aprile 1

Esiste un posto in cui sono raccolti diari, memorie, epistolari della gente qualunque. Un posto dove pagine della quotidianità più elementare, vecchie di cent’anni o fresche di pochi mesi, vengono lette, archiviate, conservate, messe a disposizione di chi in questo paese ha ancora a cuore la memoria. Non molti, a quanto anche le ultime elezioni dimostrano. Ma per loro, l’archivio diaristico nazionale è davvero un posto magico.

Ci siamo stati ieri, io e Luciano. Una visita programmata: non è che a Pieve Santo Stefano uno ci capita. Entrambi per capire se l’archivio potesse conservare memorie utili a un lavoro (uno per ciascuno) in programma. Entrambi stupiti dalla mole di questi documenti autobiografici e dalla ricchezza delle attività della fondazione. Che, peraltro, pubblica questa bellissima rivista  monografica semestrale, Primapersona. E cura il premio Pieve, realizzando direttamente o promuovendo la pubblicazione dei materiali conservati nell’archivio. 

Il tutto – c’è da dirlo? – con pochissime risorse. Ma, appunto, da questa Italia, proprio questa sputata fuori dalle urne appena qualche giorno fa, non mi aspetto che si investa sulla storia e la memoria. Proprio la coincidenza con i risultati delle elezioni regionali mi ha reso ieri dolorosamente consapevole di quanto invece sia importante curare e mantenere la memoria. Non solo quella collettiva e ufficiale. Ma anche quella individuale, quella delle persone qualunque, quella dei nostri emigranti, quella degli studenti del ’68, quella delle carceri e delle guerre, quella del cibo.

Una storia minuta che a volte sa parlare con forza anche maggiore, perché più diretta, più vicina a ciascuno di noi, più familiare. Perché di questa storia non possiamo dire che non ci appartiene: è la storia dei nostri nonni e delle nostre mamme, è la storia nostra di generazione vuota e incredula. È, infine, il m0saico delle storie del nostro paese tessuto col sudore dei braccianti, con le speranze degli emigranti, con la solitudine delle donne, con la paura dei soldati.

Una piega del lenzuolo di Clelia Marchi, foto di Luigi Burroni

L’archivio conserva un lenzuolo, un lenzuolo matrimoniale di lino, di quelli che facevano il corredo fino a non molti decenni fa. Negli anni ’80 una donna lo ha usato per scriverci la memoria della sua vita, dopo la morte del marito. E poi l’ha donato all’archivio con parole che non ricordo a memoria, ma il cui senso è “non potendo più consumare il lenzuolo con mio marito, lo uso per scrivere”. Si commentava con Luciano: l’urgenza della scrittura…

Così scrive Clelia, alla prima riga del lenzuolo: “Care persone fatene tesoro di questo lenzuolo che c’è un pò della vita mia; è mio marito; Clelia Marchi (72) anni hà scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte, dai lavori agricoli, agli affetti”.

Anche per questa donna, mi pare, è importante che queste parole si conservino. Ma soprattutto che possano tornare vive passando per gli occhi e per i cuori dei lettori. Quelli, almeno, che della memoria non hanno paura.