Prospettive
Ci sono giorni in cui vorrei tirare dritta. Stringere le mani intorno al volante e saltare la svolta che mi riporta a casa. Proseguire fino a incontrare un muro, o il mare. Non per andare da qualche parte, no. Per mettere una distanza.
Vivo troppo a ridosso della mia esistenza. Con il naso spiaccicato al vetro delle mie consuetudini e dei miei doveri, incapace di dare profondità alla visione, di metterla in prospettiva. Da anni non metto piede fuori dall’Italia e mi manca la sensazione di essere straniera, di pensare in una lingua diversa da quella che mi circonda, di riflettere sulle parole che uso o che ascolto.
Non è un problema di luoghi, o almeno non solo. Ci sono paesi che vorrei visitare, orizzonti che vorrei sfiorare, popoli che vorrei guardare. Ma più di tutto – almeno adesso – vorrei allontanarmi. Come il pittore che indietreggia per osservare le proporzioni del quadro, mi piacerebbe fare qualche passo indietro e mettere finalmente in prospettiva la mia vita degli ultimi (faticosi, ricchi, dolorosi, sorprendenti, importanti) anni.
Tutto questo – e stasera mi è davvero chiaro – ha a che fare con il romanzo che sto scrivendo. Perché la scrittura è per me anche questo: aggiustare il tiro, cambiare punto di vista, usare le lenti colorate della metafora per guardare alle cose. E perché il tema del romanzo è in fondo proprio questo. Di nuovo, la scrittura ha anticipato la coscienza di ciò che sento, che ho, che mi manca.
Eppure mai come ora mi è chiaro come le parole – scritte, lette, dette – non possano esaurire tutto.
Te devi cominciare a guarire da almeno una fobia, e prendere un bell’aereo, destinazione a scelta. Perché le paure si affrontano, da grandicelli.