maggio 6

La premessa è che io di musica non ne capisco nulla.

Ho con lei – la musica – un rapporto di reciproca diffidenza. L’ascolto poco – anche perché non sono in grado di fare nient’altro contemporaneamente. E lei, dal canto suo, si vendica e non mi tocca. Sono stonata, non ho orecchio, mi manca la sensibilità. Per un po’ ho provato a combattere contro questo handicap. Poi ho rinunciato.

Adesso mi godo quelle poche – pochissime – cose che mi piace ascoltare. De Andrè, per esempio. Dove sono soprattutto le parole a raggiungermi. E la musica di conseguenza. E così poca confidenza ho con la musica che i brani che mi emozionano hanno un effetto quasi fisico su di me. Per dire, mi viene la pelle d’oca.

Tutto questo lungo giro di parole perché ho ascoltato un CD che mi è piaciuto molto. E vorrei provare a scriverne. Non con le parole di un critico musicale, perché me ne mancano le categorie. Ma con le mie. Sicuramente insufficienti. E però le uniche a cui so dare voce.

Il CD si chiama Indigeno, il gruppo Qbeta. Sono siciliani e sono tanti. Il disco me lo ha mandato Peppe, cantante e autore di testi e musiche, dopo aver letto il mio libro. Si è definito “uno che canta parole” abbattendo così, inconsapevolmente, le mie diffidenze. Per questo, prima ancora di ascoltare il CD sono andata a curiosare nel sito del gruppo e ho letto i testi delle canzoni. Dopo, ho ascoltato il disco, più volte. Ed ecco cosa mi è rimasto.

Se dovessi mettergli un’etichetta direi che Indigeno è un disco sensuale. Nel senso più vero del termine. Sono musica e parole che toccano, profumano, si sciolgono in bocca. Sono colori decisi, a volte gioiosi (spesso), altre come filtrati da vetri scuri. Capisco che non è così che si parla di un disco – dovrei spiegarne il genere, fissarne lo stile. Ma ho un’idiosincrasia nei confronti delle etichette – si parli di musica o di letteratura. E lascio questa analisi a chi è più esperto di me.

Io mi tengo invece la mia pelle d’oca per brani come Sovaiè o Impalpabile. Entrambi di sola voce e chitarra. Il primo interpretato in siciliano dal canto struggente di Elisa, voce popolare che pianta radici in una storia di grida al mercato (basta sentire Ahi comu), di lamenti ai funerali di paese. La seconda dai toni morbidi di Peppe che, in questo come in negli altri brani, canta con l’andamento vellutato delle onde del mare, a volte placide, altre irrequiete. Avvolgente, sempre.

E poi i brani festosi e pieni di mescolanza, come Quello che voglio o Arrakkè o Lievito e sale. Dove si incontrano strumenti diversi, dallo scacciapensieri alla tromba, dalle percussioni al sax. E le parole si sposano alla musica, a volte portandola in spalla, altre sciogliendosi come zucchero nel caffè. E ho scoperto che anche testi che mi colpivano di meno, uniti alla musica, hanno guadagnato forza. Osservazione magari banale per chi frequenta la musica, ma per me una sorpresa.

Sono 13 le tracce del CD e tutte differenti. Non ci si annoia ad ascoltare questo disco. Trascina come la risacca, è un viaggio in terre diverse. Ma tutte legate al Mediterraneo, dai Balcani al Nord Africa. È un disco ricco, con cantucci nascosti che ogni tanto lasciano andare un suono, un odore, un sapore. Brani che sono mani che spingono alla danza. Altri che sono radure dove riposare un momento, prima di ricominciare il viaggio.

Ora, è vero che io non sono un critico musicale. Ma è vero anche che i Qbeta hanno affidato la presentazione del loro disco a un testo – bellissimo – che dice della loro musica molto più di quanto dicano le recensioni, che pure si trovano in giro per la rete. Un testo che racconta dell’indigeno. Andatelo a leggere, ne vale la pena.

Ecco, mi piacerebbe, al termine di un lungo viaggio, sedermi con l’indigeno sotto il mandorlo e ascoltare le sue note che balzano fuori dal taschino.