e precisione. Ma sanno che tu sei lì e li aspetti. E che, dopo di te, ce ne sono tanti altri che attendono. E questo, inevitabilmente, fa differenza.

Così passo la mattina, tra letture, lunghe passeggiate nei corridoi, mappe di sofferenza disegnate sui volti vecchi e giovani, porte chiuse. Così la passa mio padre, ormai sempre più paziente.