maggio 16

“Il tempo che segue”. Si chiama così lo spettacolo teatrale del gruppo Mamunda/Compagnia Filò di Genova, tratto dal libro di Claudia Priano “Smettila di camminarmi addosso”. In scena ieri e oggi, alle 18.30, alla Casa delle Culture di Roma, si presenta come un insieme di “quadri” che raccontano, attraverso l’uso sapiente del corpo, i momenti salienti del libro.

Non dev’essere stato facile creare e interpretare questo spettacolo. Come non deve essere stato facile scrivere il libro. Perché Claudia racconta l’irraccontabile, la violenza domestica sulle donne, il marcio che cova nelle famiglie cosiddette “normali”. E tocca il cuore del problema: la solitudine, la negazione del corpo che è anche negazione della persona, il silenzio.

Come tutto questo può farsi teatro? Un modo è questo. Tre attrici in scena. Un testo ridotto all’osso. Un racconto affidato soprattutto al corpo, alla gestualità, all’intensità del movimento e alla concentrazione dell’azione scenica. Un pugno nello stomaco. Tanto che, a un certo punto, mi sono fisicamente piegata sulla sedia, come se davvero mi avessero colpito.

Ci sono “quadri” così mestamente dolorosi da asciugare la commozione. Un dolore che annichilisce, come appunto quello di subire violenza dalle persone che più ti sono prossime. Il corpo negato dalla violenza e dal silenzio che l’avvolge socialmente, si fa macchina, meccanismo imprigionato in gesti ripetitivi, meccanici. Un manichino vuoto, la donna svuotata da e di se stessa.

Le attrici, poi. Intense, vicine. Ognuna è una donna diversa e ognuna è tutte le donne. Devono aver fatto un gran lavoro su loro stesse, perché certi rimossi ce li portiamo sulla pelle anche nella consapevolezza. Oggi sarò di nuovo con loro. A soffrire queste immagini dalle quali si ha la tentazione di fuggire e che invece bisogna trovare il coraggio di guardare apertamente negli occhi.