gennaio 21

A me leggere degli strafichi mestieri del prossimo futuro mi fa un po’ rabbia. A quanto pare in Inghilterra un pool di futurologi si è seduto intorno a un tavolo per immaginare – sulla base della situazione attuale – i nuovi mestieri del 2030. Il 2030 è domani, più o meno. Cioè: è alla stessa distanza del 1990.

Il fatto è che il mestiere non è il lavoro.  Se, infatti, possiamo anche credere che nel futuro ci sarà la guida spaziale, viene un po’ più difficile pensare che ce ne siano centinaia di migliaia. Poi vorrei sapere che ne faremo dei precari quando avremo sostituito i professori con degli avatar.

Insomma, la verità è che le prospettive globali per il mercato del lavoro sono nerissime e il rischio è che gli arti di ricambio servano in quantità a causa dell’esplodere delle tensioni sociali. Il 2030, ripeto, è domani. E oggi stiamo vivendo una delle crisi economiche e dell’occupazione peggiori da un secolo in qua. E, per favore, lasciam0 stare le pensioni…

C’è poi un’altra cosa che mi inquieta. Dice la ricerca: si cambieranno in media 10 tipi di lavoro nella vita. Sarà necessario essere plurispecializzati. E chi preparerà questi lavoratori tuttologi? Oggi ci si muove nell’iperspecializzazione, per cui – esagerando solo un po’ – un matematico che si occupa di geometria non sa nulla di analisi and so on in tutti i campi (non va meglio tra gli umanisti: chiedete, chessò?, a un italianista e a un filologo, a un medievalista e a uno storico della modernità…)

Perciò potrà anche uscire un articolo simpatico da una notizia come questa, ma vale un po’ come per i lavori peggiori del mondo. Seduti alla scrivania davanti al pc sorridiamo della signora che annusa le ascelle per una ditta che produce deodoranti o di quella che testa i profilattici. Non credo che loro sorridano altrettanto.