marzo 21

È andata così.

Con un sole insperato. Con una voglia di primavera più forte del freddo. Con una tovaglia rossa lunga cinque metri, troppa roba da mangiare apparecchiata. Con mamme – molte – e papà – qualcuno – rilassati e ciarlieri. Con 17-18 bambini sparpagliati sul prato. Con guance arrossate dall’aria non proprio tiepida e dalle corse a capofitto giù per il pendio.

Con grandi fogli di carta da pacchi e pennarelli colorati. Con le piccole teste bionde e brune vicine, le mani ancora incerte a impugnare i colori. Con forme fantasiose di mostri e principesse, robot e soldati. Con scarabocchi.

È andata così.

Con Andrea eccitatissimo e felice. Quasi stupito dai suoi 6 anni spruzzati con la panna montata sulla torta un po’ sghemba sfornata la notte precedente. Con i miei pensieri che, dal sole acerbo di Villa Pamphili tornavano al pomeriggio piovoso del 18 marzo 2004, alla mia incredulità di mamma appena nata, ai suoi occhi blu spalancati un attimo dopo il parto, ancora col cordone ombelicale a unirci.

L’ostetrica, Donatella, me lo mise sul seno. Così com’era: nudo, sporco, con le mani un po’ congestionate. Nessun pianto ancora. Pochi istanti per dargli il benvenuto e stringerlo per la prima volta. Ecco, giovedì, dopo 6 anni, abbiamo ripetuto quell’abbraccio, rotolandoci sul prato.

Siamo cambiati un sacco, io e lui. Ma non è cambiato l’amore sorridente che scorre nei nostri abbracci.