Delle parole che incontro
A volte le parole sembrano venirmi incontro. Ci inciampo per caso, e sono proprio quelle che stavo cercando. Non sono mie ma mi rappresentano, non spiegano ma si fanno capire. Ogni tanto provo a fermarle così, mentre attraversano veloci gli occhi e lo stomaco, strizzano le emozioni come asciugamani usati, lasciano senza fiato. Ci provo anche ora, alle 13.03 di un giovedì, nella stanza uggiosa di questo ufficio.
Le prime appartengono a una poesia incrociata casualmente su un viottolo della rete. Una poesia nota di un’autrice nota. Letta chissà quante volte, eppure solo ora sentita.
Solitudine
Emily Dickinson
Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
Altre parole, invece, me le ha imposte il libro che sto leggendo, la raccolta di tutti i racconti di Truman Capote. Chiudi un’ultima porta, s’intitola il racconto. Inquietante e struggente come gli altri già letti. Ma più mio. Almeno ora, qui.
Non ne riporto una frase, un brano. Non è su questi atomi del discorso che giace la forza della narrazione. Ma proprio sul suo insieme e sulle parti che lo formano. Un racconto perfetto nella misura, nel tono, nelle immagini. Troppo perfetto per non fare male.