gennaio 7

Il 3 gennaio, di domenica ovviamente, Andrea ha pensato bene di sbattere contro lo spigolo della mia scrivania. Capita spesso, gli metto un po’ d’acqua fredda sulla testa. Ma mentre compio questa operazione mi accorgo che sta uscendo un po’ di sangue. Niente di che, ha un taglietto di un centimetro. Disinfetto e premo con una garza senza immaginare come sarebbe andato il resto della serata.

Dopo mezz’ora il taglietto sanguina ancora. Mi sembra una sciocchezza e non ho voglia di portarlo al pronto soccorso per una cosa simile, perciò telefono alla guardia medica solo per sapere se è normale che continui il sanguinamento. Per carità! Bisogna assolutamente che lo veda un medico – mi dicono – e non uno dei loro, che non può fare medicazioni. Sì, dico, ma non mi sembra nemmeno il caso di andare al pronto soccorso, il bambino sta bene… Hanno la soluzione: il posto di zona della guardia medica. Lì – mi assicurano – possono anche eventualmente mettere i punti.

Mi rassegno ed esco. Sono le sette di sera, ho un amico a cena. Lo chiamo, gli dico di raggiungermi, tanto faremo presto. Arrivo dove indicato, non c’è nessuno, solo l’infermiera e una dottoressa. Spiego. Mi viene detto che – per carità – lei mica è una pediatra. Sì, dico, ma Andrea sta bene. Magari basta un cerottino… No. Rinviato al pronto soccorso pediatrico con diagnosi di “trauma cranico con ferita lacero-contusa”.

Comincio a smoccolare ma non me la sento di non andare. In fondo quella era una dottoressa, forse ha notato qualcosa… Insomma via, con l’amico, verso il pronto soccorso. Arriviamo alle otto, Andrea ha fame e ha smesso di sanguinare. Timidamente chiedo all’infermiera del triage se è possibile lasciar perdere e farlo vedere l’indomani dal pediatra. Per carità! Accomodatevi.

In sala d’aspetto è pieno di bambini con virus di ogni tipo. Andrea salta, gioca e non la smette un attimo di parlare. L’amico va via: domani ha un volo e non ha ancora fatto le valigie. Arriva il papà con qualche genere di conforto (il bar è chiuso). Alle dieci e mezza lo vedono. Il taglietto strappa una risata. In compenso viene sottoposto ad accurato esame neurologico. Lo avessero fatto a me, dopo quattro ore così, sarei risultata un’ameba. Andrea risponde benissimo a tutti gli stimoli.

Bene, finito no? No. Sul foglio di dimissione, con la stessa diagnosi, è indicata la visita dal pediatra entro le prossime 24 ore e il ricovero in pronto soccorso qualora intervenissero altri sintomi. Di che genere, scusi? Qualunque. Andrea continua a parlare senza riprendere fiato, tutto felice della sua avventura.

Lunedì, con un po’ di vergogna, mi presento dal pediatra. Neanche a dire che il bambino non si è fatto assolutamente niente. Gli racconto, però, la vicenda kafkiana. Mi dice: si ritenga fortunata che non l’hanno fatta firmare per riportare il bambino a casa dal pronto soccorso. Quanto alla mia domanda rispetto alla competenza della guardia medica a valutare un bambino di 6 anni (e non 6 mesi!) mi risponde: poteva capirlo anche un veterinario.

Il fatto è che nessuno si vuole prendere responsabilità. Al posto della guardia medica se la prendono con gli operatori telefonici, al pronto soccorso con la guardia medica… Uno scaricabarile totale. Poi due giorni dopo leggi sul giornale che un uomo è morto cadendo dall’ambulanza con il portellone aperto.

Allora il disastro della sanità pubblica non è solo nelle inefficienze gravissime che si leggono in questi giorni, ma anche nelle piccole storie come quella di Andrea, che impegnano tempo e personale per niente. E la responsabilità, alla fine, è rimpallata sulle famiglie o, al più, sui medici di base.