Sassi e diamanti
Una lunga collana di gemme diverse: preziose le une, false le altre. Colorate e brillanti quasi tutte, ma alcune piene, altre vuote. Lisce al tatto o scabrose come pomice, forate e intagliate o con la superficie intatta. Certe leggere come un soffio, altre grevi come un masso al collo; quelle levigate, queste taglienti. Così mi sembrano tutte le parole che ho infilato nei miei giorni, in questi ultimi mesi soprattutto.
Tutte uguali – segni tracciati o suoni scanditi – ma tutte così diverse. Ci sono le parole quotidiane, quelle che ripeto fino allo sfinimento. Tutti i giorni le stesse parole, consumate, scolorite. Ma anche comode come scarpe vecchie. Ci sono quelle rare, preziose, che percuotono dentro come i batacchi di una campana. Il suono è già svanito, ma dentro vibra ancora, all’altezza dello stomaco. E vibra a lungo.
Ci sono parole semplici che in genere accompagnano sorrisi, parole che avvicinano anche solo per un momento – un lampo negli occhi, un sopracciglio disteso. Ancora: quelle che alzano muri, che scavano trincee. Parole che rompono, separano, mettono una distanza. Parole che non sanno tornare indietro.
Ci sono parole dolorose. Salate e avare come lacrime.
Poi, le parole che si lasciano scrivere. Quelle sapienti e ordinate, disciplinate come collegiali che si allineano in fila per due. Si danno la mano, ma mai troppo forte. Si accostano ma non si toccano veramente. Ci sono invece viluppi di frasi da sciogliere, quelle più vere, più mie, da sputare una a una sul foglio come noccioli di ciliege, con fatica. Da guardare poi: segni neri dal ritmo diseguale, dall’armonia nascosta.
Ci sono le parole dei libri. Ricche, pastose o secche e affilate. Come cibo, entrano dentro, riempiono o disgustano, si sciolgono in bocca o lasciano l’amaro. Portano mondi. Alcuni colorati, altri cupi, altri bianchi come il silenzio. Sanno parlare. I libri veri, dico. I compagni, gli amori, gli amici. Quelli che mi appartengono, che annuso e tocco perché le parole si aprano una strada ad ogni costo.
Poi ci sono le traditrici. Quelle che guardi e sembrano parole, ma dietro – dentro – non c’è niente. Un pacco pieno di polistirolo, uno spaventapasseri che sembra un uomo ma ecco, lo scuci ed è solo paglia. Parole che inghiotto a fatica, sassi che grattano in gola, ma devo farlo: forse ce n’è una, una soltanto, da salvare. Non c’è mai. E a me resta il peso sullo stomaco. E la rabbia del tempo perso a inseguire un senso che non c’è.
Ci sono anche parole d’altro tipo, linguaggi formali. Parole che interrogano la mente e riposano la pancia. Parole che vogliono fatica a farsi sillabare. Da vincere, da conquistare. Parole alle quali dire grazie perché sono lì a farti vedere un significato chiaro. E se non lo capisci è colpa tua. Ma è là, nessuno lo può toccare. Parole rassicuranti, queste.
E poi ci sono quelle che restano in gola. Lische di pensieri che possono strozzare. Né su né giù. Immobili a far male. Allora scorro la collana tra le dita cercando la parola giusta, esatta. Quella, l’unica, che serve a mandar giù il silenzio.