giugno 23

Sono giorni che leggo con preoccupazione le vicende che stanno coinvolgendo lo stabilimento Fiat di Pomigliano. Ho voluto, però, aspettare gli esiti del referendum prima di scrivere qualcosa su quella che ritengo una delle più pericolose ipoteche ad un sistema di relazioni industriali vero nel nostro paese. Aggiungo che le mie riflessioni sono, appunto, le mie e non si rifanno a nessun interesse di casta, sia partitica, sia sindacale.

Che lo stabilimento di Pomigliano sia nato per interessi politici e clientelari e che abbia problemi di produttività è fuori discussione. Tuttavia questa, prima di essere una colpa degli operai, è una responsabilità della Fiat che, evidentemente, ha trovato il suo tornaconto nell’acquisirlo. E d’altro canto la Fiat rappresenta bene il finto capitalismo italiano, quello che pretende di mettersi in concorrenza con le industrie degli altri paesi avanzati ma attinge pesantemente alle casse dello stato. Il liberismo, da noi, non è mai nato. Con buona pace dei Berlusconi e dei Tremonti.

Una situazione che ha alle spalle un viluppo simile di problemi non si risolve fingendo che gli unici attori siano l’azienda e i dipendenti, rappresentati dai sindacati. Questo è, a mio avviso, il vero nodo di Pomigliano. Il pilatesco “stare a guardare” della politica che, in mille altre occasioni, ha sostenuto la Fiat in difesa della “industria nazionale” e che forse oggi avrebbe potuto ostacolare il ricatto del Piano Marchionne.

La sostanza del documento presentato dall’amministratore delegato Fiat è la richiesta di deroga a norme e a contratti collettivi nazionali. Una sorta di firma in bianco da parte dei sindacati che si impegnano a raffreddare ogni possibile conflittualità interna. Ma ancor peggio del contenuto è il modo in cui il piano è stato presentato. O la firma, o la chiusura dello stabilimento. In queste condizioni il sindacato è già con le spalle al muro. Il sì si trincera dietro la difesa del posto di lavoro, il no dietro quella dei diritti. Resta del tutto latitante la dinamica del confronto sindacale che è l’unica in grado di trovare mediazioni accettabili.

Che i margini per una trattativa ci fossero lo dimostra il fatto che, a fronte del rifiuto della Fiom a firmare, Marchionne abbia affidato la decisione all’esito del referendum promosso tra i lavoratori. E qui, davvero, i sindacati promotori si sono resi complici di un ricatto orrendo: chiamare gli operai individualmente a esprimersi sul proprio posto di lavoro. Il sindacato nasce proprio per la difesa collettiva di quei diritti che sono difficilmente esigibili per il singolo; delegare una scelta simile agli operai è una vera abdicazione al proprio ruolo.

Di fronte, comunque, ad un esito non plebiscitario (i sì hanno raggiunto il 62,7%), Marchionne ha agitato lo spauracchio della “newco”: una nuova compagnia che riassuma gli operai sulla base di un contratto ricalcato sull’accordo. In barba allo Statuto dei lavoratori (che, fino a prova contraria, è ancora legge dello stato) e ai contratti collettivi nazionali e di gruppo. In pratica, la Fiat sta percorrendo tutte le strade possibili per creare a Pomigliano una enclave nella quale non valga più il diritto del lavoro italiano ma quello polacco e brasiliano.

E qual è la reazione della politica? Se appare naturale che (questo) centro-destra osanni la nascita di un nuovo modello di relazioni sindacali (ovvero: o ti mangi sta minestra o ti butti dalla finestra), alcuni esponenti del Pd hanno perso un’altra buona occasione per tacere. Tra tutti D’Alema, del quale non ritrovo più le scandalose dichiarazioni di ieri, sparite magicamente dalla rete. E poi Bersani che, coraggiosamente, dichiara: “Siamo davanti a un passaggio molto, molto delicato. Rispetto i lavoratori e voglio credere che anche a Fiat si riferirà a quell’accordo. Perché se i lavoratori dicono sì, è un sì a quel che dice la Fiat”.  E ancora: “L’investimento deve essere incoraggiato, ma non se ne faccia troppo sbrigativamente un modello”.

Sui rischi che l’accordo apre per le relazioni industriali nel nostro paese hanno scritto in molti e certamente meglio di me. Un buon esempio è questo articolo di Luciano Gallino. A me pare che sia fondamentale iniziare a riflettere su dove ci porterà questo continuo spostarsi dei confini tra diritti e interessi. Problema che investe non solo la Fiat, Pomigliano, i sindacati, la politica, ma anche e soprattutto la coscienza – o quel che ne resta –  degli italiani.