settembre 12

Andrea è eccitatissimo e da ieri non fa che chiedermi quand’è che andiamo alla scuola nuova. Abbiamo preparato insieme la sacchetta col ricambio e il piccolo zaino giallo con il bicchiere, lo spazzolino, il tovagliolo e i pennarelli (già, alla statale ogni bimbo porta i suoi…)

Stamattina lo vesto: è tutto nuovo perché in questi mesi è cresciuto tantissimo. Jeans, maglietta e calzini grigi, scarpe da ginnastica bianche e blu, giubbotto di cotone a strisce blu e grigie. È proprio bello, lavato e profumato, con il suo caschetto e gli occhi allegri. Arriva il papà, zaino in spalla il piccolo scolaro si avvia.

La scuola è qui, basta attraversare la strada. Andrea la conosce già perché è il nostro seggio elettorale e ci ha sempre accompagnato a votare (dal 2004 faccio già fatica a contare quante volte). Ci sono poi stati due incontri a giugno, mentre noi abbiamo conosciuto le sue maestre lunedì.

La bolgia è infernale. Le classi di materna sono quattro di circa 26 bambini ognuna. In tutte le sezioni ci sono una decina di bambini nuovi come Andrea. Quasi tutti i piccoli sono accompagnati da entrambi i genitori, qualcuno anche dai nonni. Abbondano macchine fotografiche e telecamere. I bambini si annusano in cortile. Ridono ancora.

Saliamo in classe. Maestre, genitori, nonni, bambini. Un casino. Qualcuno strilla come un’aquila. Qualcuno – soprattutto le bimbe – è già seduto a giocare con le costruzioni o a sfogliare libri. I decibel sono altissimi. Andrea assume un’aria perplessa, resta nei nostri paraggi, ogni tanto dà una ciucciatina al dito.

Cominciano a uscire i genitori, soprattutto quelli dei ‘vecchi’. Andrea nota il movimento, si abbarbica alle nostre gambe e si avvia con decisione verso la porta che ora è chiusa. Tentiamo la sortita. Lui la prende malissimo, soprattutto quando la maestra si para davanti all’ingresso. È testardo Andrea e comincia a piangere.

Mi fanno rientrare. A questo punto ho il cuore piccolo come una nocciola. Mamma italiana? Può darsi. Comunque mi guardo in giro, individuo un bambino grandicello che gioca tranquillo con le costruzioni e mi avvicino con Andrea. Si presentano – lui si chiama Amir. Cominciano a giocare insieme. Rinculo piano verso la porta.

È solo questione di un’ora: per una settimana usciranno alle 11. Torno a casa un po’ agitata. Dopo, lo trovo seduto tranquillo con gli altri. Mi vede ma non mi corre nemmeno incontro. Le maestre mi tranquillizzano: tutto ok.

Per le scale gli chiedo com’è andata. Sono simpatiche le maestre? “Alessandra sì” (dell’altra non è dato sapere). E il bimbo più simpatico? “Amir”. E le bimbe? “Sono sporche luride” (giuro, così…non so che pensare). Domani ci torniamo a scuola? “Sì”.

Menomale!