aprile 4

Andrea parla una lingua meravigliosa. Le parole di Andrea hanno un potere che quelle degli adulti hanno perduto: nominano le cose.

Andrea è mio figlio, e ha due anni.

Non è stato un bambino particolarmente precoce. Per molto tempo, fino a un paio di mesi fa, si è limitato allo stretto indispensabile. Mamma, papà, pappa, nanna. E una richiesta insistente, quasi ossessiva: “ca-cà?”, ovvero “cos’è?”.

Così ha ascoltato i vocaboli uno alla volta, senza mai ripeterli. Mentre si lanciava in tirate infinite fatte di suoni sconnessi che ricalcavano le intonazioni degli adulti. L’affermazione, l’interrogazione, il sospetto, la gioia. Accompagnati da una gestualità quasi teatrale.

Poi un giorno ha tirato fuori le parole. A gruppi, come raccogliesse manciate di caramelle dalle tasche. E sono nate la palla e la casa, la pasta e la ciccia. E ancora la luna, le stelle, la nuvola, l’albero, il gatto, la pianta.

Più tardi, queste cose – scoperte ogni volta con meraviglia – hanno iniziato a unirsi. Sono diventate “mia mamma”, “palla verde”, “bua alla testa”, “pesce palla”. E hanno iniziato ad essere collocate nello spazio, a relazionarsi con lui: “questa è mano”, “cane è lì”. Ad essere plurali, cinque dita, due piedi.

Così ogni parola è diventata la chiave di un mondo. Mare, barca, pesce, conchiglia, sabbia. E una sola di queste cose ha acquisito il potere di tirarsi dietro tutte le altre, come anelli di una catena.

Le parole di Andrea toccano le cose. Sono concrete, materiali, fisiche. Sono il verbo creatore che nominando fa che le cose siano.

Le parole di Andrea hanno confini definiti. Sono ciottoli levigati dal fiume che si compongono e scompongono in figure sempre nuove. Ma restano perfettamente concluse in se stesse, nella loro identità precisa.

Le sue parole non hanno ancora iniziato a fondersi e confondersi. I loro significati sono stelle fisse, non nebulose di concetti astratti. Anche i vocaboli che indicano qualità – il colore, l’odore, il sentimento – hanno il peso della realtà, la sua presenza.

Se Andrea potesse scrivere un libro, proprio ora, attraverso il suo linguaggio, sarebbe un volume esile, di poche pagine. Ma conterrebbe una pienezza vera. Un vero inizio e una vera fine.

Ne resterebbe fuori il dubbio.