Il testimone
Ha le rughe di un vecchio. Di uno di quei vecchi belli ed espressivi: ogni ruga un’esperienza, una strada scavata dalla vita nel molle della carne. Sono pieghe che nascondono segreti, giorni passati o solo immaginati, raccolti qui, in queste vene scure d’ombra e placate. Non ha bisogno di parlare. Le sue parole sono i nodi e i gorghi che accidentano la superficie.
Eppure queste increspature sanno di slancio, di un corpo che si raccoglie prima dello scatto, come quello di un felino. Verso l’alto, dritto, senza esitazione. Resta impresso sull’obiettivo il quieto paradosso: l’aspirazione verticale e la curva rassegnata che cerca riposo nella terra.
Il moto grigio ricorda sassi scagliati da un ponte in un fiume urbano. Onde di mare invernale, rabbioso e in disordine. E quella collana di foglie è processione di imbarcazioni da pesca, gusci leggeri e colorati carichi di reti indurite dal sale di mare insulare. Il muschio è spuma, vibrare leggero di pesci appena sotto il pelo dell’acqua.
Sul fondo del mare c’è un mostro. Ha il viso nodoso, i tentacoli distesi e la bocca in procinto di aprirsi. L’acqua gorgoglia intorno, risucchiata da labbra di pesce. E se si rovescia – il mare, dico – si fa cielo. Frastuono di nubi scomposte, vortice di vento a sollevare fogli di giornale.
E il manto di foglie rosso cupo è luce di tramonto, soffondere del sole che va a dormire sfiorando le spalle al secolare testimone del tempo.