Una storia aspra
Che ci fanno questi monti qui, queste creste taglienti che sembrano impenetrabili e sono invece morse dall’uomo da oltre un millennio? Non è una bellezza amichevole questa delle Alpi Apuane. Maestose e ribelli, guardano il mare da picchi che si alzano vertiginosi, senza dolcezza. E ospitano uomini coriacei come il marmo candido che è la cifra di questo paesaggio, insieme selvaggio e antropizzato.
Neanche il tempo è generoso in questo fine settimana di giugno. Alte nuvole coprono i picchi e nascondono il mare. Ma anche così, seminascoste da nebbie e nubi, le Apuane sanno raccontare. Due storie soprattutto: quella millenaria dell’estrazione e lavorazione del marmo. E quella, più recente e ancora sanguinante, della Resistenza lungo la linea gotica. Entrambe hanno una cosa in comune: la gente di qui. Gente aspra come le sue montagne e dura come il marmo, abituata a una terra avara e a un lavoro massacrante e rischioso.
Ieri siamo saliti al Pasquilio, intorno agli 800 metri sul livello del mare, e abbiamo camminato in mezzo a boschi rigogliosi interrotti da ripidi ghiaioni fatti dagli scarti di lavorazione delle cave. Sembra di guardare il fermo immagine di una frana. Non ti capaciti che non venga tutto giù… Il sentiero ci ha portato al primo cippo commemorativo e a me ha portato l’emozione di pensare quella terra calpestata dai partigiani, abitata dalla guerra.
Qui molti partigiani sono morti mentre facevano da guide ai civili per consentir loro di passare la linea gotica. E anche i civili hanno pagato il loro tributo di sangue. Eppure i partigiani apuani si sono guadagnati anche il rispetto dei tedeschi e il loro comandante è stato accolto a colloquio con gli onori riservati ai militari. Dominavano questi luoghi indomabili e i tedeschi non sono riusciti a piegarli. Nonostante gli eccidi.
I sentieri sono disseminati di cippi e sacrari. Anche oggi, andando verso la lucchesia, abbiamo incontrato i nomi degli uomini e delle donne che sulle apuane hanno lasciato la vita, incisa in poche frasi su lastre di marmo. Con il linguaggio desueto della retorica di quegli anni, ricordano uomini che si sono sacrificati per una patria libera, democratica, unita. Solo il mio ateismo mi impedisce di struggermi per le giravolte che i poveri partigiani farebbero nelle tombe (o nelle fosse che furono costretti a scavarsi) a vedere l’Italia di oggi.
Poi c’è quell’altra storia, quella del marmo. Di questa pietra candida e gelida che è ovunque, in ogni forma. Dalla polvere impalpabile come talco che i lavoratori qui hanno respirato e respirano per anni, alla ghiaia, fino ai blocchi e alle sezioni che, con taglio ora geometrico e meccanico, segnano i pendii. Ci sono le vestigia della ferrovia marmifera, con le sue gallerie alte e strette sbozzate nella roccia. Ci sono i camion di oggi, con ruote altre circa un metro e settanta, che portano a valle i pesantissimi blocchi.
Ci sono paesi poveri, nati intorno a quelli che erano e sono i luoghi del lavoro. Hanno edifici monotoni e grigi, incongrui per questo scenario maestoso. Appena qualche casa più vecchia, qualche traccia di un’altra storia. Come a Colonnata, la patria del rinomato lardo, oggi meta dei turisti che salgono poi a fare tour guidati nelle cave.
Noi no. Approfittando di Luciano, che qui ha vissuto molti anni, siamo saliti verso le cave ‘vere’, quelle che lavorano. Tra divieti di accesso, catene che non possono vietare la vista, camion per traverso a impedire l’ingresso, abbiamo sbirciato in questo inferno bianco e polveroso. Mi sono fatta raccontare qualcosa delle modalità di lavoro passate e attuali, delle tecniche per portare il marmo a valle. Ed è un racconto di grandezza umana e di umana miseria: la capacità di manipolare la natura fino a cambiare il profilo dei monti e il suo rovescio; povertà, fatica, morte.
E scendendo al piano, Carrara e i suoi anarchici, i cui segni sono dappertutto. Dov’è il legame tra questi fili, il nodo denso? Butto giù queste impressioni come uno schizzo su un foglio, finché ancora sono fresche. Ho voglia di tornare, di andare più a fondo.
