In una linea
Se si potessero seguire con il dito, queste linee costringerebbero a torsioni innaturali, a movimenti dolorosi. Un tormento che, da solo, sa essere moderno quanto le geometrie cubiste, le fiammate fauve. Eppure figlio di un’epoca raffinata, discendente di un artista – Klimt – tra i più preziosi di quella Vienna dorata dai toni del tramonto. Nella linea di Schiele tutto questo si concentra, si distilla in una traccia netta eppure varia, che si ingrassa o quasi svanisce. Il rovescio della medaglia, la trama contro l’ordito, la trave nascosta nel muro.
Quando si parla dell’espressionismo di Schiele si parla in fondo di questo: del corpo che si fa grido o gemito, sospiro o sussulto, attraverso la linea che lo definisce. Occhi come buchi di chiodi o come pozzi profondi, comunque come tentativi abortiti di porte per un dentro che non c’è.
E il sesso, la carnalità esplicita, pornografica più che erotica, dei suoi autoritratti, delle sue donne e bambine. Un sesso dove non c’è amore ma disperazione, piacere che spenga per un momento il dolore. Innaturale come i paesaggi dai colori acidi e ombrosi, l’albero ritorto, i fiori geometrici.
Bello poter vedere tanti pezzi insieme, con qualche aggiunta minore di troppo, nella mostra milanese in corso. Fuori la città è sempre uguale a se stessa, grigia e respingente; dentro gli occhi seguono topografie diverse, le tortuose volute di questi segni che sono costati cari a un uomo del tutto fuori tempo.
E bello altrettanto condividere questi moti interni con chi si sente oggi fuori contesto. Io e Marco, nelle sale buie, a domandarci in silenzio che ci facciamo qui, in Italia, ora. Con consapevolezza insieme dolorosa e orgogliosa della diversità e capacità di riconoscerla in altri occhi. Oppure, semplicemente, in una linea.
Post coraggioso, non credo però che l’Italia c’entri.