aprile 27

Qual è la distanza giusta per guardare un oggetto? Quella per cui ci appare completo – perdendone però tutta la complessità della struttura. O quella ravvicinata che ci svela il dettaglio nascosto, a rischio di perdere l’insieme?

La domanda – oziosa nel quotidiano – diventa quanto mai pregnante quando si tratta di ricrearlo, l’oggetto. Di interpretarlo attraverso i linguaggi dell’arte. Della pittura, ad esempio. O della scrittura. Un problema analizzato con ben altra profondità da pensatori e filosofi e con il quale, nel piccolo, si scontrano tutti coloro che cercano di dare consistenza a un’immagine (dove la consistenza non è la mera imitazione).

Voglio dire: qualunque descrizione facciamo di un oggetto (e per oggetto intendo anche un sentimento, o un colore, o un odore) implica la scelta di un punto di vista. E la rinuncia a tutti gli altri. Quello che sperimento è che spesso il mio angolo visuale è lo stesso anche quando guardo oggetti diversi. Come se la mia voce parlasse attraverso un certo microfono che la distorce sempre nello stesso modo.

Allora è come se io mi ponessi sempre alla medesima distanza dagli oggetti, mai più vicino o più lontano. E se li guardassi da questa distanza scegliendo, così, di perdere tutte le sfumature che avrei nell’osservarli da più vicino e tutto il senso complessivo se fossi più lontana. Cosa questo voglia dire non è poi così complicato da capire. Basta aver letto – per esempio – più di un libro di uno stesso autore per capire che è una delle caratteristiche del cosiddetto ‘stile’.

Ma c’è anche un’esperienza quotidiana, legata al senso che diamo a espressioni di significato apparentemente banale riferite a oggetti semplici. Come, meglio di chiunque altro io abbia mai letto, spiega Wittgenstein nel brano che segue.

“Quando dico: ‘la mia scopa sta nell’angolo’, si tratta, propriamente, di un enunciato intorno al manico e alla spazzola della scopa? In ogni caso si potrebbe sostituire questo enunciato con un altro, che indichi la posizione del manico e la posizione della spazzola. E senza dubbio questo enunciato è una forma ulteriormente analizzata del primo. (…) Dunque, chi dice che la scopa è nell’angolo, in realtà intende: là c’è il manico, e c’è anche la spazzola; e il manico è infisso nella spazzola? – Se chiedessimo a qualcuno se lo intende, probabilmente risponderebbe che non ha affatto pensato al manico della scopa in particolare o alla spazzola in particolare. E questa sarebbe la risposta giusta, perché egli non voleva parlare né del manico della scopa né della spazzola in particolare”. (L.Wittgenstein, Ricerche Filosofiche, § 60).

Come a dire, nel linguaggio comune poi ‘ci si capisce’ perché si accettano le regole del gioco. Nel linguaggio creativo, invece, descrivere la scopa parlando del manico in particolare è possibile. È, appunto, una delle scelte possibili. Come quella di parlarne a partire dalla funzione di pulire il pavimento.

Certo, è un rischio. Il rischio che si accetta quando si sceglie di reinventare gli oggetti attraverso, per esempio, la narrazione. Dove, con gli strumenti della lingua comune, si cerca di arricchire la lingua stessa, di ‘farla parlare’ con voce nuova.