Sottili
dicembre
20
Le illusioni sanno passare attraverso fessure invisibili. Si insinuano come lame affilate nella minima sconnessura. Si nutrono di tutto e di niente, di quello che c’è. Crescono mantenendosi flessibili, inafferrabili. Scivolano tra massicce realtà, pesanti certezze. Si dividono in rivoli impalpabili per tornare a scrosciare più in là.
Abitano qualunque esitazione, prosperano nei silenzi. Si moltiplicano nei momenti di sospensione tra il tic e il tac dell’orologio. Proliferano nelle pause tra due respiri. Camminano come funamboli sul filo degli spazi bianchi tra le righe dei libri. Si annidano dietro le palpebre chiuse.
Non ci si può difendere. Non senza smettere di respirare.
Cara Francesca, che dire? Credo di sapere in modo anche abbastanza circostanziato a cosa ti riferisci e con me, lo sai, sfondi una porta aperta. Ci sono, per quel che mi riguarda, altre strategie di difesa, che ormai metto in atto. Ma ho una storia diversa, che non può essere replicata da alcuno. Scherzavamo, forse solo ieri, sul mio NON essere zen. E’ vero non lo sono. Ma sono capace di disciplinarmi e di spegnere da solo ardori, speranze, illusioni che troppo spesso nella mia esistenza sono state disattese. Gli anticogreci che già tutto avevano capito e molte cose conoscevano – compreso l’eliocentrismo che, in ipotesi, arriva da Aristarco di Samo (nato, pensa un po’, nel 310 avanti Cristo, quindi ben prima dell’eroico Copernico e del suo suo veemente difensore Giordano Bruno…) – avevano dato un nome a questa disciplina: atarassia. La via per raggiungerla: la pleonexia (o pleonessia, in italiano).