maggio 1

Che sia un vero primo maggio.

Che restituisca dignità a questa festa, e a quello che c’è dietro. Il lavoro. Che non ha bisogno di essere maiuscolo per avere senso. Il lavoro che sia degno di essere festeggiato: questo ci è mancato negli ultimi anni. Umiliato dalla saltuarietà, costretto nella sua inadeguatezza, sommerso nel suo giusto compenso.

Quest’anno, finalmente, il primo maggio può incarnare una speranza. Perché ormai a dieci anni dall’introduzione delle prime flessibilità, quello che è successo è sotto gli occhi di tutti. Perché gli effetti dell’iniezione massiccia di precariato della legge 30 iniziano ad essere evidenti. Perché forse il nuovo governo saprà trattare questa materia nei suoi aspetti qualitativi. Lasciando per un momento da parte quelli quantitativi: cresce l’occupazione, scende la disoccupazione. Ma come sia, poi, questo lavoro, nessuno sembra esserselo chiesto.

Eppure non ci vuole molto a capire che sono venute meno due delle dimensioni centrali nel rapporto tra individuo e lavoro, due dimensioni che hanno dispiegato tutto il loro valore fino alla generazione immediatamente precedente a quella dei trentenni di oggi.

Il lavoro come spazio di realizzazione di sé. Basta poco per capire quanto questo primo aspetto abbia contato in passato. La carriera, non solo in termini economici, ma di crescita personale. L’identificazione, quasi, con il lavoro come parte fondante dell’io.

E, a volte in contrapposizione con questo elemento, il lavoro come mezzo per costruirsi un futuro. Come speranza, insomma. Anche in questo caso, non solo economica ma in termini di radicamento, di autentiche prospettive di vita.

Oggi queste variabili si dissolvono tra un contratto di tre mesi e un altro, tra un compromesso e una delusione.

E le donne, come spesso accade, sono le prime (ma non le uniche) a pagarne il prezzo. Così se molte di noi hanno madri che hanno strappato con la loro tenacia una carriera senza per questo rinunciare alla famiglia, oggi la maternità è quasi un aut aut. Con un’ulteriore negatività: chi sceglie i figli non può permettersi in genere di rinunciare al lavoro. Ma spesso rinuncia alla sua qualità o almeno alla possibilità di far carriera. E sempre le donne pagano l’avvicinamento claustrofobico dell’orizzonte delle speranze. Contro cui cozza la loro determinazione, il loro successo negli studi, il loro più precoce affrancamento dalla famiglia d’origine.

Ma poi i perdenti sono tanti. I giovani e gli anziani, chi ha studiato troppo poco e – ironia della sorte – chi ha studiato troppo. E perde la società che non sa accogliere la nuova natura del lavoro. Perdono le banche che non concedono mutui, i proprietari che non affittano casa, le finanziarie che non danno prestiti per la macchina o il computer. Perdono le imprese che giocano al ribasso e pagando 1 pretendono 100. Perdono le università che sfornano laureati mirati al mercato del lavoro, che non li vuole. Perdono i nonni che crescono i nipoti e mantengono i figli quarantenni. Perdiamo, insomma, tutti sbattendo in faccia a una generazione le porte del futuro.

Su certe strade non si può tornare indietro. Non si possono cancellare tutte le flessibilità, non si può ricreare un’identità perduta tra uomini e lavoro. Ma c’è il dovere, ci deve essere il dovere, di ridare speranza. Di tessere nuovamente insieme i fili che costruiscono la trama sociale del paese. Di colmare gli abissi che ormai separano i privilegiati dai meno fortunati. Di restituire a tutti identiche opportunità e a ciascuno la possibilità di un proprio spazio in quella piazza comune che è il lavoro.