gennaio 2

Squilla il cellulare, il numero sul display non mi dice nulla, rispondo. Dall’altra parte una voce di donna mi chiama per nome. Sì, sono io, Francesca ma… chi parla? Sono Busie, dice lei. Un attimo, poi ricordo. E sorrido.

Secondo la mia agenda, è stato il 24 luglio. Esco a ora di pranzo dall’ufficio, nella brutta strada dei Parioli. Non mi aspetta nessuno, Andrea è in vacanza con i nonni. Fa un caldo pazzesco. Sul marciapiede c’è una donna con un bellissimo vestito africano e un immenso carrello della spesa stracarico. Mi chiede gentilmente se parlo inglese. Me la cavo, dico. Così mi spiega di essere scesa alla fermata sbagliata e di essersi persa, e mi chiede di indicarle la fermata successiva.

Ora, io i mezzi per andare in ufficio non li prendo mai, perciò le dico che ricordo vagamente una fermata nei pressi del parcheggio dell’Auditorium, dove noi lasciamo le nostre auto. Le dico, quindi, di seguirmi. Nei 50 metri che ci separano dal tabellone, mi ringrazia in maniera quasi esagerata, spiegandomi che è lì da un bel po’ e che nessuno si è fermato. Ci metto un attimo a figurarmi le bionde signore che girano la testa e tirano via i loro orrendi figli agghindati come figurini. Gentaccia, penso.

Arriviamo alla fermata. Ovviamente non è quella che le serve. Le chiedo, allora dove deve andare. Il caldo è insopportabile e il carrello sembra pesantissimo. Mi spiega che deve prendere due mezzi. Allora, le dico, ti accompagno alla fermata del secondo, se vuoi. Ci siamo già presentate: lei si chiama Busie, viene dal Sudafrica ed è qui per lavorare con il settore agricoltura dell’ambasciata del suo paese.

La mia macchina (quella vecchia) è una pattumiera e mi vergogno sempre un po’ a farci salire la gente. In più ha 3 porte e fatichiamo non poco a infilare il carrello. Ridiamo e sudiamo. Mi spiega che è stata a far spesa a piazza Vittorio perché non si è ancora abituata al cibo di qui. Insomma, tra una spinta e decine di bottiglie di plastica accartocciate, tra cicche che scappano al posacenere e biscotti del pleistocene, con l’aria condizionata rotta e i finestrini aperti, partiamo.

Neanche a dirlo, mi perdo. Però intanto chiacchieriamo. E lei mi fa vergognare – come sempre più spesso mi capita – di essere italiana. Mi racconta episodi di “quotidiano razzismo”. O anche solo di provincialismo. Mi spiega che al suo paese si parlano 12 lingue (dialetti talmente diversi da potersi dire lingue), ma le scuole si fanno in inglese. Qui, dice, l’inglese non lo parla nessuno. Non me l’aspettavo, continua, dovrò iscrivermi a un corso. Parliamo anche delle rispettive famiglie, di figli, di rapporti con i mariti. Sorridiamo molto.

Alla fine decido di portarla a casa, tanto ormai è un’ora che siamo in macchina. Per il momento è in un appartamento alla Camilluccia, dentro un complesso residenziale. Vicinissimo in linea d’aria, ma mi perdo lo stesso. In qualche modo, acomunque, arriviamo. E facciamo le manovre inverse, sempre ridendo, per disincagliare il carrello.

Al momento di salutarci, Busie mi scrive il suo nome (non ha ancora un telefono) e mi chiede di lasciarle il mio e i miei numeri. Poi mi abbraccia e mi dice: “Now you are my sister”. Così. E io so che è vero, e mi vengono anche le lacrime agli occhi. E sorrido come una scema e la ringrazio. Poi, per il resto della giornata, continuo a sorridere. E questo episodio mi rimane dentro come quello di un bell’incontro. Mi resta anche l’amarezza nel sentire raccontare come questa donna è stata accolta qui da noi.

Oggi Busie è di nuovo a Roma, dopo essere tornata in Sudafrica per un po’. E mi ha chiamato per augurarmi un buon anno e per raccontarmi che sta seguendo un corso di italiano. E per dirmi, anche, che non mi ha dimenticata. Nemmeno io l’ho dimenticata né ho dimenticato la serenità che mi ha regalato. Perciò bentornata, sorella Busie. E grazie anche per il sorriso di stasera.