giugno 8

Forse davvero crescere serve a qualcosa. Per esempio a imparare a gestire il dolore. A trovare un equilibrio tra razionalità ed emotività senza farsi sopraffare dalla freddezza né dalla disperazione. E non è una scelta. C’è qualcosa che ti costringe a questo funambolismo tra i sentimenti, fondamentale per continuare a “funzionare”.

Un corpo a corpo tra testa e pancia che ormai conosco abbastanza bene ma che continua a stupirmi. Ho imparato a separare il grano dal loglio, ciò che mi causa sofferenza dai molti – moltissimi – motivi di gioia. E ho imparato a vivere negli uni come negli altri abitandoli serenamente. Perché la vita gioca a sovrapporli, ma la volontà aiuta a non annegare il dolore nella gioia, e viceversa.

Prendo questi momenti e li metto in tasca, li conservo. Li uso, anche, dentro ciò che scrivo, dentro ciò che sono, dentro ciò che offro agli altri. No, non ne “faccio tesoro” in vista di esperienze successive: non sono così saggia, ho i miei errori, quelli che continuo a ripetere ogni volta. E d’altro canto la vita vale la pena viverla proprio perché è sempre diversa e ti mette di fronte cose e persone nuove malamente mascherate da “esperienze già vissute”. Mi piace, invece, pensarmi come una specie di ape, che succhia nettare e fa miele.

Uno degli artisti che amo di più, Burri, ha creato opere d’arte straordinarie utilizzando materiali di scarto. E non come “ready made”, ma trattandoli come colori, superfici. Come, cioè, strumenti del pittore. Per questo i suoi quadri sono, secondo me, opere tradizionali, che a buon diritto stanno nei musei. Il suo genio è nel creare pittura – pittura classica – con mezzi tratti dalla vita.

Questa è, in questo momento, la metafora più calzante di ciò che vorrei fare.