maggio 28

Ha una testa antica Michele Mari. Ricorda quelle dei filosofi greci, o le loro copie romane. Tratti forti, marcati; lineamenti decisi. Colori scuri, senza sfumature. E senza sbavature è la sua voce, ciò che dice, la logica del suo ragionare. Serio senza prendersi sul serio, racconta l’infinita ragnatela delle coincidenze che è la trama del suo ultimo così come di alcuni dei suoi precedenti libri.

Sono arrivata presto, con Corrado, temendo di non trovare posto. Volevo comprare l’ultimo libro, regalarlo a Corrado per i suoi 40 anni. Bene: ne era rimasta solo una copia. La sera in cui Mari è qui a raccontare la sua cucina letteraria. Incredibile ma vero, purtroppo. Mi accaparro l’ultimo volume disponibile, che ora è qui, firmato, a ricordarmi questa serata.

L’incontro fa parte di un ciclo che vuole provare a raccontare come gli autori scrivono. In apertura, intermezzo e chiusura, filmati cinematografici e musicali. Kubrick di 2001 e i Pink Floyd (ovviamente) sono le scelte di Mari, che parla del suo rapporto con la scrittura a partire dall’ultimo libro pubblicato, Rosso Floyd, uscito appena qualche giorno fa.

E da qui parte il discorso di Mari, che spiega come il gioco delle coincidenze – già esplorato in Tutto il ferro della torre Eiffel – continui ad affascinarlo e stimolarlo a creare, inventare, scoprire nessi a volte insospettabili (ad esempio, appunto, quelli tra Kubrick e i Pink Floyd). Così questo nuovo libro gioca tra reale, verosimile e finzione, tra vivi e morti, fatti e sogni.

Materia calda, comunque. Nella quale lo scrittore sguazza sotto l’illuminazione della tanto bistrattata ispirazione. Sì perché Mari ha il coraggio di parlare anche delle alchimie della scrittura; del fatto che può stare a lungo senza scrivere un rigo – anche un anno – per essere poi improvvisamente ripreso dal demone dell’idea e scrivere in pochi mesi una nuova opera.

Non riscrive Mari. La prima stesura – racconta – è in genere quasi identica a ciò che va in stampa. Non ha riti particolari: scrive – quando scrive – una o due ore al giorno, preferibilmente dopo i pasti, tre-quattro pagine. Poi – dice – quando si accorge di cominciare a chiedersi che piega far prendere alla trama, o ad analizzare ciò che sta scrivendo, smette. Guai a fare il critico di se stesso!

Ne discende che i suoi libri nascono da un’idea, ma che lui stesso non sa in che modo si svilupperà. Altrimenti, sostiene, è finito il divertimento, il piacere di scrivere. E ogni libro pensa che sia l’ultimo. Ma per fortuna quell’arietta dispettosa dell’ispirazione torna a prenderlo dopo un po’…

E la lingua? Difficile parlare di Mari senza toccare il problema linguistico. E lui spiega che l’uso di una lingua aulica, letteraria o comunque non quotidiana gli serve a prendere le distanze dalla materia. Non a caso, i libri più complessi dal punto di vista linguistico sono quelli di matrice autobiografica – Rondini sul filo, Tu sanguinosa infanzia, Verderame. Viceversa, i libri di finzione – Tutto il ferro della torre Eiffel, La stiva e l’abisso, ora questo Rosso Floyd – sono quelli in cui riesce a mantenere un registro linguistico più piano.

Lo ascolto e vorrei fargli un milione di domande, alla fine gli faccio la più sciocca: cosa salva della letteratura italiana contemporanea, cosa condanna. Esce fuori la sua vena caustica e tagliente, spara a zero su alcuni nomi, ne esalta altri. Parla con lo squilibrio della passione, e questo lo apprezzo enormemente. Aggiunge poi anche note critiche più ‘politically correct’, ma è nelle sue esplosioni che intravedo l’autore di testi unici per coraggio e aggressività quali Rondini sul filo.

Non sempre – commentavo poi – gli scrittori si dimostrano all’altezza dei loro libri. Mari, invece, coincide con il nome stampato sui dorsi dei tanti libri suoi che possiedo e amo, con il magma di alto e basso, sporco e lindo, colto e ignorante che li percorre.

(Una piccola nota personale, confortante: ho riconosciuto nelle sue parole più di un punto di contatto con il mio rapporto con la scrittura. Nessun paragone, per carità! Solo un’aria di famiglia che scalda il cuore e le mani).