La cura
Prendersi cura di una persona. Una di quelle frasi che ripetiamo chissà quante volte senza pensare a cosa realmente significhi. Prendersi cura, avere cura, curare. Ma anche avere qualcuno che si prenda cura di noi, che abbia cura di noi, che ci curi. Non che ora io abbia una qualche definizione precisa, una successione di parole che sappia disegnare con precisione il contenuto di questa frase. Solo, volente o nolente, la “sento” in maniera più profonda.
Perché la cura ha poco a che fare con ciò che genericamente chiamiamo affetto. Implica azione, fatica a volte, movimento. Ha dentro il pensiero e l’attività, la testa e le mani. Non è né può essere un sentimento platonico. Contrario alla vacuità delle parole, il concetto di cura è vivo, attivo, pieno.
Ma la cura è anche relazione. Non ci si può prendere cura di qualcuno senza avere un rapporto con lui. C’è e deve esserci scambio, una forma di reciprocità asimmetrica, per così dire. Prendo il più quotidiano tra i rapporti di cura: quello tra madre e figlio. E subito è evidente come gli attori siano due, come la cura non sia che un tacito patto tra chi la presta e chi la riceve.
Senza dubbio una forma di amore che esige prossimità, come ci si avvicina al fuoco del camino affinché ci scaldi. E vengono alla mente le parole di Battiato, il suo toccante tentativo di dare voce a questo calore…
Oh, vedo un bel passo verso il mio modo di intendere questa cosa.