gennaio 28

” Ill.mo Signor Rettore
della R. Università di Roma
Sono note le mie idee politiche per quanto esse risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza dell’articolo 51 dello Statuto fondamentale del Regno.
La S.V. comprenderà quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativo al giuramento dei professori.

Con osservanza
della S.V. “

Con queste parole, asciutte e dignitose, Vito Volterra rifiutò, nel 1931, il giuramento fascista imposto ai docenti universitari. Fu uno dei pochi: 12 su oltre 1200. E anche uno dei pochi ebrei: moltissimi giurarono, salvo poi essere messi fuori dall’università nel 1938, con le leggi razziali.

Oltre ai grandissimi meriti scientifici, grazie ai quali almeno certe ristrette elite lo ricordano ancora, Volterra è stato un grande organizzatore delle istituzioni scientifiche italiane e un senatore del regno a partire dal 1905. Eppure provate a chiedere in giro chi ha fondato il CNR: nove su dieci vi risponderanno Marconi, che ne fu invece il successore alla presidenza grazie alla sua adesione al regime.

Ciò che impressiona è che la sistematica opera di rimozione dalla memoria collettiva che il fascismo ha operato con Volterra e con molti altri, sia di fatto sopravvissuta al regime. Della sua morte nel 1940 fu vietato di dare notizia ufficiale e i funerali si svolsero in forma privata. E quasi in forma privata se ne conserva oggi la memoria.

In questo periodo sono – per fortuna – immersa in un contesto che ricorda lo scienziato e l’uomo. Ma se metto il naso fuori, mi accorgo che di Volterra, come chissà di quanti altri, il paese si è dimenticato. Ben vengano le giornate della memoria, allora, se non altro perché ci si possa interrogare sul rischio di perdere eredità preziose come quella di quest’uomo.

Per chi fosse curioso, un schizzo biografico è qui.