Pride 2006
Domani a Roma, alle 16.00, partirà da Piazza della Repubblica un corteo. Porterà per le vie e le piazze, sotto le finestre e davanti ai bar, migliaia di persone. Sarà probabilmente una manifestazione colorata e accompagnata dalla musica. Ma sarà ancora una volta un appuntamento importante.
Sto parlando del Roma Pride 2006, al quale ho dato la mia adesione, che attraverserà la città per rendere visibile una realtà che riguarda tutti noi, gay o etero, transessuali o preti. Riguarda la nostra società. C’è e va affrontata.
Faccio parte di una famiglia ‘tradizionale’, ammesso che questa definizione abbia ancora un senso. Sono sposata (civilmente) e ho un figlio. Godo di diritti che il nostro Stato, laico sulla carta, nega a una parte dei suoi cittadini. Ho sottoscritto un contratto – quello di matrimonio, appunto – che mi impegna verso un’altra persona e verso i figli che possiamo avere o adottare. Che sessant’anni fa questo contratto fosse pensato solo per le coppie eterosessuali, lo si può capire. Ma che oggi si neghi ancora a persone libere, di fronte ai progressi della scienza, di regolare il proprio privato…
Sono perciò a favore del matrimonio e dell’adozione estesi alle coppie omosessuali. Ma anche dei Pacs, che sono una regolamentazione leggera che può essere utile anche a coppie di anziani, amici, fratelli e così via. Sono anche convinta della necessità – come chiedono nel documento politico le associazioni promotrici – di una legge quadro contro le discriminazioni legate all’orientamento e all’identità sessuale. Documento che condivido dalla prima all’ultima parola, titolo compreso: ‘Di Tutto Di Più”.
Questo, velocemente, sul fronte del riconoscimento di uguali diritti civili a tutti i cittadini. Poi c’è un’altra motivazione, per così dire più letteraria.
Chiunque condivida una pratica o anche solo una passione per le attività creative, trova concime e spunto dalla diversità. Di qualsiasi specie e natura. La fantasia si nutre necessariamente di ciò che sembra sfuggire alla norma, la terribile ‘Norma’ che se esistesse da sola farebbe di noi esseri tutti tristemente uguali. E io, con un mio clone, non ho bisogno di parlare, non ne traggo alcun arricchimento. Non se ne giova la mia immaginazione che, anzi, si inaridisce.
Non esisterebbero libri e quadri, musica e statue se il mondo non fosse ricco di cose irriducibili tra loro. Se anche due margherite non differissero almeno per numero di petali. O se la cosiddetta ‘deviazione’ non fosse parte degli stessi autori, spesso tutt’altro che figli della ‘Norma’.
Nell’asilo nido che frequenta il mio bambino si parlano almeno dieci lingue e la pelle dei bambini ha almeno cinque diverse sfumature di colore. Eppure mangiano e giocano, scherzano o litigano, dormono o piangono insieme. Sono uguali nella diversità.
Bisognerebbe imparare dai bambini.