Paziente
Ci sono tre foto nella stanza. La prima rappresenta un prato di fiori selvatici: margherite, papaveri, non ti scordar di me. La seconda è un paesaggio tipico di queste colline: uliveti, campi di grano, valli coltivate. Quella al centro, invece, rappresenta una spiaggia tropicale col suo mare cristallino, la sabbia bianca e le palme.
Per essere una stanza d’ospedale, dedicata alla terapia in day hospital, è fin troppo gaia e linda. Le tre foto le regalano un poco di colore a spezzare il bianco e il verde asettico di questi corridoi. Non mi manca il tempo di guardarle: una mattinata intera, cinque ore, passate per lo più in attesa. Accompagno mio padre e mi permetto il lusso di osservare e riflettere.
Attesa. A questo, forse, si riferisce l’origine del termine “paziente”. Perché davvero tutto ti costringe ad assumere un atteggiamento di pazienza rassegnata. I malati sono molti, le infermiere e i medici anche, ma mai abbastanza. Tutti aspettano, ciascuno chiuso nel suo dolore e nella sua paura. E più si aspetta, più ci si fa piccoli e umili, si ritorna bambini.
Anche questo, mi sembra, congiura a demolire la dignità dei malati. Non è colpa di nessuno: il personale fa quel che deve, è gentile, premuroso. I medici sono attenti e si rivolgono ai pazienti con cortesia e precisione. Ma sanno che tu sei lì e li aspetti. E che, dopo di te, ce ne sono tanti altri che attendono. E questo, inevitabilmente, fa differenza.
Così passo la mattina, tra letture, lunghe passeggiate nei corridoi, mappe di sofferenza disegnate sui volti vecchi e giovani, porte chiuse. Così la passa mio padre, ormai sempre più paziente.
E cosi la Fiat se ne e’ andata in Serbia.
Grazie, Pomigliano!
caro gustavo, un commento del genere lasciato in questo post, dimostra tutta la tua sensibilità.
Pazienza come sopportazione, come esposizione al dolore.
Grazie per la sobrietà che mantieni sempre, anche nei post più commoventi.