febbraio 21

Questo fine settimana di riposo odora di carta. Delle pagine del libro che ho finito, di quello nuovo inaugurato e già piuttosto in là. Delle bellissime edizioni che ho comprato stamattina a Porta Portese, dandomi un’ora per spulciare la bancarella scoperta oggi.

E carta del mio, di libro. Stampato tempo fa, ne scorro le pagine con quella strana sensazione di estraneità. L’ho scritto io? Così pare. E dovrò trovare un modo per continuarlo, portarlo in braccio fino alla sua fine. Esaltazione, anche. Belle queste parole, questa storia. Mie, mia. Ho tempo per respingerlo: sarà alla fine.

C’è il sole. Ho davanti ancora una manciata di ore solitarie. Immersa nell’odore della carta, mentre tocco, sfioro, leggo, annuso. Sistemerò i libri finiti, metterò quelli da leggere sulla piccola mensola accanto al letto. Quella che si finge un libro, comprata pochi mesi fa in un negozio chiccoso di Genova.

Mi piace avere questa pila sospesa sulla testa. Che sembra librarsi senza alcun sostegno, tenersi in alto per aspettare il turno di calarsi giù, penetrare dagli occhi, sedersi nella mente e sullo stomaco. Mi fa caldo e compagnia con i suoi colori eterogeneri, mischiati casualmente come un mazzo di carte. Edizioni nuovissime ed economiche, testi degli anni ’40, come L’Isola del tesoro tradotto da Jahier, prima edizione Einaudi 1943, scovata stamattina.

Ciascun libro è un racconto. No, almeno due. È ciò che contiene. Ed è ciò che parla solo a me, la sua piccola storia fra le mie mani. Che ha un suo tempo, un suo luogo. E, soprattutto, un suo odore.