aprile 20

C’è una foto di mia sorella al mare. È immersa nell’acqua fino alle clavicole, emergono solo il viso, il collo e le spalle nude. È di profilo e i suoi lineamenti marcati si stagliano quasi contro sole.

Mio figlio Andrea ama questa foto. Tanto da identificare la zia con questa immagine. E farne la ‘zia mare’. Come tutte le cose che ama, mi chiede di disegnarla, come a farla entrare nel suo personale immaginario. Assieme alla macchina e alla chitarra, alla luna e alla scarpa, e a tutta una galleria di animali: gatto e cane bassotto, pesce palla e coniglio, maiale e giraffa.

Così da qualche giorno ripeto questo disegno che semplifica, con una sola linea, i tratti di Stefania. E con un’altra il mare. Un segno sintetico ma che da solo restituisce l’immagine ad Andrea, che è più che soddisfatto.

Mi piacerebbe che la mia scrittura avesse questa stessa capacità di sintesi. Questa forza incisiva, capace con un solo tratto di restituire un’immagine. Mi piacerebbe soprattutto ora, che combatto con la complessità strutturale di un romanzo, con la sua estensione e distensione. Dove la sintesi non è nel numero di pagine, ma nella capacità delle parole di descrivere per sola evocazione.

In questo caso, non ho Andrea a mettere alla prova l’efficacia. Ho solo questo senso, insieme frustrante ed esaltante, della pagina che si distilla goccia a goccia, parola per parola. Con lentezza. Con fatica.

Ma forse il gioco vale la candela.