Connessioni
È un periodo in cui le cose mi sembrano tutte correlate tra loro, unite in una ragnatela di significati che è difficile districare per scegliere di cosa parlare o non parlare. Avevo voglia di scrivere qualcosa sui Diari di Sylvia Plath e mi ero appuntata alcuni brani. Poi ieri ho visto a teatro l’Amleto di Lella Costa. Cosa c’entrano l’uno con l’altro? Forse poco, forse moltissimo.
Cominciamo dalla Plath. Il testo è – questa la definizione che meglio lo rappresenta per me – urticante. Il suo disagio verso la vita, il suo amore per la scrittura che ha però bisogno del successo percorrono tutte le pagine. Così come l’invidia e i sentimenti di astio verso chi la circonda. Anche l’amore ha tinte distorte, eppure così vere. Come quando ripensa all’incontro con il futuro marito Ted Huges e a cosa l’ha spinta a sceglierlo come suo compagno:
Lascia che la vita accada. (…) Perché, perché? Non avevo idee ma sensazioni. Provando sensazioni ho trovato quello di cui andavo in cerca, ho trovato l’unico che volevo e l’ho capito non con la testa ma nel calore della verità, aspracuta e al sicuro come un topo nel formaggio.
Ma che dire dell’amore verso se stessa? Beh, quello è veicolato dalla scrittura. Solo nella forza e nel riconoscimento delle proprie parole la Plath si sente avvolta dal calore altrui:
Sentivo che se non avessi scritto nessuno mi avrebbe riconosciuta come essere umano. La scrittura, allora, era la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo. E molto di più: un modo di ordinare e riordinare il caos dell’esperienza.
Un modo di ordinare il caos. Anche io ho sempre pensato la scrittura così, e così l’ho vissuta nei passaggi più importanti della vita in questi ultimi anni. E, certo, anche come richiesta d’amore per quella che – forse – è la parte più vera di me. E bellissimo anche quanto scrive rispetto a come arrivare ad affermare il proprio stile:
Come superare le mie ingenuità di scrittura? Leggendo gli altri e pensando forte. Senza superare mai i limiti della mia voce, così come la conosco.
Il coraggio di parlare con la propria voce è quanto manca a tanta letteratura. Perché si guarda fuori, si cerca il lettore prima ancora di ascoltarsi per scoprire cosa si ha da dire, e come. Questa frase la vorrei scolpire nel marmo, la vorrei sempre presente: leggere e ‘pensare forte’. Ma mantenere la propria voce.
L’ultimo brano che ho segnato torna alla vita, alla necessità di essere nel mondo. E descrive così bene la malinconia della distanza che a volte, in questi mesi, mi ha colto d’improvviso:
Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.
E Amleto? Che c’entra Amleto? Intanto: la rivisitazione della Costa è straordinaria, non solo per la sua bravura ma anche per la rilettura in chiave attuale (non ‘moderna’) del testo. Alla ricerca dei valori del mito che lo rendono ancora oggi tra le stelle fisse del pensiero. E Amleto è, per molti aspetti, donna. La sua follia, veicolata dall’attrice, è vicina a quella della Plath, al suo disagio verso un mondo meschino e squallido ma anche verso un se stesso che non si riconosce.
Mi piacerebbe avere il testo dello spettacolo, alcuni brani sono sensazionali. Il monologo iniziale trasforma l’essere o non essere in esplodere o implodere. Un filo rosso che attraversa tutto lo spettacolo e attualizza, appunto, la domanda centrale del testo shakespeariano.
In un’intervista, Lella Costa dice: “Le situazioni emotive di cui Amleto si fa carico lo rendono molto più decifrabile e vicino alla sensibilità femminile, senza volere ovviamente mancare di rispetto a quella maschile. Il dubbio amletico è quello cui ci si trova quotidianamente di fronte, le scelte e soprattutto se ‘sarò ancora io dopo quella scelta’, una condizione di assunzione di responsabilità con cui la donna ha familiarità quotidiana”.
Il tema di cosa siamo e dell’assunzione di responsabilità rispetto a quanto possiamo essere è incarnato più volte non solo da Amleto, ma anche da Ofelia. E qui mi mancano le bellissime parole della Costa, che spero di recuperare presto…